Paolo Fresu: «Miles Davis e Chet Baker, le mie star»
di Mario Frongia
Dai primi live nella sagre di paese sino agli ultimi progetti, il musicista si racconta
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Un filo verde che si srotola piano. Flash back catalizzante che assembla le mazurche di Raul Casadei e i ritmi latini di Perez Prado con le sonorità dei giganti del jazz. Paolo Fresu, al Teatro Doglio di Cagliari sabato 19 febbraio con il concerto “Tempo di Chet”, assieme a Marco Bardoscia, contrabbasso, e Dino Rubino, pianoforte. Come annodare esperienze e gavetta. Dura, senza scorciatoie. Bouquet di sensazioni da brivido. Per sfondo, una piccola grande Sardegna, musicata e svelata in mezzo mondo. Terra di feroci contraddizioni, sofferenze, magnetismi.
Il trombettista di Berchidda, 61 candeline da spegnere dopodomani, cavalca innovazione e musiche tradizionali. Contaminante, abile nel proiettare una formazione e una cultura picchettata dal tempo, dalla Gallura, da un talento smisurato. Scolpito nell’animo dalla sua Berchidda, dai brani di Genesis, Jethro Tull e Led Zeppelin («Li ascoltavo di striscio dal mangiacassette di mio fratello»), da un vagabondare giovanile per matrimoni, feste e sagre paesane: «Il valzer andava bene, Stevie Wonder, Camel e Nucleos molto meno». Il trampolino di uno spartito libero. Animo e mente alla ricerca di arrangiamenti e idee da musicare. Fondatore e presidente di Time in Jazz, nato nel 1988, si è esibito nei principali festival e nelle sale da concerto dei cinque continenti. È stato ospite di Grande orchestra italiana, Orchestra nazionale di jazz francese e della radio tedesca di Amburgo, Italian Instabile Orchestra, Orchestra dell'Auditorium Parco della musica, Orchestra sinfonica della Rai e dell'Arena di Verona. Scenari di pregio internazionale. Il diploma in tromba preso nel 1984 con il maestro Enzo Morandini al Conservatorio di Cagliari è lontano. Fautore dell’etnomusica, tra dinamiche psicosociali e comunità locali, ha inciso oltre 450 dischi, 90 da solo, e collaborato con Ornella Vanoni, Evan Parker, Alice, Uri Caine, Negramaro, Stadio. Due volte laurea honoris causa, da Università Milano-Bicocca e Berklee College of Music di Boston, Paolo Fresu si racconta con umiltà, visioni empatiche e avvicinanti. Un dono dei grandi.
«Torno a Cagliari - dice- dopo il concerto dell’estate scorsa con Gianfranco Cabiddu e Sonos e memoria. A gennaio del 2019 siamo stati al Teatro Massimo con “Il tempo di Chet”, progetto del Teatro stabile di Bolzano. Giravamo con due Tir, ho un ricordo molto bello».
Qual è stato il bilancio?
«Centodieci repliche ci hanno convinto a proseguire con il concerto. Nei brani che ho scritto con i colleghi racconto Chet Baker. E dopo il Teatro Doglio, dai primi di marzo, ci esibiamo a Muscat, Beirut, Abu Dhabi e Teheran».
Chet Baker, come entra nella sua vita?
«Sono figlio di un pastore, non avevamo tante possibilità. A 19 anni ho insegnato musica alle medie di Mores, Ittireddu, Buddusò, Alà dei sardi, Illorai, Bultei. Con i primi risparmi ho comprato uno stereo Pioneer e il primo lp della mia vita: “Comin’on” di Chet Baker, disco bellissimo con una ragazza in minigonna in copertina».
Qual è stata la sua officina?
«Suonavo con i Carnaval alle feste patronali. Casadei era il re del nostro repertorio. Ci siamo incontrati, conservo con orgoglio la sua biografia autografata. Mirko, il figlio, si è esibito a Time in jazz. Alle sagre quando inserivamo Dalla o i Beatles, gli organizzatori minacciavano di cacciarci».
Dunque, Chet Baker. E poi?
«Chet e Miles Davis sono i miei mentori. Nel libro di Luciano Vitti ho scritto i testi delle loro foto inedite. Chet è stato uno dei primi trombettisti che ho sentito, lo ascolto e lo amo tuttora. Per lo Stabile ho pensato di narrarne la vita triste e dissennata, la morte misteriosa. È stato un anno in carcere a Lucca, applaudito ovunque, osannato dal cinema. Ha suonato la tromba e cantato da Dio».
Cosa le ha rubato?
«Bellezza del suono, senso dello swing, rilassatezza della musica. Avevo un Revox, riducevo la velocità e li ascoltavo con un’ottava più bassa. Ho trascritto gli assoli di Miles e Chet nota per nota. Sembrava suonassi con loro, ne percepivo i respiri, le indecisioni. C’è stata un’osmosi, quegli spartiti erano dentro di me. A Roma me li hanno rubati dalla macchina. Davis e Baker sono stati fondamentali».
Simili ma diversi. Perché?
«Miles è stato un grande innovatore, ha portato il jazz in luoghi nuovi. Chet ha avuto una creatività e un senso estetico straordinari. Icona del jazz maledetto, degli americani bianchi».
Oltre a Davis e Baker, chi altri?
«Da ragazzino anche il Coro di Nuoro e i Tenores. Poi, ho sentito alla radio il trombettista Lee Morgan: sconvolgente. Come Bill Evans, Charlie Mingus. E Louis Armstrong, ma il suo suono mi sembrava vecchio. Solo dopo ho capito l’enorme genialità. Enrico Rava e altri grandi musicisti mi dicevano che Armstrong è stato tra i più grandi. Tutto vero, ho dovuto riposizionarlo».
Qual è il sogno nel cassetto?
«Con il mio quintetto storico pensavamo di fare qualcosa con Tom Waits. Ma non se ne è fatto nulla. A Terni l’organizzatore del live di Miles Davis mi ha chiamato per presentarmelo ma sono scappato come un ladro. Però, non ho rimpianti. Mentre Chet l’ho conosciuto. E mi ha pure fatto i complimenti dopo un mio concerto».
Ha seguito Sanremo?
«Sì. Ha vinto chi meritava. Mahmood e Blanco sono bravi. Così come Elisa, che canta nel mio ultimo disco “Tango Macondo” con Malika, Tosca e altri. È bello anche il pezzo di Gianni Morandi scritto da Jovanotti».
Mai pensato di andare al Festival?
«Mi hanno invitato più volte, ho declinato. Sanremo è una macchina faticosa, in Italia non si parla d’altro, ogni parola viene strumentalizzata. Ma non ce l’ho contro il festival. Dovrà esserci il momento giusto, ora sento come un peso la pressione mediatica. E mi spiazza il modo in cui trattano temi economici e sociali da altri contesti».
Qual è la pagella?
«Bellissime canzoni, orchestra straordinaria, arrangiamenti raffinati: un fatto importante per la nostra musica. Tutti bravissimi. Se oltre questa settimana la tv fosse più coraggiosa e dialettica, sarebbe meglio. Invece, finisce il festival e ci ritroviamo nel Deserto dei tartari».
Chi sono i futuri Paolo Fresu
«Penso a Nanni Gaias e Peppe Spanu, batteria e chitarra. Il loro disco “Totb”, un mix di chill out e blues, ha avuto un ottimo riscontro. Poi, c’è Pierpaolo Vacca, organettista di Ovodda, anche lui in “Tango Macondo”. Ma ci sono tanti musicisti sardi che meritano. Però, mancano le occasioni».
Tra artisti di ieri e di oggi, con chi andrebbe a cena?
«Con Miles Davis».
Il trombettista di Berchidda, 61 candeline da spegnere dopodomani, cavalca innovazione e musiche tradizionali. Contaminante, abile nel proiettare una formazione e una cultura picchettata dal tempo, dalla Gallura, da un talento smisurato. Scolpito nell’animo dalla sua Berchidda, dai brani di Genesis, Jethro Tull e Led Zeppelin («Li ascoltavo di striscio dal mangiacassette di mio fratello»), da un vagabondare giovanile per matrimoni, feste e sagre paesane: «Il valzer andava bene, Stevie Wonder, Camel e Nucleos molto meno». Il trampolino di uno spartito libero. Animo e mente alla ricerca di arrangiamenti e idee da musicare. Fondatore e presidente di Time in Jazz, nato nel 1988, si è esibito nei principali festival e nelle sale da concerto dei cinque continenti. È stato ospite di Grande orchestra italiana, Orchestra nazionale di jazz francese e della radio tedesca di Amburgo, Italian Instabile Orchestra, Orchestra dell'Auditorium Parco della musica, Orchestra sinfonica della Rai e dell'Arena di Verona. Scenari di pregio internazionale. Il diploma in tromba preso nel 1984 con il maestro Enzo Morandini al Conservatorio di Cagliari è lontano. Fautore dell’etnomusica, tra dinamiche psicosociali e comunità locali, ha inciso oltre 450 dischi, 90 da solo, e collaborato con Ornella Vanoni, Evan Parker, Alice, Uri Caine, Negramaro, Stadio. Due volte laurea honoris causa, da Università Milano-Bicocca e Berklee College of Music di Boston, Paolo Fresu si racconta con umiltà, visioni empatiche e avvicinanti. Un dono dei grandi.
«Torno a Cagliari - dice- dopo il concerto dell’estate scorsa con Gianfranco Cabiddu e Sonos e memoria. A gennaio del 2019 siamo stati al Teatro Massimo con “Il tempo di Chet”, progetto del Teatro stabile di Bolzano. Giravamo con due Tir, ho un ricordo molto bello».
Qual è stato il bilancio?
«Centodieci repliche ci hanno convinto a proseguire con il concerto. Nei brani che ho scritto con i colleghi racconto Chet Baker. E dopo il Teatro Doglio, dai primi di marzo, ci esibiamo a Muscat, Beirut, Abu Dhabi e Teheran».
Chet Baker, come entra nella sua vita?
«Sono figlio di un pastore, non avevamo tante possibilità. A 19 anni ho insegnato musica alle medie di Mores, Ittireddu, Buddusò, Alà dei sardi, Illorai, Bultei. Con i primi risparmi ho comprato uno stereo Pioneer e il primo lp della mia vita: “Comin’on” di Chet Baker, disco bellissimo con una ragazza in minigonna in copertina».
Qual è stata la sua officina?
«Suonavo con i Carnaval alle feste patronali. Casadei era il re del nostro repertorio. Ci siamo incontrati, conservo con orgoglio la sua biografia autografata. Mirko, il figlio, si è esibito a Time in jazz. Alle sagre quando inserivamo Dalla o i Beatles, gli organizzatori minacciavano di cacciarci».
Dunque, Chet Baker. E poi?
«Chet e Miles Davis sono i miei mentori. Nel libro di Luciano Vitti ho scritto i testi delle loro foto inedite. Chet è stato uno dei primi trombettisti che ho sentito, lo ascolto e lo amo tuttora. Per lo Stabile ho pensato di narrarne la vita triste e dissennata, la morte misteriosa. È stato un anno in carcere a Lucca, applaudito ovunque, osannato dal cinema. Ha suonato la tromba e cantato da Dio».
Cosa le ha rubato?
«Bellezza del suono, senso dello swing, rilassatezza della musica. Avevo un Revox, riducevo la velocità e li ascoltavo con un’ottava più bassa. Ho trascritto gli assoli di Miles e Chet nota per nota. Sembrava suonassi con loro, ne percepivo i respiri, le indecisioni. C’è stata un’osmosi, quegli spartiti erano dentro di me. A Roma me li hanno rubati dalla macchina. Davis e Baker sono stati fondamentali».
Simili ma diversi. Perché?
«Miles è stato un grande innovatore, ha portato il jazz in luoghi nuovi. Chet ha avuto una creatività e un senso estetico straordinari. Icona del jazz maledetto, degli americani bianchi».
Oltre a Davis e Baker, chi altri?
«Da ragazzino anche il Coro di Nuoro e i Tenores. Poi, ho sentito alla radio il trombettista Lee Morgan: sconvolgente. Come Bill Evans, Charlie Mingus. E Louis Armstrong, ma il suo suono mi sembrava vecchio. Solo dopo ho capito l’enorme genialità. Enrico Rava e altri grandi musicisti mi dicevano che Armstrong è stato tra i più grandi. Tutto vero, ho dovuto riposizionarlo».
Qual è il sogno nel cassetto?
«Con il mio quintetto storico pensavamo di fare qualcosa con Tom Waits. Ma non se ne è fatto nulla. A Terni l’organizzatore del live di Miles Davis mi ha chiamato per presentarmelo ma sono scappato come un ladro. Però, non ho rimpianti. Mentre Chet l’ho conosciuto. E mi ha pure fatto i complimenti dopo un mio concerto».
Ha seguito Sanremo?
«Sì. Ha vinto chi meritava. Mahmood e Blanco sono bravi. Così come Elisa, che canta nel mio ultimo disco “Tango Macondo” con Malika, Tosca e altri. È bello anche il pezzo di Gianni Morandi scritto da Jovanotti».
Mai pensato di andare al Festival?
«Mi hanno invitato più volte, ho declinato. Sanremo è una macchina faticosa, in Italia non si parla d’altro, ogni parola viene strumentalizzata. Ma non ce l’ho contro il festival. Dovrà esserci il momento giusto, ora sento come un peso la pressione mediatica. E mi spiazza il modo in cui trattano temi economici e sociali da altri contesti».
Qual è la pagella?
«Bellissime canzoni, orchestra straordinaria, arrangiamenti raffinati: un fatto importante per la nostra musica. Tutti bravissimi. Se oltre questa settimana la tv fosse più coraggiosa e dialettica, sarebbe meglio. Invece, finisce il festival e ci ritroviamo nel Deserto dei tartari».
Chi sono i futuri Paolo Fresu
«Penso a Nanni Gaias e Peppe Spanu, batteria e chitarra. Il loro disco “Totb”, un mix di chill out e blues, ha avuto un ottimo riscontro. Poi, c’è Pierpaolo Vacca, organettista di Ovodda, anche lui in “Tango Macondo”. Ma ci sono tanti musicisti sardi che meritano. Però, mancano le occasioni».
Tra artisti di ieri e di oggi, con chi andrebbe a cena?
«Con Miles Davis».
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