LETTERATURA
Rileggere Arancia Meccanica e la sua strana lingua nadsat per capire un genio beffardo
segue da pagina 23 Che con il pretesto di garantire l’ordine sociale i governi potessero ridurre i cittadini a elementi biologici (“Arancia”) che rispondevano a impulsi comandati (“meccanica”), come...
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segue da pagina 23
Che con il pretesto di garantire l’ordine sociale i governi potessero ridurre i cittadini a elementi biologici (“Arancia”) che rispondevano a impulsi comandati (“meccanica”), come succede al protagonista Alex sottoposto alla Cura Ludovico, era per lui il peggiore degli scenari immaginabili.
Ma un piacere è anche ritrovare un romanzo la cui architettura – ventuno capitoli equamente divisi in tre sezioni – che, piacciano o non piacciano le ragioni, ha una precisa valenza. A chi sostiene che il racconto si sarebbe dovuto fermare al ventesimo capitolo, con Alex che “guarisce” dalla Cura Ludovico e torna il delinquente sadico che era in precedenza, si può ribattere con quanto l’autore sosteneva ancora nel 1986 circa l’importanza di quel ventunesimo capitolo, che ci consegna un Alex desideroso di passare oltre e mettere su famiglia.
Ventuno infatti, scriveva l’autore, «è, o era, il simbolo della maturità per l’uomo, dato che a ventuno anni si acquista il diritto di voto e si assumono le responsabilità degli adulti. (…) Non ha nessun senso scrivere un romanzo se non puoi mostrare la possibilità di una trasformazione morale, o lo sviluppo di una maggiore saggezza, nel tuo personaggio principale e negli altri personaggi». Ecco che le parole di Martin Amis nella prefazione («Sembra una sconvolgente perdita di coraggio da parte di Burgess o la recrudescenza di un flagellante senso di colpa religioso»), più che sorpresi, lasciano amaramente stupefatti. E non sono le uniche. Perché Amis sostiene anche che la lingua di “Arancia meccanica” sarebbe «una mescolanza infallibilmente deliziosa di russo, romanì e slang giovanile» – il riferimento al romanì è davvero incomprensibile –, e poi che Burgess sarebbe un tipo di romanziere «interessato, soprattutto, a giocare con le parole». E non c’è niente di più sbagliato e ingiusto. Perché il nadsat, la lingua inventata da Burgess per connotare nel romanzo i giovani sul piano espressivo, è un mezzo per veicolare alcuni dei temi cardine dell’opera, mai il fine o l’aspetto essenziale. Ricca di intuizioni con cui Burgess crea degli stupefacenti incroci tra inglese e russo, i due idiomi che ne stanno alla base, questa lingua è di fatto intraducibile. Leggere “Arancia meccanica” in una qualsiasi versione che non sia l’originale significa leggere altro. La storia è la stessa, ma l’opera nel suo complesso no. Rispetto alla Bossi, e al di là dei singoli casi, Rossari ha deciso per una via più conservativa, e quindi più impervia, ma c’è da ringraziarlo perché ha così preservato lo spirito con il quale Burgess aveva ideato il nadsat: portarci – costringerci – a capire da noi avanzando ipotesi, usando il contesto, istituendo collegamenti tra vocaboli, espressioni, episodi narrativi.
In sostanza, Burgess aveva fatto sì che il nadsat fosse per noi lettori l’equivalente di ciò che la Cura Ludovico è per Alex. Un ulteriore, e beffardo, colpo di genio.
Che con il pretesto di garantire l’ordine sociale i governi potessero ridurre i cittadini a elementi biologici (“Arancia”) che rispondevano a impulsi comandati (“meccanica”), come succede al protagonista Alex sottoposto alla Cura Ludovico, era per lui il peggiore degli scenari immaginabili.
Ma un piacere è anche ritrovare un romanzo la cui architettura – ventuno capitoli equamente divisi in tre sezioni – che, piacciano o non piacciano le ragioni, ha una precisa valenza. A chi sostiene che il racconto si sarebbe dovuto fermare al ventesimo capitolo, con Alex che “guarisce” dalla Cura Ludovico e torna il delinquente sadico che era in precedenza, si può ribattere con quanto l’autore sosteneva ancora nel 1986 circa l’importanza di quel ventunesimo capitolo, che ci consegna un Alex desideroso di passare oltre e mettere su famiglia.
Ventuno infatti, scriveva l’autore, «è, o era, il simbolo della maturità per l’uomo, dato che a ventuno anni si acquista il diritto di voto e si assumono le responsabilità degli adulti. (…) Non ha nessun senso scrivere un romanzo se non puoi mostrare la possibilità di una trasformazione morale, o lo sviluppo di una maggiore saggezza, nel tuo personaggio principale e negli altri personaggi». Ecco che le parole di Martin Amis nella prefazione («Sembra una sconvolgente perdita di coraggio da parte di Burgess o la recrudescenza di un flagellante senso di colpa religioso»), più che sorpresi, lasciano amaramente stupefatti. E non sono le uniche. Perché Amis sostiene anche che la lingua di “Arancia meccanica” sarebbe «una mescolanza infallibilmente deliziosa di russo, romanì e slang giovanile» – il riferimento al romanì è davvero incomprensibile –, e poi che Burgess sarebbe un tipo di romanziere «interessato, soprattutto, a giocare con le parole». E non c’è niente di più sbagliato e ingiusto. Perché il nadsat, la lingua inventata da Burgess per connotare nel romanzo i giovani sul piano espressivo, è un mezzo per veicolare alcuni dei temi cardine dell’opera, mai il fine o l’aspetto essenziale. Ricca di intuizioni con cui Burgess crea degli stupefacenti incroci tra inglese e russo, i due idiomi che ne stanno alla base, questa lingua è di fatto intraducibile. Leggere “Arancia meccanica” in una qualsiasi versione che non sia l’originale significa leggere altro. La storia è la stessa, ma l’opera nel suo complesso no. Rispetto alla Bossi, e al di là dei singoli casi, Rossari ha deciso per una via più conservativa, e quindi più impervia, ma c’è da ringraziarlo perché ha così preservato lo spirito con il quale Burgess aveva ideato il nadsat: portarci – costringerci – a capire da noi avanzando ipotesi, usando il contesto, istituendo collegamenti tra vocaboli, espressioni, episodi narrativi.
In sostanza, Burgess aveva fatto sì che il nadsat fosse per noi lettori l’equivalente di ciò che la Cura Ludovico è per Alex. Un ulteriore, e beffardo, colpo di genio.
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