La Nuova Sardegna

Il cinema italiano perde la sua regina senza tempo

di Giorgio Gosetti
Il cinema italiano perde la sua regina senza tempo

Si è spenta a 90 anni, era bellissima e duttile Spaziò da Antonioni alla commedia all’italiana

4 MINUTI DI LETTURA





Monica Vitti, è stata una di quelle attrici che rendono immortale il cinema italiano nel mondo. Icona che va oltre il tempo, e che negli ultimi venti anni è stata nascosta dalla malattia. Per lei il cinema è sempre stato elisir di vita e anche oggi le restituisce un eterno presente. Sappiamo che la verità è molto più dolorosa: l’Alzheimer che l’ha isolata e che il marito Roberto Russo – che affida la notizia della sua morte a Walter Veltroni su twitter – ha difeso con rigore e rispetto combattendo contro i «si dice» e le false notizie che a intervalli hanno popolato la rete.

Sappiamo che la morte è avvenuta a Roma, e anche che sua ultima apparizione pubblica è stata 19 anni fa (alla prima di Notre Dame de Paris) e che già negli anni precedenti le sue partecipazioni ad eventi ufficiali si erano rarefatte dopo un ritiro dalle scene che data ormai dal 2001, quando fu ricevuta al Quirinale per i David di Donatello. Nata Maria Luisa Ceciarelli a Roma, il 3 novembre del 1931, cresciuta in Sicilia prima della guerra per il lavoro del padre (ispettore al commercio), innamorata della recitazione fin dall’adolescenza, si diploma nel 1953 all’Accademia sotto la guida di Silvio d’Amico e con un maestro-sodale d’eccezione come Sergio Tofano. Ci sono già tutti i segni della sua duttilità d’interprete: il primo la spinge in palcoscenico per affrontare grandi ruoli drammatici (Shakespeare, Molière, “La nemica” di Nicodemi con cui conquista il pubblico), il secondo la porta a liberare la sua verve istrionica nella serie di commedie ispirate al Signor Bonaventura, allora popolarissimo eroe dei fumetti. Intanto si è data un nome d’arte con cui rimpiazzare il nomignolo di «Setti vistini» con cui la chiamavano per la sua capacità di cambiarsi come un personaggio di Fregoli. Sceglie un cognome che le ricorda la madre amatissima (Adele Vittiglia).

Debutta al cinema nel ’55 con un piccolo ruolo nell’Adriana Lecouvreur, ma 5 anni dopo si incarna nella silenziosa musa di Antonioni per il primo dei quattro film che vanno sotto il segno dell’ «incomunicabilità»: L’avventura. Nei successivi quattro anni diventerà una diva internazionale grazie a titoli come La notte, L’eclisse, Deserto rosso, ma l’incontro con Antonioni data già dal 1957 quando presta la voce a Dorian Gray ne Il grido.

Tutti i grandi registi la vogliono anche perché oltre a un volto bellissimo e misterioso sfoggia una voce roca e pastosa che (proprio come Claudia Cardinale) afferma una diversità dalla scuola tradizionale di dizione. Eppure la cappa della donna misteriosa e algida non fa per lei. Negli stessi ’60 si cimenta più volte con la tv e coglie un riconoscimento con la partecipazione alla tormentata giuria del festival di Cannes del 1968 quando si dimette in solidarietà ai contestatori della Nouvelle Vague.

È in questo momento che decide di dare un taglio alla sua immagine e abbraccia l’idea della commedia grazie a Mario Monicelli che la vuole protagonista de La ragazza con la pistola. Il successo è popolare, immediato, contagioso. In pieno ’68, l’emancipazione della timida siciliana Assunta che insegue fino in Inghilterra l’uomo che l’ha disonorata per poi capire che si può essere libere e onorate anche senza passare per il delitto d’onore, fa rumore e il regista estrae dalla Vitti un talento luminoso e inatteso che presto le permetterà di battersi da pari a pari con i colonnelli della commedia all’italiana. Unica donna vincente con le loro stesse armi e inalterata femminilità in un mondo di maschi più o meno misogini, Monica Vitti domina nel cinema italiano degli anni ’70. Si permette stravaganze di qualità (come nei ruoli cuciti sul suo fascino da Miklos Jacsò, Luis Bunuel, Andrè Cayatte), lavora coi grandi italiani (da Dino Risi a Ettore Scola, da Monicelli al Luigi Magni de La Tosca), affianca Antonioni nella sperimentazione elettronica de Il mistero di Oberwald), trionfa in coppia con Alberto Sordi, spinge al debutto dietro la macchina da presa prima Carlo Di Palma (il grande direttore della fotografia che è diventato il suo compagno) e poi il fotografo Roberto Russo che con lei debutta da regista con Flirt che le fa vincere il premio come migliore attrice a Berlino nel 1983. Insieme al Leone d’oro alla carriera che nel 1995 le viene dato da Gillo Pontecorvo alla Mostra di Venezia è uno dei maggiori riconoscimenti internazionali che affiancano i 5 David, 12 Globi d’oro e i 3 Nastri d’argento.

Mai ferma nella sua sete di vita e di sfida conquista anche le platee televisive insieme a Mina, scrive due libri autobiografici, firma la sua unica regia (Scandalo segreto) nel 1990, porta in teatro la grande commedia americana da La strana coppia a Prima pagina. All’alba del nuovo secolo il vulcano si spegne, quasi inavvertitamente e solo la dedizione del marito Roberto Russo la protegge dalla curiosità morbosa dei paparazzi.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google

Primo Piano
Maltempo

Meteo Giuliacci, ciclone in arrivo: piogge intense e temperature in picchiata

Le nostre iniziative