L’arte, la scrittura e l’impegno, un uomo in cerca della libertà
di Alessandro Marongiu
L’associazione è immediata: a sentire il nome di Carlo Levi segue subito il titolo “Cristo si è fermato a Eboli”, come fossero una cosa unica. Fatto inevitabile, considerato il successo e il clamore...
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L’associazione è immediata: a sentire il nome di Carlo Levi segue subito il titolo “Cristo si è fermato a Eboli”, come fossero una cosa unica. Fatto inevitabile, considerato il successo e il clamore cui l’opera pubblicata da Einaudi nel 1945 andò incontro prima in Italia e poi anche all’estero, e considerata la sua presenza fissa nel canone e nelle antologie scolastiche. Inevitabile, però, è anche che questa associazione così immediata, quasi esclusiva, abbia finito per appiattire e sostanzialmente far coincidere l’autore Levi con questo solo suo libro, oscurandone al grande pubblico il resto della produzione, non solo narrativa, e le molteplici manifestazioni dell’impegno. Nato nel 1902 a Torino, Levi comincia a dipingere nella prima adolescenza, si laurea in Medicina nel 1924, lo stesso anno in cui la XIV Biennale di Venezia espone alcuni suoi quadri, e fino al 1928 è assistente presso la Clinica medica dell’Università della sua città.
Sono gli anni in cui, complici le frequentazioni con figure come Gobetti, Pavese, Gramsci, Luigi Einaudi e i fratelli Rosselli, Levi va maturando la decisione, pur combattuta, di lasciare la carriera accademica per dedicare la vita all’arte e alla politica. La costituzione del gruppo chiamato i “Sei di Torino” si sovrappone all’entrata in Giustizia e Libertà e alle sue numerose sortite a Parigi per fare da tramite con i fuoriusciti antifascisti. Ricostruirà Levi: «Erano tempi di scelte e di responsabilità totali. La resistenza ci appariva necessaria».
La sua attività non passa certo inosservata: è arrestato un prima volta nel 1934, una seconda nel 1936, con conseguente invio al confino in Basilicata prima a Grassano e poi ad Aliano (da questa esperienza nascerà, com’è noto, “Cristo si è fermato a Eboli”), e ancora nel 1943, due anni dopo aver aderito al Partito d’Azione. Nel Dopoguerra, le carriere di Levi procedono parallele, e spedite: è eletto senatore nel 1963 (come indipendente nelle liste del Pci) e nel 1968 (nella lista Pci-Psiup); espone in mostre personali in Italia e a New York. Scrive e viaggia: tantissimo. Levi è un viaggiatore infaticabile, e dai suoi viaggi prendono corpo i reportage contenuti nei libri “Le parole sono pietre” (Sicilia), “Il futuro ha un cuore antico” (Unione Sovietica), “La doppia notte dei tigli” (Germania). E c’è poi naturalmente quel “Tutto il miele è finito” del 1964, ultimo pubblicato in vita, frutto di due viaggi nell’isola, uno nel 1952 e l’altro nel 1962. Nelle belle parole di Gigliola De Donato e Sergio D’Amaro tratte dalla biografia “Un torinese del Sud”, quella di Levi è «Una Sardegna vera, eppure tutta attratta dentro uno spazio interno, nel quale non sai se Carlo Levi ascolti più il ritmo segreto di un suo tempo interiore o quello delle cose e degli uomini».
Sono gli anni in cui, complici le frequentazioni con figure come Gobetti, Pavese, Gramsci, Luigi Einaudi e i fratelli Rosselli, Levi va maturando la decisione, pur combattuta, di lasciare la carriera accademica per dedicare la vita all’arte e alla politica. La costituzione del gruppo chiamato i “Sei di Torino” si sovrappone all’entrata in Giustizia e Libertà e alle sue numerose sortite a Parigi per fare da tramite con i fuoriusciti antifascisti. Ricostruirà Levi: «Erano tempi di scelte e di responsabilità totali. La resistenza ci appariva necessaria».
La sua attività non passa certo inosservata: è arrestato un prima volta nel 1934, una seconda nel 1936, con conseguente invio al confino in Basilicata prima a Grassano e poi ad Aliano (da questa esperienza nascerà, com’è noto, “Cristo si è fermato a Eboli”), e ancora nel 1943, due anni dopo aver aderito al Partito d’Azione. Nel Dopoguerra, le carriere di Levi procedono parallele, e spedite: è eletto senatore nel 1963 (come indipendente nelle liste del Pci) e nel 1968 (nella lista Pci-Psiup); espone in mostre personali in Italia e a New York. Scrive e viaggia: tantissimo. Levi è un viaggiatore infaticabile, e dai suoi viaggi prendono corpo i reportage contenuti nei libri “Le parole sono pietre” (Sicilia), “Il futuro ha un cuore antico” (Unione Sovietica), “La doppia notte dei tigli” (Germania). E c’è poi naturalmente quel “Tutto il miele è finito” del 1964, ultimo pubblicato in vita, frutto di due viaggi nell’isola, uno nel 1952 e l’altro nel 1962. Nelle belle parole di Gigliola De Donato e Sergio D’Amaro tratte dalla biografia “Un torinese del Sud”, quella di Levi è «Una Sardegna vera, eppure tutta attratta dentro uno spazio interno, nel quale non sai se Carlo Levi ascolti più il ritmo segreto di un suo tempo interiore o quello delle cose e degli uomini».
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