«Tutto il mio mondo nella storia di Margherita»
di Matteo Porru
Intervista con Matilde Falasca, 17 anni, scrittrice esordiente con il romanzo “Puoi chiamarmi Emma”. Gli anni dell’adolescenza nel tempo della pandemia
4 MINUTI DI LETTURA
Matilde Falasca ha diciassette anni e tanta paura di sbagliare, e quando le viene forte si arrampica sui pensieri lontani e il mondo lo guarda da lassù. La supera sempre, alla fine, come quando si è candidata come rappresentante d’Istituto al Liceo Classico Dante, ed è stata pure eletta. O come quando suona la chitarra (ha imparato da sola) e vorrebbe cantare sopra le note di un brano degli Oasis o dei Green Day. Come quando pensa, e in testa ha un gran baccano e non riesce a riordinare le voci, le parole. Si lascia andare veramente solo quando scrive: la sente una cosa gestibile, più lenta. E infatti ha esordito con un romanzo, “Puoi chiamarmi Emma” (Giulio Perrone Editore, 280 pagina, 18 euro), che è un grido e un inno all’intimità, alla ricerca di se stessi. È la sua prima intervista e la voce morbida e romana le trema per i primi minuti, poi si scalda.
Com’è nata questa storia?
«Ho scritto il romanzo durante il primo lockdown, in quel periodo ho dato sfogo alla mia creatività. Racconto la storia di Margherita (che per molti aspetti sono io), una ragazza di diciotto anni che non riesce a vivere la sua età e si sente bloccata dalla quotidianità e vorrebbe evadere in qualche modo, confida nella fantasia. Trova nel teatro la dimensione perfetta, quella in cui può esprimersi davvero e dove poi si realizza, e lì nasce una corrispondenza con un ragazzo senza nome, in cui si uniscono realtà ed immaginazione. Margherita cerca di capire cosa fare, cosa sente e come sentirsi al sicuro».
E lei, Matilde, quando si sente al sicuro?
«Quando ho un contatto con le persone, anche se a volte mi fanno stare troppo al sicuro e la serenità diventa inquietudine. Tendo a rifugiarmi in cose più astratte e meno fragili. Cerco qualcosa di indipendente, che rimanga a prescindere dai miei sbagli e da quelli delle altre persone».
Come scrive?
«Non ho un’abitudine o una regola. La scrittura per me è molto istantanea, spontanea, vengo totalmente presa da questo flusso. L’atto di scrivere mi libera: quando scrivo non ho paura di niente, mi sento capace di parlarmi».
A scuola andrà benissimo, immagino.
«Sono molto soddisfatta. Vado meglio allo scritto che all’orale, perché quando parlo cerco sempre di capire qual è il modo migliore per dire le cose e serve un tempo in più che durante un’interrogazione non ho».
Reazioni alla notizia dell’esordio?
«A scuola non ne ho parlato molto. I miei amici erano quasi più felici di quanto lo fossi io. In casa siamo tre femmine e due maschi ed erano tutti entusiasti, soprattutto mia madre, che è stata la prima a leggere il libro. Era un po’ spaventata quando si è passati alla pubblicazione, aveva paura che mi ritrovassi in qualcosa di più grande di me che non sarei riuscita a gestire, ma mi ha sempre spronato, e meno male, perché le cose che mi emozionano troppo io le allontano».
Le allontana?
«Sì. Io tendo a stare in silenzio e durante il secondo lockdown mi sono chiusa, me ne rendo conto. Ho paura di rovinare le cose che penso e che desidero. È la paura di sbagliare che mi paralizza».
Ma se non sbaglia, non impara.
«Me lo dico e me lo dicono sempre».
Per cosa ride?
«Per le cose imprevedibili, leggere. L’ironia aiuta in tutto, anche con se stessi».
E per cosa piange?
«Per commozione. Quando non mi sento capita vorrei piangere ma non ci riesco. Piango quando devo sfogare, buttare fuori».
Ma lei ha sempre sognato di fare la scrittrice?
«In realtà no. Scrivo da quando ero alle elementari e avevo anche vinto un premio a scuola, lo “Streghetta”, ma sono figlia di una famiglia di medici e in corsia ci vorrei stare pure io. Cosa fare è il dubbio più grande che ho adesso, all’università potrei scegliere lettere come medicina, anche se le materie si collegano sempre. Credevo di poter essere sia dottoressa che scrittrice, ma ora che ho scritto e pubblicato il mio primo libro so quanto è complicato. Ci penserò».
Dalla vita cosa vuole?
«Tutto il bello che mi offre e che mi offrirà».
C’è un libro che avrebbe voluto scrivere?
«Il giovane Holden di Salinger. È il primo libro che mi ha lasciato davvero qualcosa di diverso rispetto alle storie che leggevo fino a quel momento».
Quanto le piace leggere?
«Moltissimo. Mi piacciono tante cose, in realtà: ogni tanto dipingo, non lo faccio bene ma mi aiuta, come la musica. Suono la chitarra e il pianoforte. Faccio atletica, correre mi fa scaricare. E stare con gli scout mi coinvolge molto».
C’è qualche cosa che non sa fare?
«Cantare».
E una che vorrebbe fare?
«Viaggiare. Ovunque».
Inizierà per presentare il libro: la prima presentazione è fra poco…
«Sì, a Roma, a fine febbraio. Quella data mi fa molto paura e sarà difficile espormi davanti alle persone. Però spero che possa andare come quando ho fatto l’assemblea delle elezioni al liceo e ho parlato davanti a tutti i miei compagni e mi ha dato una grande soddisfazione».
Se le dico Sardegna, cosa le viene in mente?
«Un viaggio in macchina con mia madre da Cagliari a Tavolara per un matrimonio in cui avevo fatto da damigella. E la prima vera vacanza con le amiche quest’estate».
Oggi a Margherita cosa direbbe?
«Di preservare il contrasto, lo scambio, di farsi portare via dalle passioni. E di non smettere di credere. Mai»
Com’è nata questa storia?
«Ho scritto il romanzo durante il primo lockdown, in quel periodo ho dato sfogo alla mia creatività. Racconto la storia di Margherita (che per molti aspetti sono io), una ragazza di diciotto anni che non riesce a vivere la sua età e si sente bloccata dalla quotidianità e vorrebbe evadere in qualche modo, confida nella fantasia. Trova nel teatro la dimensione perfetta, quella in cui può esprimersi davvero e dove poi si realizza, e lì nasce una corrispondenza con un ragazzo senza nome, in cui si uniscono realtà ed immaginazione. Margherita cerca di capire cosa fare, cosa sente e come sentirsi al sicuro».
E lei, Matilde, quando si sente al sicuro?
«Quando ho un contatto con le persone, anche se a volte mi fanno stare troppo al sicuro e la serenità diventa inquietudine. Tendo a rifugiarmi in cose più astratte e meno fragili. Cerco qualcosa di indipendente, che rimanga a prescindere dai miei sbagli e da quelli delle altre persone».
Come scrive?
«Non ho un’abitudine o una regola. La scrittura per me è molto istantanea, spontanea, vengo totalmente presa da questo flusso. L’atto di scrivere mi libera: quando scrivo non ho paura di niente, mi sento capace di parlarmi».
A scuola andrà benissimo, immagino.
«Sono molto soddisfatta. Vado meglio allo scritto che all’orale, perché quando parlo cerco sempre di capire qual è il modo migliore per dire le cose e serve un tempo in più che durante un’interrogazione non ho».
Reazioni alla notizia dell’esordio?
«A scuola non ne ho parlato molto. I miei amici erano quasi più felici di quanto lo fossi io. In casa siamo tre femmine e due maschi ed erano tutti entusiasti, soprattutto mia madre, che è stata la prima a leggere il libro. Era un po’ spaventata quando si è passati alla pubblicazione, aveva paura che mi ritrovassi in qualcosa di più grande di me che non sarei riuscita a gestire, ma mi ha sempre spronato, e meno male, perché le cose che mi emozionano troppo io le allontano».
Le allontana?
«Sì. Io tendo a stare in silenzio e durante il secondo lockdown mi sono chiusa, me ne rendo conto. Ho paura di rovinare le cose che penso e che desidero. È la paura di sbagliare che mi paralizza».
Ma se non sbaglia, non impara.
«Me lo dico e me lo dicono sempre».
Per cosa ride?
«Per le cose imprevedibili, leggere. L’ironia aiuta in tutto, anche con se stessi».
E per cosa piange?
«Per commozione. Quando non mi sento capita vorrei piangere ma non ci riesco. Piango quando devo sfogare, buttare fuori».
Ma lei ha sempre sognato di fare la scrittrice?
«In realtà no. Scrivo da quando ero alle elementari e avevo anche vinto un premio a scuola, lo “Streghetta”, ma sono figlia di una famiglia di medici e in corsia ci vorrei stare pure io. Cosa fare è il dubbio più grande che ho adesso, all’università potrei scegliere lettere come medicina, anche se le materie si collegano sempre. Credevo di poter essere sia dottoressa che scrittrice, ma ora che ho scritto e pubblicato il mio primo libro so quanto è complicato. Ci penserò».
Dalla vita cosa vuole?
«Tutto il bello che mi offre e che mi offrirà».
C’è un libro che avrebbe voluto scrivere?
«Il giovane Holden di Salinger. È il primo libro che mi ha lasciato davvero qualcosa di diverso rispetto alle storie che leggevo fino a quel momento».
Quanto le piace leggere?
«Moltissimo. Mi piacciono tante cose, in realtà: ogni tanto dipingo, non lo faccio bene ma mi aiuta, come la musica. Suono la chitarra e il pianoforte. Faccio atletica, correre mi fa scaricare. E stare con gli scout mi coinvolge molto».
C’è qualche cosa che non sa fare?
«Cantare».
E una che vorrebbe fare?
«Viaggiare. Ovunque».
Inizierà per presentare il libro: la prima presentazione è fra poco…
«Sì, a Roma, a fine febbraio. Quella data mi fa molto paura e sarà difficile espormi davanti alle persone. Però spero che possa andare come quando ho fatto l’assemblea delle elezioni al liceo e ho parlato davanti a tutti i miei compagni e mi ha dato una grande soddisfazione».
Se le dico Sardegna, cosa le viene in mente?
«Un viaggio in macchina con mia madre da Cagliari a Tavolara per un matrimonio in cui avevo fatto da damigella. E la prima vera vacanza con le amiche quest’estate».
Oggi a Margherita cosa direbbe?
«Di preservare il contrasto, lo scambio, di farsi portare via dalle passioni. E di non smettere di credere. Mai»
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
