La Nuova Sardegna

Alla ricerca della felicità... virtuale

di Matteo Porru
Alla ricerca della felicità... virtuale

Non solo il futuristico progetto di Zuckerberg, ma un mondo parallelo al reale che fa riflettere

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Ci mancava Meta. Anzi, il metaverso, il grande progetto di Mark Zuckerberg, che aspira a diventare un Dio in terra o un demiurgo moderno creando un mondo parallelo e virtuale costruito sull’intelligenza artificiale e su ideali da filantropo che di umano hanno ben poco. Basta un visore per entrarci e una veloce analisi dei primi dati per capire quanto sia distante anni luce da quello che siamo e dal modo in cui viviamo. Ma andiamo con ordine.

Le origini.

È il 1992 e la casa editrice fantascientifica Spectra dà alle stampe “Snow crash”, pietra miliare della letteratura cyberpunk firmata da Neal Stephenson. È fra le pagine di questo libro che incontriamo per la prima volta il termine metaverso (che nasce dall’unione di “meta”, che in greco vuol dire oltre, e “universo”), un’enorme sfera oscura abitata da avatar che possono realizzare qualunque cosa pensino o vogliano fare. L’autore descrive una realtà parallela e classista, dove internet la fa da padre e da padrone. A poco meno di trent’anni di distanza, questa dimensione entra nei videogiochi e nel 2021 migliaia di persone iniziano a lavorarci per conto di Facebook, seguita a rotazione da altri due colossi della tecnologia, Microsoft e Apple.

Le intenzioni.

Mark Zuckerberg, durante un evento di presentazione del metaverso del 24 febbraio scorso, lo ha definito «una versione immersiva di internet». Dalle sue parole, sembra che entrerà a far parte delle nostre vite un paradiso virtuale senza barriere, inclusivo, nel quale privacy e comunità saranno i due grandi valori e la «traduzione istantanea universale» permetterà a tutti di interagire nella propria lingua madre. Grazie a un software chiamato BuilderBot, sarà possibile creare oggetti, ambienti, suoni, proprio come nel romanzo di Stephenson. Uguaglianza, dignità e rispetto saranno gli ideali fondamentali. Si potrà pagare in bitcoin, guardare spettacoli e concerti e studiare nell’esclusiva AI Learning Alliance, una specie di università aperta a tutti gli avatar.

Le somiglianze.

Speriamo che Zuckerberg, oltre ad aver preso un nome da un libro, lo abbia anche letto. Perché lo Snow Crash, nel metaverso di Stephenson, è un metavirus, antichissimo e pericolosissimo, che entra nei computer e nelle teste degli esseri umani, nei software e nei cervelli. E che Hiro, il protagonista della storia, lotta con tutte le sue forze per salvare entrambi i mondi da questa terribile piaga, un virus neurolinguistico che fu bloccato da un dio sumero grazie alla Torre di Babele. Fantascienza a parte, è possibile che il Ceo di Meta abbia sottovalutato i pericoli di questa dimensione? Sì. E le prove ci sono già.

Le molestie.

Diversi casi di molestia sessuale, anche di gruppo, sono stati riferiti dall’azienda. Quello di Nina Jane Patel’s è forse quello più inquietante: appena è entrata nella piattaforma in una sessione di prova, la donna (o meglio, il suo avatar) è stata insultata, violentata e fotografata. L’azienda ha rimediato stabilendo una distanza di sicurezza fra avatar. La differenza fra reale e virtuale, in quella circostanza, per lei è stata impercettibile.

Le compravendite.

Marco Verratti, il noto calciatore del Paris Saint Germain, ha comprato un’isola nel metaverso. È un’isola che non c’è, ma esiste virtualmente. La seconda stella a destra è un visore per la realtà aumentata. Non è l’unico ad aver investito su Meta e non sono poche le aziende che lo hanno fatto, come Nike, e che hanno messo in vendita dei veri e propri oggetti virtuali. In questa dimensione, si paga con Nft e criptovalute. Un altro mondo dove i soldi, però, sono gli stessi. Le conseguenze economiche del metaverso, allo stato attuale, sono del tutto imprevedibili. Ma è lecito chiedersi se varranno di più le cose di là o quelle di qua, quali avranno la priorità, e se questa economia porterà al disastro o alla svalutazione.

L’ubiquità virtuale.

Fisicamente, nella realtà, una persona è a letto. Basta un visore e va a un concerto, a un appuntamento, chiacchiera e interagisce. Ma è distesa e non si è mossa per tutto il tempo. Dice bene, anzi benissimo, Massimo Mantellini sul Post: diventeremmo tutti hikikomori, persone sole che si creano uno spazio tutto loro e non ne escono mai, chiudendosi al mondo vero; e allora sì, sarebbe davvero una distopia.

Le perplessità vicine.

Eric Schmidt, ex Ceo di Google, confessa al New York Times la paura che il metaverso non abbia regole e pensa che «non necessariamente sarà una innovazione positiva per l’umanità». Scettico anche Elon Musk, che teme la trasparenza e l’affidabilità dell’intelligenza artificiale, il dio del metaverso. Le azioni di Meta sono crollate e la società ha perso, finora, dieci miliardi di dollari e per realizzare il metaverso, dicono, ne servono almeno sessanta. In questo mondo virtuale c’è oro che luccica e i conquistadores digitali, con le più grandi aziende del pianeta, stanno andando a cercarlo. Resta solo da capire se è metallo o qualche pixel che si illumina di giallo. Il lato positivo di questa storia è che il metaverso non esiste ancora, che lo stanno studiando, e forse faranno in tempo a lasciar perdere, magari rileggendo la storia di Second Life, o Snow Crash. Se il demiurgo crea per eccesso di amore, Zuckerberg crea per eccesso di ego. La domanda che rimane è: a che pro?



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