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Storia di Tenco il solitario e quel tragico Sanremo

Storia di Tenco il solitario e quel tragico Sanremo

Antonio Iovane ricostruisce con testimonianze e documenti le ultime ore del cantante: l’amore per Dalida e la scelta tra il grande pubblico e la poesia  

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«Tenco avrebbe bisogno di bere, ma non c’è tempo, si guarda allo specchio, si sente un fantoccio, uno stupido, non doveva partecipare al Festival, sono tutti a loro agio, tutti eccitati, per lui invece è solo una tortura, vorrebbe che fosse già finita, si immagina con Valeria nel viaggio promesso in Kenya, tra gli elefanti e i leoni, e non certo qui, in questo circo insopportabile, ha mal di testa, bussano, come può riuscire a cantare? È un assistente, “voglio andare via”, Preparati, Tenco»: è un passo esemplare del bel libro di Antonio Iovane “Un uomo solo” (Mondadori, 132 pagine, 17 euro), incentrato sulle ultime ore di vita del cantautore, morto a Sanremo nel gennaio del 1967 poco dopo essersi esibito al Festival, e su quanto successe durante e dopo quella notte.

Iovane continua lungo la via intrapresa nel precedente “La seduta spiritica”, uscito nel 2021, in cui alle zone d’ombra della Storia ufficiale (in quell’occasione, su uno specifico episodio relativo al caso Moro), casuali o perseguite che fossero tali zone d’ombra, sopperiva con il ricorso alla letteratura. Alla scrittura d’invenzione, cioè: eppure senza niente “inventare”, almeno non per come siamo soliti utilizzare il termine. Piuttosto, basandosi su propri riscontri, ricerche, deduzioni. Lì dove non sono mai arrivate la cronaca o le commissioni parlamentari, è potuta arrivare appunto la letteratura, senza pretese di verità, qualsiasi cosa con “verità” si possa intendere, ma con l’obiettivo – centrato – della massima plausibilità. Identico metodo investigativo, e usiamo la parola “metodo” non a caso, lo ritroviamo ora in “Un uomo solo”. Se però “La seduta spiritica” era un libro di fatti, certificati e ricostruiti, “Un uomo solo” è, qui sta la differenza, un libro di interiorità. Iovane indaga stavolta nei territori della mente e più ancora dell’emotività, in primis quelle di Tenco, ma in seconda battuta anche quelle di chi gli stava accanto e intorno, dall’amante e partner a Sanremo Dalida in giù.

Ne esce il ritratto di un uomo solo, sì; ma sarà bene soffermarsi sulla definizione e sui significati che da essa possono discendere. “Solo” inteso come unico? Certo: Tenco è una voce fuori dal coro, in senso concreto e metaforico, i colleghi cantano di guerre in terre lontane, e lui dice che bisognerebbe concentrarsi sulla realtà italiana, che da noi i problemi non mancano mica, tra affarismo, corruzione, «burocrazia bestiale». A mancare semmai, sostiene Tenco, è una legge sul divorzio, ecco un tema su cui bisognerebbe scrivere canzoni, altro che Gigliola Cinquetti, «la retorica personificata». “Solo” inteso come solitario? Certo: ma qui la questione già si complica, perché a prescindere da come Tenco è per davvero, è così che lo dipingono, lo bollano come uno “difficile”, in quanto persona e in quanto artista, e lui non gradisce. “Solo” da intendersi come singolo? Qui la questione si complica del tutto. Perché Tenco, e sul punto Iovane insiste e risulta efficace in particolar modo, è come scisso in due. Tra il voler essere altro rispetto al panorama della musica nazionale e il voler comunque raggiungere il pubblico più vasto e meno attento, ad esempio. O tra la fidanzata Valeria e Dalida. Ma Tenco è scisso in due anche all’interno del libro, come sottolinea un’intera pagina grigia che separa il prima dal dopo. Ed è con il dopo che comincia un’altra storia assurda, assurda e tipicamente italiana.

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