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“Niente di vero”di Raimo: arrivare fino in fondo

“Niente di vero”di Raimo: arrivare fino in fondo

Una storia autobiografica con una prima parte in cui ci si chiede perché si sta ancora leggendo, ma un avvenimento riporta profondità e interesse 

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Ricorrendo a un termine purtroppo entrato nell’uso comune, e che per giunta dall’uso è già scivolato nell’abuso, la si definirebbe “divisiva”. Per i lettori cosiddetti forti, quelli che leggono con sistematicità, è la questione divisiva per eccellenza: che fare davanti a un brutto libro? Resistere e arrivare alla conclusione o passare ad altro (ad altro libro, o ad altro in generale)? Le variabili per la risposta sono innumerevoli: dall’età («Non voglio sprecare il tempo che mi resta con qualcosa che non mi piace») alla speranza mista a fiducia incondizionata nel genere autoriale («Magari all’ultimo cambia tutto, chissà che mi potrei perdere»).

Fino a un certo punto della sua lunghezza, la domanda la suscita anche “Niente di vero” di Veronica Raimo (Einaudi, 172 pagine, 18 euro), al cui centro stanno la protagonista Veronica Raimo, che racconta in prima persona rievocando il passato lontano e quello più prossimo, e la sua famiglia, che appartiene al tipo di famiglie in cui la bizzarria dei caratteri prende le forme della consuetudine: e si arriva presto a un momento nel quale inevitabilmente ci si chiede perché si sta ancora leggendo il libro.

Le vicende infatti paiono di nessun particolare interesse, anche perché non offrono troppe sponde con gli avvenimenti collettivi che uno potrebbe riconoscere come propri, e la vena ironica, insistita di paragrafo in paragrafo, non è brillante a sufficienza da far sorvolare sul contenuto. In termini più diretti: «Dei soprannomi di questa Veronica, del fratello che forse è un genio, del padre che dà l’impressione di essere sempre arrabbiato, della madre depressa e ansiosa, ecco, di ciò, che mi può mai importare?» La risposta rischia di essere la stessa che originava un libro per qualche verso simile a questo, “La più amata” di Teresa Ciabatti: niente.

Possibile che tutto si riduca al fatto che la materia dovrebbe essere autobiografica, cioè che possiamo spiare i casi narrati come faremmo attraverso una serratura, e che forse così conosciamo i casi di chi li ha ispirati nell’esistenza quotidiana? A tirar le somme, potrebbe venire da abbandonare “Niente di vero” dove capita e procedere oltre: ma sarebbe un errore, e grande. Perché più di un campanello si agita via via nella testa del lettore disposto all’attenzione, il secondo dei quali trilla nelle pagine dedicate al rapporto tra la protagonista e il padre, specie in quelle che del padre raccontano la malattia. Lo stile smarrisce ogni traccia di ironia, si fa essenziale, e la sua secchezza, con il dolore che fa emergere, risplende per contrasto proprio in virtù di quanto precedeva. Pochi tratti, e c’è tutto quel che deve esserci: che è il complimento migliore che si può fare a uno scrittore, a maggior ragione se affronta un tema come la morte di un genitore. E poi più avanti, soprattutto, la Raimo mina dichiaratamente l’artificio narrativo della scrittura che si dice autobiografica, e ci riflette su passo dopo passo: e mentre la (eventuale) dimensione diaristica in quanto tale perde qualsiasi interesse, l’opera acquista profondità. Del resto, il primo campanello, pur timido, aveva trillato con il titolo: perché «Niente di vero» equivale a niente di Vero. Non c’è niente di Veronica Raimo in questo libro che ha per protagonista Veronica Raimo. Un libro che, si sarà capito, pretende e merita che lo si conduca a termine: con la dovuta attenzione, e ripagherà di conseguenza.

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