La Nuova Sardegna

Rho ricorda il vicebrigadiere Meloni

di Silvia Sanna

Pietra d’inciampo per il sassarese deportato e ucciso nel 1945 a Flossenburg

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SASSARI. «Io prego sempre la Madonna che mi faccia riabbracciare i miei bimbi, e Iddio che è nei cieli sa che sono innocente come l’innocenza». Così scriveva Pietro Meloni in una lettera inviata alla moglie Enrica e ai suoi figli Sergio e Giuseppe. Era l’estate del 1944 e il vicebrigadiere Meloni, sfuggendo alla sorveglianza, riuscì a fare spedire la lettera dal campo di transito nazista di Bolzano dove era stato portato dopo quasi un mese trascorso nel carcere milanese di San Vittore. Era la seconda tappa del suo viaggio senza ritorno: a settembre per Meloni si sarebbero aperte le porte del campo di sterminio di Flossenburg e qui, il 7 gennaio del 1945, avrebbe trovato la morte. Questa mattina in ricordo del vicebrigadiere Meloni, nato a Sassari nel 1906, sarà posata una pietra d’inciampo in via Tazzoli a Rho, il comune del Milanese in cui viveva con la moglie Enrica e dove nacquero i figli. Alla cerimonia voluta dall’amministrazione comunale sarà presente la nipote Carmen Meloni, insegnante a Rho, che del nonno ha ricostruito la storia grazie anche al recupero di alcune cartoline e lettere cariche d’amore e nostalgia spedite all’adorata moglie Enrica. La sua vita serena e ricca di soddisfazioni professionali al comando della caserma di Baggio, si interruppe bruscamente il 22 luglio del 1944, «quando Pietro fu arrestato dai tedeschi: lo prelevarono nella sua casa, davanti ai suoi familiari, con l’accusa di sovversione politica. Rinchiuso nel V raggio del carcere di San Vittore, vi rimase fino al 16 agosto 1944. La mattina del giorno successivo fu trasferito nel campo di Bolzano. Venti giorni dopo, era il il 5 settembre, iniziò l’odissea del Trasporto 81, ossia la sua deportazione, con altri 431 detenuti, nel campo di sterminio di Flossenburg. Arrivarono lì il 7 settembre». Da quel momento, ricorda Carmen, il vicebrigadiere sassarese «viene cancellato come persona avente una dignità e un nome. Diventa un numero di matricola: il 21505, cucito su un triangolo rosso posto sulla sua casacca a righe». Una non esistenza, in attesa dell’epilogo, che sarà scritto 4 mesi dopo. Ma in quel periodo terribile Pietro non smise mai di pensare alla sua famiglia. I nipoti Carmen e Pietro conservano come reliquie preziose una cartolina che il nonno scrisse alla moglie dal carcere di San Vittore, sia le due lettere inviate dal dal campo di transito di Bolzano, prima della deportazione. «Il giorno 16 di agosto di sera mi chiamarono assieme a tanti altri per partire la mattina dopo alle 5 e ci portarono a Bolzano, in questo campo di concentramento in cui siamo internati, non si sa se rimarremo ancora tanto o se mi manderanno altrove». E poi alla moglie: «Credo che tu saprai le ragioni di questo mio triste destino… sospetto politico, questa è la ragione, null’altro. Il carcere non è il mio posto, e non ho fatto altro che piangere, piangere sempre, la mia innocenza e la mia rettitudine… Internato, lontano dagli affetti più cari, dai miei piccoli bimbi, che la sera mi attendevano allegri per vedere il loro babbo». Nella seconda lettera: «Mi sembra un secolo che manco da voi e chissà quando potrò riabbracciarvi ». Ma presagendo la sorte che i nazifascisti gli avrebbero riservato, il vicebrigadiere Meloni diede disposizioni alla moglie per ritirare in caserma i suoi effetti personali e lo stipendio che non aveva avuto modo di incassare di persona. Sino all’ultimo, il suo primo pensiero andò alla famiglia.



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