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La storia del femminismo ripulita da ogni ipocrisia

La storia del femminismo ripulita da ogni ipocrisia

Nella sua prima opera “Donne difficili” la giornalista inglese Helen Lewis racconta la nascita e la formazione del movimento attraverso 11 battaglie

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Chi ancora tenga in una qualche considerazione l’uso della Ragione, e magari della Ragione ancora faccia un qualche uso, nonostante i tempi impongano in generale altre maniere di rapportarsi alla realtà circostante, accoglierà come una boccata d’aria pura “Donne difficili” di Helen Lewis (Blackie Edizioni, 458 pagine, 22 euro, traduzione di Dafne Calgaro e Marina Calvaresi). Il motivo principale è che la giornalista inglese, qui all’esordio, affronta la “Storia del femminismo in 11 battaglie” (così il sottotitolo) rifiutando ogni forma di dogmatismo e ideologismo: che, ci pare, è l’unico modo possibile di trattare una materia - qualsiasi materia -, ma che è un modo ormai molto poco frequentato, quando non osteggiato e vilipeso. E inoltre rifiutando, la Lewis, anche quella tendenza alla beatificazione che crea dei falsi storici, fa cattiva informazione e permette a chi abbia argomenti contrari o qualche lettura alle spalle di ribattere e confutare, spesso con irrisoria agilità. L’introduzione ci presenta quello che potrebbe valere come un caso di studio: «Prendete l’enorme successo di “Storie della buonanotte per bambine ribelli” (…). La voce della stilista Coco Chanel riporta che lei desiderava aprire un negozio e che un amico ricco le prestò i soldi necessari (…). Quello che non dice è che Chanel era l’amante di un ufficiale nazista e, con ogni probabilità, una spia per conto della Germania hitleriana. Negli anni Trenta, sempre lei provò a buttare fuori quel certo “amico ricco” dall’azienda in virtù delle leggi razziste che impedivano agli ebrei di possedere un’attività. Passi un approccio del genere in un libro per bambini, ma è preoccupante riscontrare lo stesso impulso negli adulti».

Appunto. In “Donne difficili”, al contrario, l’autrice rinuncia programmaticamente alle riduzioni a santina e alle schematizzazioni per cui non esistono «esseri umani imperfetti che si barcamenano in sistemi vasti e contorti» ma «solo buoni e cattivi facili da individuare». E, ad esempio, in uno dei capitoli più densi, dedicato alla “Sicurezza”, racconta di Erin Pizzey, dopo averla incontrata di persona e aver discusso con lei le sue più recenti, e controverse, posizioni. «Dovrebbe essere un’eroina del femminismo. Nel 1971 fondò il primo rifugio del Regno Unito per donne vittima di violenza domestica, senza un soldo né alcun sostegno ufficiale eccetto la concessione di una villetta popolare fatiscente»: quattro anni dopo «28 gruppi avevano aperto un rifugio e altri 83 ci stavano lavorando. Fu grazie a Erin Pizzey se quel nuovo movimento - e quel vecchio problema - non poterono più essere ignorati». Eppure, ricostruisce la Lewis, i suoi rapporti con la rete dei collettivi femministi furono difficili «fin dall’inizio»: per questo, «mentre il movimento contro la violenza domestica continuava, Pizzey svaniva progressivamente dalla memoria». Oggi Erin Pizzey è vicina ai più reazionari movimenti per i diritti degli uomini e «contribuisce al sito antifemminista A Voice for Men». La Lewis non ha voluto cancellare la figura della Pizzey. Anzi. Ne ha ascoltato le parole, non di rado spiazzanti, ha ribattuto, ha fatto ricerche per contestarne le affermazioni, e tutto ciò ha restituito nelle pagine del libro. Indirizzandone le conclusioni, senz’altro, in virtù del suo sentire: ma attraverso la forza degli argomenti, non le mistificazioni.

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