SOCIAL
Dopo la morte fisica le verdi praterie dell’anima digitale
Ma non è così. La nostra anima digitale è di proprietà di una multinazionale che deve monetizzare il nostro cyber-io. L’anima che nei decenni inconsapevolmente abbiamo immagazzinato dentro un server...
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Ma non è così. La nostra anima digitale è di proprietà di una multinazionale che deve monetizzare il nostro cyber-io.
L’anima che nei decenni inconsapevolmente abbiamo immagazzinato dentro un server è uno spazio che dobbiamo pagare. Pensate a tutte le foto, ai filmati che avete conservato nel cloud, certi di eternarli, ma nulla è più effimero di ciò che non è su carta.
Perché quello spazio, che è la nostra traccia digitale nel mondo fisico, diventa del tutto effimero dopo la nostra dipartita. E la domanda è: che fine fa? La risposta più che nelle mani di un filosofo è in quelle di un amministratore delegato di una Corporate con sede nella Silicon Valley.
Da qualche anno si è fatto spazio il problema della morte digitale. La dipartita fisica di un uomo non è accompagnata dalla fine della sua esistenza social. Esistono milioni di profili zombie su Facebook. Defunti di cui lo stupidissimo algoritmo di Facebook ti propone l’amicizia o ti ricorda il compleanno.
Senza considerare tutti i dati sensibili che sono custoditi nei telefonini: foto, filmati, chat, appunti.
Ma c’è un altro bug di questa esistenza digitale. Tutti i nostri ricordi, la nostra anima binaria, sono intrappolati per sempre dentro un server. Non muoiono con noi. Restano là, in teoria in eterno, intrappolati nella rete. Il loro destino è al centro di un dibattito tra i big player dei big data.
I colossi della rete hanno adottato diverse strategie per disboscare i profili che sopravvivono ai loro utenti. Quasi tutti danno la possibilità di ereditare i contenuti di questi profili, ma il mutamento culturale avviene con una certa lentezza analogica.
L’ultimo segnale di questo cambiamento è l’aggiornamento del sistema operativo dell’ iPhone, per essere precisi l’Os 15.2, che dà la possibilità di scegliere un erede digitale. In pratica si dà la possibilità di scegliere una persona che potrà sbloccare il telefonino e accedere a tutto quello che è contenuto al suo interno. Ma non solo, anche di poter accedere a tutto quello che è conservato nell’iCloud, tutte le informazioni che sono state salvate dall’utente con i backup nella nuvola di Apple.
In altre parole l’iPhone offre la possibilità di scegliere un erede del nostro io digitale. Di tutto quello che in questi decenni abbiamo salvato. Foto, contatti, chat, qualsiasi contenuto digitale sia presente nel telefonino o nel cloud. La nostra vita per immagini e suoni.
Ma non è solo la Apple a voler regolamentare la nostra eredità digitale, anche un altro gigante del web, un altro custode della nostra anima cibernetica, Google, dà la possibilità di rendere gli account inattivi dopo la nostra morte o di scegliere un erede, da uno a dieci in realtà, che potrà entrare nel nostro profilo e accedere a tutti i contenuti.
Facebook consente agli utenti di scegliere se nominare un “contatto erede” che possa accedere all’account o eliminare il profilo. L’account può diventare commemorativo, ma si può scegliere anche di cancellarlo per sempre.
Twitter dà solo la possibilità di cancellare l’account dell’utente deceduto, e non fornirà a nessuno le credenziali per accedere al profilo della persona scomparsa.
Anche Instagram si è allineato. Si può rendere commemorativo l'account Instagram di una persona scomparsa. Basta inviare una richiesta al team del social network. Si deve allegare un documento che certifichi la morte dell’utente, basta anche il link a un necrologio o un articolo di giornale.
Chi si è convinto che il tema sia nato da una profonda riflessione filosofica o che sia recente resterà deluso. Perché il primo caso, almeno per l’opinione pubblica, di eredità digitale risale al 2012 e vede come protagonista Bruce Willis. L’attore Usa ha dato vita a una battaglia digitale contro la Apple. Lui voleva lasciare in eredità alle figlie la sua vasta collezione di canzoni di iTunes. Ma secondo Apple la licenza d’uso è personale. Non può essere ceduta a eredi. Chi scarica un brano musicale o un video sfrutta una licenza d'uso personale. Il pezzo non è stato acquistato, ma si compra il diritto di ascoltarlo per il resto della propria vita. Lo stesso principio si applica sui libri digitali.
Ma il tema dell’eredità digitale acquista un interesse economico sempre più rilevante con il boom degli nft. Nft è una sigla che indica i “not fungible token”, i “gettoni non fungibili”, in altre parole sono pezzi unici, non intercambiabili. Servono a identificare l’unicità di un prodotto creato su internet. Nft può essere qualsiasi oggetto digitale: un video, una foto, una gif, un testo, un articolo, un audio. Quando un oggetto digitale è certificato con un nft è come se sopra ci fosse la firma dell’autore, e nessuno può dire che non sia originale o che ce ne siano altre copie se non firmate con un nft. Nel tempo si sono iniziate a creare opere d’arte sul web, la cui unicità e veridicità è certificata da un nft. Per capire quanto possa valere un nft basta fare qualche piccolo esempio. Jack Dorsey, il creatore di Twitter, ha venduto l’nft del suo primo tweet per 2,9 milioni di dollari. Il codice sorgente del World Wide Web, creato da Tim Berners-Lee, è stato venduto all'asta per 5,4 milioni di dollari.
Ma che fine faranno queste opere d’arte digitali quando il loro proprietario non ci sarà più? Dove si trovano nell’infinto macrocosmo del web e chi potrà accedere al loro possesso? Domande a cui il legislatore deve dare risposta, e che nell’immediato richiedono una rapida soluzione. Perché il mondo si muove più velocemente delle istituzioni e delle leggi. La rete e i social media hanno rivoluzionato il concetto di realtà. Che progressivamente viene trasferita dal mondo fisico a quello cibernetico.
Siamo già in un futuro in cui codice dell’immortalità è un codice sorgente e l’eternità è sintetica, galoppa su un codice binario fatto di zero e di uno.
L’anima che nei decenni inconsapevolmente abbiamo immagazzinato dentro un server è uno spazio che dobbiamo pagare. Pensate a tutte le foto, ai filmati che avete conservato nel cloud, certi di eternarli, ma nulla è più effimero di ciò che non è su carta.
Perché quello spazio, che è la nostra traccia digitale nel mondo fisico, diventa del tutto effimero dopo la nostra dipartita. E la domanda è: che fine fa? La risposta più che nelle mani di un filosofo è in quelle di un amministratore delegato di una Corporate con sede nella Silicon Valley.
Da qualche anno si è fatto spazio il problema della morte digitale. La dipartita fisica di un uomo non è accompagnata dalla fine della sua esistenza social. Esistono milioni di profili zombie su Facebook. Defunti di cui lo stupidissimo algoritmo di Facebook ti propone l’amicizia o ti ricorda il compleanno.
Senza considerare tutti i dati sensibili che sono custoditi nei telefonini: foto, filmati, chat, appunti.
Ma c’è un altro bug di questa esistenza digitale. Tutti i nostri ricordi, la nostra anima binaria, sono intrappolati per sempre dentro un server. Non muoiono con noi. Restano là, in teoria in eterno, intrappolati nella rete. Il loro destino è al centro di un dibattito tra i big player dei big data.
I colossi della rete hanno adottato diverse strategie per disboscare i profili che sopravvivono ai loro utenti. Quasi tutti danno la possibilità di ereditare i contenuti di questi profili, ma il mutamento culturale avviene con una certa lentezza analogica.
L’ultimo segnale di questo cambiamento è l’aggiornamento del sistema operativo dell’ iPhone, per essere precisi l’Os 15.2, che dà la possibilità di scegliere un erede digitale. In pratica si dà la possibilità di scegliere una persona che potrà sbloccare il telefonino e accedere a tutto quello che è contenuto al suo interno. Ma non solo, anche di poter accedere a tutto quello che è conservato nell’iCloud, tutte le informazioni che sono state salvate dall’utente con i backup nella nuvola di Apple.
In altre parole l’iPhone offre la possibilità di scegliere un erede del nostro io digitale. Di tutto quello che in questi decenni abbiamo salvato. Foto, contatti, chat, qualsiasi contenuto digitale sia presente nel telefonino o nel cloud. La nostra vita per immagini e suoni.
Ma non è solo la Apple a voler regolamentare la nostra eredità digitale, anche un altro gigante del web, un altro custode della nostra anima cibernetica, Google, dà la possibilità di rendere gli account inattivi dopo la nostra morte o di scegliere un erede, da uno a dieci in realtà, che potrà entrare nel nostro profilo e accedere a tutti i contenuti.
Facebook consente agli utenti di scegliere se nominare un “contatto erede” che possa accedere all’account o eliminare il profilo. L’account può diventare commemorativo, ma si può scegliere anche di cancellarlo per sempre.
Twitter dà solo la possibilità di cancellare l’account dell’utente deceduto, e non fornirà a nessuno le credenziali per accedere al profilo della persona scomparsa.
Anche Instagram si è allineato. Si può rendere commemorativo l'account Instagram di una persona scomparsa. Basta inviare una richiesta al team del social network. Si deve allegare un documento che certifichi la morte dell’utente, basta anche il link a un necrologio o un articolo di giornale.
Chi si è convinto che il tema sia nato da una profonda riflessione filosofica o che sia recente resterà deluso. Perché il primo caso, almeno per l’opinione pubblica, di eredità digitale risale al 2012 e vede come protagonista Bruce Willis. L’attore Usa ha dato vita a una battaglia digitale contro la Apple. Lui voleva lasciare in eredità alle figlie la sua vasta collezione di canzoni di iTunes. Ma secondo Apple la licenza d’uso è personale. Non può essere ceduta a eredi. Chi scarica un brano musicale o un video sfrutta una licenza d'uso personale. Il pezzo non è stato acquistato, ma si compra il diritto di ascoltarlo per il resto della propria vita. Lo stesso principio si applica sui libri digitali.
Ma il tema dell’eredità digitale acquista un interesse economico sempre più rilevante con il boom degli nft. Nft è una sigla che indica i “not fungible token”, i “gettoni non fungibili”, in altre parole sono pezzi unici, non intercambiabili. Servono a identificare l’unicità di un prodotto creato su internet. Nft può essere qualsiasi oggetto digitale: un video, una foto, una gif, un testo, un articolo, un audio. Quando un oggetto digitale è certificato con un nft è come se sopra ci fosse la firma dell’autore, e nessuno può dire che non sia originale o che ce ne siano altre copie se non firmate con un nft. Nel tempo si sono iniziate a creare opere d’arte sul web, la cui unicità e veridicità è certificata da un nft. Per capire quanto possa valere un nft basta fare qualche piccolo esempio. Jack Dorsey, il creatore di Twitter, ha venduto l’nft del suo primo tweet per 2,9 milioni di dollari. Il codice sorgente del World Wide Web, creato da Tim Berners-Lee, è stato venduto all'asta per 5,4 milioni di dollari.
Ma che fine faranno queste opere d’arte digitali quando il loro proprietario non ci sarà più? Dove si trovano nell’infinto macrocosmo del web e chi potrà accedere al loro possesso? Domande a cui il legislatore deve dare risposta, e che nell’immediato richiedono una rapida soluzione. Perché il mondo si muove più velocemente delle istituzioni e delle leggi. La rete e i social media hanno rivoluzionato il concetto di realtà. Che progressivamente viene trasferita dal mondo fisico a quello cibernetico.
Siamo già in un futuro in cui codice dell’immortalità è un codice sorgente e l’eternità è sintetica, galoppa su un codice binario fatto di zero e di uno.
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