“L’amica geniale” scopre la politica E cambia tutto
di Gabriella Grimaldi
La terza stagione diretta da Daniele Luchetti è di alto livello ma gli ascolti non sono da record
3 MINUTI DI LETTURA
Un debutto in sordina quello della terza stagione della serie “L’amica geniale” tratta dalla quadrilogia bestseller firmata da Elena Ferrante, pubblicata in 52 Pesi e tradotta in 40 lingue. La storia di Lenù e Lila, che due anni fa era stata trasformata in serie tv e prodotta da Rai1 con l’americanissima Hbo, è tornata con le prime due puntate della terza stagione andate in onda il 6 e il 13 febbraio in prima serata. Un debutto, si diceva, non premiato dagli ascolti come era successo per la prima tornata. Per la premier in effetti c’era un buon motivo: lo scontro frontale, impari, con l’intervista di Fabio Fazio a Papa Francesco trasmessa su Rai3 nella stessa fascia oraria. Ma anche domenica scorsa la ripresa non è stata del tutto convincente (4.857.000 spettatori pari al 22.4% di share) ed è un peccato perché il racconto cinematografico della “saga” firmata con uno pseudonimo (ancora oggi non si conosce la vera identità di Elena Ferrante) ha tutti i requisiti per coinvolgere lo spettatore. A cominciare dalla sapiente e coraggiosa regia di Daniele Luchetti a cui lo scettro della direzione filmica è stato passato da Saverio Costanzo che ha curato l’adattamento e scritto la sceneggiatura assieme alla stessa Ferrante e a Francesco Piccolo.
Ci possono essere buoni motivi perché la serie, attesissima anche negli Stati Uniti, trovi più difficoltà a fidelizzare lo spettatore. Intanto è passato molto tempo, quasi due anni, da quando vennero trasmesse le prime due stagioni ed è possibile che, senza un riassunto delle puntate precedenti, non si riescano a fare immediatamente i collegamenti con la prima parte del racconto. Inoltre ci troviamo nella parte della quadrilogia che si intitola, come la stagione, “Storia di chi resta e di chi fugge” momento in cui Elena Greco, quella delle due amiche provenienti dallo stesso degradato rione alla periferia partenopea che ha potuto studiare, lascia l’asfissiante microcosmo nel quale è cresciuta assieme alle sue insicurezze e ai suoi tormenti per “lanciarsi”, da scrittrice, nel mondo che in quegli anni (i Settanta) stava galoppando verso il cambiamento. Teatro delle sue vicende personali - e di quelle di Lila che invece è rimasta imprigionata da un destino avverso, dalle proprie scelte infelici e dalla sua stessa insoddisfazione e rabbia - sono dunque le manifestazioni studentesche a Milano, da un lato, e le proteste operaie a Napoli, compresi gli assalti dei picchiatori fascisti. Grandi scene collettive e politiche (che Luchetti dice di aver realizzato spiegando alle masse di comparse, con il megafono, quali erano le idee e i sentimenti delle persone in quegli anni, quando c’era davvero la speranza di cambiare il mondo) e momenti di scambio ideologico nei salotti buoni dell’intellighenzia. Certamente un approccio più impegnativo del racconto intimo calato nel rapporto fra le due amiche, dapprima bambine e poi quindicenni diventate adesso (ma le attrici, Margherita Mazzucco e Gaia Girace, sono rimaste le stesse adattandosi in modo sorprendente al nuovo ruolo) giovani mogli, madri, lavoratrici alle prese con la rivoluzione sessuale e la ricerca del rispetto dei propri diritti.
Eppure la fotografia, l’uso della cinepresa, i dialoghi e l’aderenza precisa al romanzo di Elena Ferrante costituiscono l’habitat ideale per una riflessione profonda sulle sofferenze della crescita (soprattutto in un luogo difficile come il rione), sulla presa di coscienza da parte delle donne della loro condizione e sul tentativo di cambiarla, ma anche sull’ipocrisia che pervadeva, allora come oggi, anche gli ambienti apparentemente più evoluti.
Ci sono scene bellissime, intense e significative come quando Lila, stremata dall’infelicità, dice a Elena: «Guardami sempre anche quando te ne vai da Napoli». E altre meno riuscite come la paura di una iattura da parte di Lila sulla maternità di Elena. Nel complesso “L’amica geniale” è e resta una serie di alto livello qualitativo. Da non perdere.
Ci possono essere buoni motivi perché la serie, attesissima anche negli Stati Uniti, trovi più difficoltà a fidelizzare lo spettatore. Intanto è passato molto tempo, quasi due anni, da quando vennero trasmesse le prime due stagioni ed è possibile che, senza un riassunto delle puntate precedenti, non si riescano a fare immediatamente i collegamenti con la prima parte del racconto. Inoltre ci troviamo nella parte della quadrilogia che si intitola, come la stagione, “Storia di chi resta e di chi fugge” momento in cui Elena Greco, quella delle due amiche provenienti dallo stesso degradato rione alla periferia partenopea che ha potuto studiare, lascia l’asfissiante microcosmo nel quale è cresciuta assieme alle sue insicurezze e ai suoi tormenti per “lanciarsi”, da scrittrice, nel mondo che in quegli anni (i Settanta) stava galoppando verso il cambiamento. Teatro delle sue vicende personali - e di quelle di Lila che invece è rimasta imprigionata da un destino avverso, dalle proprie scelte infelici e dalla sua stessa insoddisfazione e rabbia - sono dunque le manifestazioni studentesche a Milano, da un lato, e le proteste operaie a Napoli, compresi gli assalti dei picchiatori fascisti. Grandi scene collettive e politiche (che Luchetti dice di aver realizzato spiegando alle masse di comparse, con il megafono, quali erano le idee e i sentimenti delle persone in quegli anni, quando c’era davvero la speranza di cambiare il mondo) e momenti di scambio ideologico nei salotti buoni dell’intellighenzia. Certamente un approccio più impegnativo del racconto intimo calato nel rapporto fra le due amiche, dapprima bambine e poi quindicenni diventate adesso (ma le attrici, Margherita Mazzucco e Gaia Girace, sono rimaste le stesse adattandosi in modo sorprendente al nuovo ruolo) giovani mogli, madri, lavoratrici alle prese con la rivoluzione sessuale e la ricerca del rispetto dei propri diritti.
Eppure la fotografia, l’uso della cinepresa, i dialoghi e l’aderenza precisa al romanzo di Elena Ferrante costituiscono l’habitat ideale per una riflessione profonda sulle sofferenze della crescita (soprattutto in un luogo difficile come il rione), sulla presa di coscienza da parte delle donne della loro condizione e sul tentativo di cambiarla, ma anche sull’ipocrisia che pervadeva, allora come oggi, anche gli ambienti apparentemente più evoluti.
Ci sono scene bellissime, intense e significative come quando Lila, stremata dall’infelicità, dice a Elena: «Guardami sempre anche quando te ne vai da Napoli». E altre meno riuscite come la paura di una iattura da parte di Lila sulla maternità di Elena. Nel complesso “L’amica geniale” è e resta una serie di alto livello qualitativo. Da non perdere.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
