1982. I gol di Rossi e l'urlo di Tardelli, il Mundial ci fa ancora esultare dopo 40 anni

La prima pagina della Nuova Sardegna del 12 luglio 1982

Italia-Germania 3-1: la vittoria nella finale di Madrid unisce il Paese e lo fa uscire definitivamente da un decennio cupo. Dopo tanto tempo ci si continua a chiedere: tu dov’eri in quei giorni? "Io - ricorda Francesco Pinna - saltavo su una scrivania alla Nuova Sardegna"

«Io al battesimo vengo, ma se non hai un televisore a colori per vedere la Partita non se ne parla proprio». Il tono è perentorio, non lascia vie d'uscita. Marta ha pochi mesi di vita, una testa di riccioli biondi e gli occhi chiari e allegri. I genitori vogliono festeggiarla nel migliore dei modi, ma chi poteva pensare che il giorno del battesimo coincidesse con la finale Mundial? Poco da scherzare: con pizzette, biscotti e bianchini, tocca comprare anche un bel televisore a colori e prepararsi a soffrire e gioire in compagnia. Una storia minima per introdurre la grande storia popolare. Ci sono date indimenticabili. Date che segnano un'epoca, momenti di svolta. L'Italia, repubblica fondata sul pallone, ha la sua data scolpita nella memoria collettiva.

L'11 luglio del 1982 non è solo nella mente dei milioni di appassionati, ma nei ricordi di tutti. Il mondiale vinto dagli Azzurri in finale contro la Germania (3-1) ha immagini che ti senti appiccicate sulla pelle: il partigiano presidente Sandro Pertini che zompetta felice in tribuna, l'urlo e la corsa di Tardelli dopo un gol meraviglioso, le braccette sollevate di Paolo Rossi hombre del partido che risorge al momento giusto, il capitano Zoff che gioca a scopone con Pertini, Bearzot e Causio sull'aereo presidenziale che torna in Italia, la voce di Martellini che grida Campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo.

Perché quarant'anni dopo il fascino di quell'impresa è intatto? Intanto bisogna capire il contesto. L'Italia (nel senso di nazione) viene da un decennio di stragi e anni di piombo, di austerità economica e terremoti. L'impresa sportiva arriva in un momento in cui la voglia di unirsi, di ritrovarsi assieme, di festeggiare è fortissima. Quell'11 luglio era bollente, si poteva ricordare come il giorno più caldo del secolo. Invece da Carbonia a Tarvisio, da Messina a Ventimiglia è un ingorgo tricolore, mai viste tante bandiere (il costo della stoffa cresce del 350% in una settimana) mai visti così tanti cartelli «regalaci un sogno», mai sentito quel desiderio, anche fisico, di sentirsi capaci, importanti, positivi. E poi vuoi mettere, battere la Germania in finale. Con Spagna e Francia non sarebbe stato lo stesso, con i tedeschi c'è un altro gusto.

Se questo è il contesto, l'altro elemento che alimenta il mito è il percorso. L'Italia (nel senso di squadra) parte malissimo: tre pareggi noiosi e tristi con Polonia, Perù e Camerun. Il turno passato quasi per caso, con un solo gol segnato in più degli africani. Le critiche sono feroci, stampa scatenata ai limiti dell'insulto, addirittura interrogazioni parlamentari. Ma la storia d'Italia, non solo quella sportiva, dice cha da una montagna di macerie può nascere un capolavoro. E il resto del torneo diventa un bellissimo viaggio che mostra la gioia di una nazione e gli astri che tornano a sorridere quando tutto sembrava perso. Una scintilla e il brutto anatroccolo si trasforma in cigno. Le sfide impossibili con Argentina e Brasile si trasformano in trionfi: la squadra decolla, Rossi risorge e diventa il Davide che abbatte tutti i Golia che gli passano davanti, Bearzot non sbaglia nulla. L'Italia (nel senso di nazione) impazzisce d'amore e si fa prendere dall'entusiasmo.

La semifinale con la Polonia e la finale con la Germania sono un crescendo rossiniano, un esplosione di gioia quasi scontata, naturale. In realtà l'Italia (nel senso di squadra) quel mondiale ha cominciato a vincerlo quattro anni prima in Argentina dove giocò il calcio più bello, spettacolare e divertente. Vinsero invece i padroni di casa, per la gioia dei generali al potere. Nell'80 lo scandalo scommesse scosse profondamente l'ambiente, Paolo Rossi fu squalificato per due anni e il calcio italiano era riuscito ad autopunirsi e ad autopulirsi. Ecco perché la vigilia del mondiale di Spagna fu piena di interrogativi, anche sulle reali ambizioni degli azzurri. Ma c'era un elemento di continuità, un punto di forza non facile da individuare: Enzo Bearzot. L'allenatore della porta accanto, l'uomo d'altri tempi con una faccia azteca. Un galantuomo che chiamavano “vecio” già quando aveva 40 anni, una persona perbene che si dimostrò grande condottiero.

Bearzot era un grande appassionato di jazz e raccontò la sua squadra come se fosse un'orchestra: «La batteria dà i tempi di fondo, un po' come il regista che detta le cadenze del gioco, il sax può essere il fantasista, il contrabbasso il libero capace di difendere ma anche di offendere, la tromba è il goleador. Tu devi pensare a creare l'armonia, a far sì che tutti conoscano il loro pezzo di spartito, ma sempre in funzione dell'assolo del solista perché è quello che ti mette i brividi, è quello che ti fa vincere le partite».

Bearzot conosceva l'anima di quella squadra, diede fiducia ai suoi, aspettò Rossi e fu lungimirante. In un memorabile articolo pubblicato qualche giorno dopo la finale, Gianni Mura (scomparso due anni fa, proprio in questi giorni) mise a confronto i giudizi dopo l'inizio disastroso degli azzurri e quelli di qualche settimana dopo. «Bearzot? Non ha mai capito niente di calcio, ha i tic dell'orango. Zoff? A quell'età bisognerebbe avere il coraggio di smettere. Cabrini? Dovrebbe fare il fotomodello, non il terzino. Tardelli? Un fantasma con i nervi sfilacciati. Rossi? E' uno scandalo che gli diano una maglia azzurra». Qualche giorno dopo sugli stessi giornali si leggeva: «Bearzot? È come Pertini, pipa compresa. Non ha sbagliato nulla. Zoff? Leggendario. Grande quercia, riflessi da ragazzino. Tardelli? Un grande, ha schiantato l'Argentina. Rossi? L'Angelo vendicatore».

Già bella vendetta povero Pablito, quante gliene avevano dette. È lui il simbolo di quel mondiale, con quel nome che più italiano non si può. È grazie a lui se a distanza di 40 anni ci si continua a chiedere, ma tu dov'eri in quei giorni? Marta boccheggiava per il caldo nella carrozzina in attesa del battesimo. Io, assunto da qualche mese alla Nuova Sardegna, saltavo su una scrivania di via Porcellana abbracciato al mio collega Daniele Doro. Nel nome di Pablito.

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