Il lockdown da quel 9 marzo: l’ansia e la dura lotta al Covid
di EUGENIA TOGNOTTI
Le lezioni da ricordare: un Paese in quarantena e la capacità di salvarsi
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Sembra lontano anni luce quel 9 marzo di due anni fa in cui l’irruzione del Covid-19 portò il governo Conte a decretare il lockdown che ha segnato un drammatico spartiacque tra il “prima” e il “dopo”. Lo avremmo sicuramente ricordato e raccontato, da vari angoli di osservazione.
Non solo memoria. Quell’anniversario – come stanno facendo molti giornali intorno al mondo – se non fossimo frastornati dalla sanguinosa guerra che continua in Ucraina, da cui ci arrivano – attraverso la Tv – immagini che artigliano il cuore. Dai profughi in fuga tra le bombe su malagevoli strade innevate e ponti dissestati, ai bambini piangenti in braccio alle madri, ai vecchi trasportati a braccia dai figli, come Anchise salvato da Enea che scappa, da Troia in fiamme assediata dai Greci. Pure, mentre combattiamo ancora contro il virus, ricordare quei giorni non è solo un esercizio di memoria. Soprattutto se possiamo trarne indicazioni per il futuro, tenendo presente che dal passato possiamo imparare.
Quel 9 marzo di due anni fa, un nuovo “Dcpm” – acronimo di Decreto del presidente del consiglio dei ministri – estendeva a tutto il territorio nazionale le misure urgenti di contenimento del contagio, già adottate per alcune regioni dove il virus Covid-19 – non ancora battezzato col nome di Sars-CoV- 2 – aveva cominciato a galoppare, a cominciare dalla Lombardia, uno dei “loca infesta” d’Italia. Prevedeva, tra l’altro, il divieto di spostamenti nelle persone fisiche in entrata e in uscita, nonché all'interno dei territori, ad eccezione di quelli giustificati da comprovate esigenze lavorative, situazioni di necessità o spostamenti per motivi di salute.
L’isola sigillata. Le misure di contenimento – adottate sulla base delle informazioni e delle basi scientifiche disponibili allora – unificavano l’Italia: “La Sardegna sigillata” è il titolo a caratteri cubitale della prima pagina della Nuova Sardegna del 9 marzo, che annunciava già, dalla foto del gazebo davanti al pronto soccorso dell’ospedale di Sassari, il tremendo urto della pandemia sugli ospedali, con tutte le implicazioni che conosciamo. È in quei giorni – nel passaggio dal caos sulla bozza del primo decreto governativo all’emanazione di quello successivo con l’estensione della zona rossa a tutta Italia – che si mette in moto l’imponente esodo verso la Sardegna di migliaia di persone in fuga, in particolare dalla Lombardia, la regione più colpita dal coronavirus (7280 casi, 3852 ricoverati). Nell’isola, dove la vera emergenza non era ancora iniziata, le porte sono ancora aperte. Né hanno la forza e il potere dissuasivo delle milizie armate – disposte sulle coste dal Magistrato di Sanità durante il colera del 1835 – i poteri in materia sanitaria del governatore della Regione. Che, in un’ordinanza stabilisce che le persone in arrivo nell’isola dalle zone rosse o da quelle confinanti, devono essere sottoposte alla quarantena obbligatoria.
Il 10 marzo, uno degli innumerevoli Dcpm – che avrebbero scandito il tempo della pandemia – appare sulla Gazzetta ufficiale.
A quel punto la stragrande maggioranza degli italiani è in quarantena, un termine che emergeva da un passato, dimenticato, di epidemie/pandemie in cui quella misura – insieme all’isolamento – era stata la pietra angolare delle risposte istituzionali organizzate ai focolai di malattie infettive, dalla peste nera nel XIV secolo al colera alla pandemia di Spagnola del 1918.
Il mondo cambiato. Si tornerà distesamente, negli anni a venire, a quei terribili giorni di marzo di due anni fa, in cui gran parte delle nostre certezze si sono frantumate. E ci sarà modo di riflettere, sui tanti fenomeni che la pandemia è stata capace di originare, sui modi di vivere, sui comportamenti, le reazioni, la capacità di adattamento, tra ansie e paure, delle comunità locali ad una situazione globale in rapida evoluzione.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non solo memoria. Quell’anniversario – come stanno facendo molti giornali intorno al mondo – se non fossimo frastornati dalla sanguinosa guerra che continua in Ucraina, da cui ci arrivano – attraverso la Tv – immagini che artigliano il cuore. Dai profughi in fuga tra le bombe su malagevoli strade innevate e ponti dissestati, ai bambini piangenti in braccio alle madri, ai vecchi trasportati a braccia dai figli, come Anchise salvato da Enea che scappa, da Troia in fiamme assediata dai Greci. Pure, mentre combattiamo ancora contro il virus, ricordare quei giorni non è solo un esercizio di memoria. Soprattutto se possiamo trarne indicazioni per il futuro, tenendo presente che dal passato possiamo imparare.
Quel 9 marzo di due anni fa, un nuovo “Dcpm” – acronimo di Decreto del presidente del consiglio dei ministri – estendeva a tutto il territorio nazionale le misure urgenti di contenimento del contagio, già adottate per alcune regioni dove il virus Covid-19 – non ancora battezzato col nome di Sars-CoV- 2 – aveva cominciato a galoppare, a cominciare dalla Lombardia, uno dei “loca infesta” d’Italia. Prevedeva, tra l’altro, il divieto di spostamenti nelle persone fisiche in entrata e in uscita, nonché all'interno dei territori, ad eccezione di quelli giustificati da comprovate esigenze lavorative, situazioni di necessità o spostamenti per motivi di salute.
L’isola sigillata. Le misure di contenimento – adottate sulla base delle informazioni e delle basi scientifiche disponibili allora – unificavano l’Italia: “La Sardegna sigillata” è il titolo a caratteri cubitale della prima pagina della Nuova Sardegna del 9 marzo, che annunciava già, dalla foto del gazebo davanti al pronto soccorso dell’ospedale di Sassari, il tremendo urto della pandemia sugli ospedali, con tutte le implicazioni che conosciamo. È in quei giorni – nel passaggio dal caos sulla bozza del primo decreto governativo all’emanazione di quello successivo con l’estensione della zona rossa a tutta Italia – che si mette in moto l’imponente esodo verso la Sardegna di migliaia di persone in fuga, in particolare dalla Lombardia, la regione più colpita dal coronavirus (7280 casi, 3852 ricoverati). Nell’isola, dove la vera emergenza non era ancora iniziata, le porte sono ancora aperte. Né hanno la forza e il potere dissuasivo delle milizie armate – disposte sulle coste dal Magistrato di Sanità durante il colera del 1835 – i poteri in materia sanitaria del governatore della Regione. Che, in un’ordinanza stabilisce che le persone in arrivo nell’isola dalle zone rosse o da quelle confinanti, devono essere sottoposte alla quarantena obbligatoria.
Il 10 marzo, uno degli innumerevoli Dcpm – che avrebbero scandito il tempo della pandemia – appare sulla Gazzetta ufficiale.
A quel punto la stragrande maggioranza degli italiani è in quarantena, un termine che emergeva da un passato, dimenticato, di epidemie/pandemie in cui quella misura – insieme all’isolamento – era stata la pietra angolare delle risposte istituzionali organizzate ai focolai di malattie infettive, dalla peste nera nel XIV secolo al colera alla pandemia di Spagnola del 1918.
Il mondo cambiato. Si tornerà distesamente, negli anni a venire, a quei terribili giorni di marzo di due anni fa, in cui gran parte delle nostre certezze si sono frantumate. E ci sarà modo di riflettere, sui tanti fenomeni che la pandemia è stata capace di originare, sui modi di vivere, sui comportamenti, le reazioni, la capacità di adattamento, tra ansie e paure, delle comunità locali ad una situazione globale in rapida evoluzione.
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