Andrea Frailis: «Quarant’anni in video tra Maradona, Cossiga e le leccate del cavallo»
di Alessandro Pirina
Il volto storico di Videolina oggi parlamentare si racconta «Da bambino volevo diventare giornalista tv e deputato»
5 MINUTI DI LETTURA
Per i sardi è uno di famiglia, per oltre 40 anni è entrato nelle loro case, con la sua parlantina veloce e l’immancabile fazzoletto nel taschino. Quasi più popolare di Vespa, più maratone di diretta di Mentana, Andrea Frailis è il simbolo del giornalismo televisivo isolano. Addirittura all’esame di Stato si studia il caso Frailis, perché è stato il primo anchorman italiano ad avere svolto l’intero praticantato in una tv privata. Appunto Videolina, dove ha vissuto tutta la sua vita professionale. In pensione dal 2017, è oggi parlamentare, che, racconta, era l’altro suo sogno da ragazzino. «Fin dalla tenera età volevo fare il giornalista tv e il deputato. Ora posso chiudere gli occhi».
Frailis, come inizia la sua avventura a Videolina?
«Io volevo fare il giornalista tv e cercavo qualche aggancio per entrare a Videolina, fondata l’anno prima. Non conoscevo nessuno di questi signori, ma a un certo punto Nicola Grauso sposta la sede della sua tv in un appartamento di mia cugina. Il 6 settembre 1976 alle 15 suono il campanello, mi apre Grauso e mi presento. Avevo 20 anni».
Il primo servizio?
«Mi mandarono a intervistare Paolo Racugno, nazionale di equitazione, all’Ippodromo di Cagliari. Per tutta l’intervista il suo cavallo mi leccava il collo».
La tv privata era agli albori.
«Non c’era nulla di strutturato, organico. Ma era una tv meravigliosa, ingenua, pionieristica. Ricordo i tg letti con un faro da camion che illuminava la sala. E con la paura che da un momento all’altro entrasse la polizia postale e spegnesse tutto».
Dal primo servizio alla lettura del tg passò poco tempo.
«Sì, iniziai subito. E ho continuato fino al 2017. Ho sempre lavorato per il gruppo, tranne una parentesi di un anno e mezzo, nel 1997, quando feci l’addetto stampa del Cagliari Calcio».
Qual era il vostro modello?
«Ai tempi non sapevamo bene cosa fare, ma sapevamo benissimo cosa non fare. E cioè il modello Rai, informazione troppo paludata. E così siamo andati dentro il territorio, dentro la gente. È stato il nostro successo. Con me c’era Giacomo Serreli: è arrivato un mese prima di me e siamo andati in pensione lo stesso giorno. È come un fratello».
Quando ha capito che la tv le stava dando popolarità?
«Quando per la strada la gente iniziava a riconoscermi. Ancora oggi, se passeggio per Cagliari, sento “cussu de Videolina”, mica “s’onorevole”. Stavamo entrando nel cuore della gente e dei problemi. Ero piccoletto, viso imberbe, sembravo più giovane e avevo il problema di dare autorevolezza al mio lavoro. Ma con la professionalità ci siamo costruiti un mestiere e abbiamo aperto la strada a tanti venuti dopo di noi».
Nei primi anni ’80 il boom delle tv private. Videolina poteva contare anche sul Cagliari, i cartoni e le telenovele, su tutte “Anche i ricchi piangono”.
«Ricordo l’ingenuità di un mio parente, che mi telefonò con la preghiera di potergli presentare Veronica Castro. Per non farlo rimanere male mi scusai: “attualmente è fuori sede”».
Erano anche gli anni della collaborazione tra Maurizio Costanzo e Videolina.
«Ho un ricordo straordinario di Costanzo, io gli facevo un po’ da spalla nelle maratone elettorali. Un professionista incredibile, infaticabile. Arrivava a Cagliari il giorno prima della diretta, andavamo a prenderlo all’aeroporto e poi a cena. Io preparavo il dossier sugli ospiti con indicati amici e nemici di quel personaggio. La notte lui lo studiava e l’indomani ne sapeva più di me».
Oltre 40 anni di tg: le emozioni più grandi?
«Le dividiamo tra sportive e non. Tra le prime l’intervista a Maradona dopo Cagliari-Napoli di Coppa Italia: un personaggio straordinario. Tra le altre l’intervista che mi concesse il presidente Cossiga all’indomani delle dimissioni. Riuscii a contattarlo e mi diede appuntamento in un paese in cui doveva fare da testimone a un figlioccio che si sposava. Fu una intervista lunghissima, mezz’ora. E poi le mie trasmissioni: “Col senno di poi”, con cui vinsi il Premio Saint Vincent. E l’altra mia grande passione: le dirette. Da Sant’Efisio alla Cavalcata, al Redentore».
Le manca la tv?
«Mi manca certamente, è stata la mia famiglia. Ancora oggi considero Videolina casa mia».
Dopo la pensione il Parlamento. Quando nasce la passione per la politica?
«Al liceo. La mia prima tessera della Fgci nel 1973, poi l’iscrizione al Pci. Ma quando ho iniziato a fare il giornalista non ho mai più preso tessere per correttezza nei confronti di chi mi guardava in tv. E per 40 anni mi sono occupato di politica senza che nessuno mi accusasse di essere di parte. Mi capitava di intervistare Andreotti, Craxi, Martelli. Poi Almirante, che apprezzò il mio modo di lavorare. E ogni volta che tornava a Cagliari chiedeva di me. Un premio alla mia onestà».
Nel 2019 la vittoria a sorpresa alle suppletive di Cagliari.
«Arrivò una telefonata del segretario del Pd, Emanuele Cani. Io dissi: “non ci penso neanche”. A farmi cambiare idea è stata la spinta di mia moglie Patrizia e di mia figlia Giulia: “che cosa hai da perdere?”».
Le più grandi emozioni di questi tre anni?
«L’elezione del presidente della Repubblica è stata la palestra politica più importante. Tra i primi argomenti di cui mi sono interessato quello della vedova di un marinaio sfrattata per problemi burocratici. Sono riuscito a farle riavere l’alloggio e il grazie di quella donna e di suo figlio sono stati la medaglia più grande».
In base alle dichiarazioni dei redditi è risultato essere il parlamentare sardo più ricco.
«Io denuncio tutto fino all’ultimo centesimo. Ho una casa di proprietà che era di mia suocera e un monolocale a Villasimius. E in più ho la pensione. Mi ha sorpreso moltissimo essere primo in classifica, pensavo di avere colleghi più ricchi di me».
In tv come alla Camera, è conosciuto per il suo stile: dica la verità, ha un sarto di fiducia?
«Non la moda, ma lo stile maschile è un’altra mia mania. A farmi gli abiti è un sarto che sta accanto alla chiesa di Sant’Anna a Stampace. C’è da sfatare un mito: non è vero che per gli abiti su misura si spende di più. A me piace che il mio sarto mi rimetta in taglio alcuni abiti, anche vecchi di 30 anni. Il riuso è un’altra mia mania. Ma sempre con la pochette bianca nel taschino».
Frailis, come inizia la sua avventura a Videolina?
«Io volevo fare il giornalista tv e cercavo qualche aggancio per entrare a Videolina, fondata l’anno prima. Non conoscevo nessuno di questi signori, ma a un certo punto Nicola Grauso sposta la sede della sua tv in un appartamento di mia cugina. Il 6 settembre 1976 alle 15 suono il campanello, mi apre Grauso e mi presento. Avevo 20 anni».
Il primo servizio?
«Mi mandarono a intervistare Paolo Racugno, nazionale di equitazione, all’Ippodromo di Cagliari. Per tutta l’intervista il suo cavallo mi leccava il collo».
La tv privata era agli albori.
«Non c’era nulla di strutturato, organico. Ma era una tv meravigliosa, ingenua, pionieristica. Ricordo i tg letti con un faro da camion che illuminava la sala. E con la paura che da un momento all’altro entrasse la polizia postale e spegnesse tutto».
Dal primo servizio alla lettura del tg passò poco tempo.
«Sì, iniziai subito. E ho continuato fino al 2017. Ho sempre lavorato per il gruppo, tranne una parentesi di un anno e mezzo, nel 1997, quando feci l’addetto stampa del Cagliari Calcio».
Qual era il vostro modello?
«Ai tempi non sapevamo bene cosa fare, ma sapevamo benissimo cosa non fare. E cioè il modello Rai, informazione troppo paludata. E così siamo andati dentro il territorio, dentro la gente. È stato il nostro successo. Con me c’era Giacomo Serreli: è arrivato un mese prima di me e siamo andati in pensione lo stesso giorno. È come un fratello».
Quando ha capito che la tv le stava dando popolarità?
«Quando per la strada la gente iniziava a riconoscermi. Ancora oggi, se passeggio per Cagliari, sento “cussu de Videolina”, mica “s’onorevole”. Stavamo entrando nel cuore della gente e dei problemi. Ero piccoletto, viso imberbe, sembravo più giovane e avevo il problema di dare autorevolezza al mio lavoro. Ma con la professionalità ci siamo costruiti un mestiere e abbiamo aperto la strada a tanti venuti dopo di noi».
Nei primi anni ’80 il boom delle tv private. Videolina poteva contare anche sul Cagliari, i cartoni e le telenovele, su tutte “Anche i ricchi piangono”.
«Ricordo l’ingenuità di un mio parente, che mi telefonò con la preghiera di potergli presentare Veronica Castro. Per non farlo rimanere male mi scusai: “attualmente è fuori sede”».
Erano anche gli anni della collaborazione tra Maurizio Costanzo e Videolina.
«Ho un ricordo straordinario di Costanzo, io gli facevo un po’ da spalla nelle maratone elettorali. Un professionista incredibile, infaticabile. Arrivava a Cagliari il giorno prima della diretta, andavamo a prenderlo all’aeroporto e poi a cena. Io preparavo il dossier sugli ospiti con indicati amici e nemici di quel personaggio. La notte lui lo studiava e l’indomani ne sapeva più di me».
Oltre 40 anni di tg: le emozioni più grandi?
«Le dividiamo tra sportive e non. Tra le prime l’intervista a Maradona dopo Cagliari-Napoli di Coppa Italia: un personaggio straordinario. Tra le altre l’intervista che mi concesse il presidente Cossiga all’indomani delle dimissioni. Riuscii a contattarlo e mi diede appuntamento in un paese in cui doveva fare da testimone a un figlioccio che si sposava. Fu una intervista lunghissima, mezz’ora. E poi le mie trasmissioni: “Col senno di poi”, con cui vinsi il Premio Saint Vincent. E l’altra mia grande passione: le dirette. Da Sant’Efisio alla Cavalcata, al Redentore».
Le manca la tv?
«Mi manca certamente, è stata la mia famiglia. Ancora oggi considero Videolina casa mia».
Dopo la pensione il Parlamento. Quando nasce la passione per la politica?
«Al liceo. La mia prima tessera della Fgci nel 1973, poi l’iscrizione al Pci. Ma quando ho iniziato a fare il giornalista non ho mai più preso tessere per correttezza nei confronti di chi mi guardava in tv. E per 40 anni mi sono occupato di politica senza che nessuno mi accusasse di essere di parte. Mi capitava di intervistare Andreotti, Craxi, Martelli. Poi Almirante, che apprezzò il mio modo di lavorare. E ogni volta che tornava a Cagliari chiedeva di me. Un premio alla mia onestà».
Nel 2019 la vittoria a sorpresa alle suppletive di Cagliari.
«Arrivò una telefonata del segretario del Pd, Emanuele Cani. Io dissi: “non ci penso neanche”. A farmi cambiare idea è stata la spinta di mia moglie Patrizia e di mia figlia Giulia: “che cosa hai da perdere?”».
Le più grandi emozioni di questi tre anni?
«L’elezione del presidente della Repubblica è stata la palestra politica più importante. Tra i primi argomenti di cui mi sono interessato quello della vedova di un marinaio sfrattata per problemi burocratici. Sono riuscito a farle riavere l’alloggio e il grazie di quella donna e di suo figlio sono stati la medaglia più grande».
In base alle dichiarazioni dei redditi è risultato essere il parlamentare sardo più ricco.
«Io denuncio tutto fino all’ultimo centesimo. Ho una casa di proprietà che era di mia suocera e un monolocale a Villasimius. E in più ho la pensione. Mi ha sorpreso moltissimo essere primo in classifica, pensavo di avere colleghi più ricchi di me».
In tv come alla Camera, è conosciuto per il suo stile: dica la verità, ha un sarto di fiducia?
«Non la moda, ma lo stile maschile è un’altra mia mania. A farmi gli abiti è un sarto che sta accanto alla chiesa di Sant’Anna a Stampace. C’è da sfatare un mito: non è vero che per gli abiti su misura si spende di più. A me piace che il mio sarto mi rimetta in taglio alcuni abiti, anche vecchi di 30 anni. Il riuso è un’altra mia mania. Ma sempre con la pochette bianca nel taschino».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
