La Nuova Sardegna

Don Francesco Alba scompare a Udine, commosso ricordo degli emigrati sardi

Luciano Piras
Don Francesco Alba
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Don Francesco Alba

Fin dal 1982 fece parte del Comitato di presidenza della Lega dei Circoli degli emigrati sardi nell’Italia continentale (o Lega sarda) ora chiamata Fasi

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UDINE. «La Fasi (Federazione delle associazioni sarde in Italia) piange la scomparsa di don Francesco Alba, che ha fatto parte fin dal 1982 del Comitato di presidenza della Lega dei Circoli degli emigrati sardi nell’Italia continentale (o Lega sarda), della quale poi è stato presidente dal maggio 1991 fino al gennaio 1994, fino a quando, cioè, col primo Congresso svoltosi a Roma nel febbraio 1994, la Lega Sarda ha preso la nuova denominazione di Fasi (Federazione delle associazioni sarde in Italia)».

È con queste parole che Bastianino Mossa, presidente della Fasi, ricorda il sacerdote sardo morto venerdì scorso a Udine all’età di 95 anni. «Don Alba ha fatto parte, da marzo 1994 a marzo 1998 – racconta Mossa –, anche del Comitato esecutivo eletto nell’assemblea romana». «Ho avuto modo di lavorare con don Francesco Alba, fondatore dell’Associazione dei circoli Sardi in Friuli Venezia Giulia – ricorda Angelo Curreli, coordinatore dei circoli Fasi del Nordest –. Una persona carismatica, con una visione in prospettiva futura ed una lucidità straordinaria. Sempre improntato ad uno spirito solidaristico e di accoglienza per un’integrazione dei sardi che arrivavano in Friuli Venezia Giulia».

Nato a Villasalto, in provincia di Cagliari, nel 1926, don Alba fu ordinato sacerdote nel 1949 a Iglesias. Svolse servizio in diverse comunità della Diocesi di Cagliari: i primi sei anni di ministero li svolse a Domus de Maria, poi servì per tre anni la comunità di Ballao. Nel 1958 iniziò un breve servizio nella Curia cagliaritana, prima di un nuovo ministero come parroco a Sant’Eusebio, nel capoluogo sardo, dove restò per 11 anni. «In quegli anni si dedicò molto al laicato – va avanti il Mossa –, promuovendo la locale Azione cattolica e istituendo uno dei primi Consigli pastorali parrocchiali. Dopo questo lungo ministero in Sardegna, fu nel 1969 che don Alba strinse il suo legame con la regione Friuli-Venezia Giulia: in quell’anno, infatti, si rese disponibile come cappellano militare, un ruolo che lo portò nell’estremo Nordest d’Italia. Nel 1991, concluso il servizio, restò in Friuli – chiude il presidente della Fasi –, in qualità di collaboratore della parrocchia di San Marco a Udine».

A celebrare il rito funebre, mercoledì 6 aprile alle ore 17 nella chiesa di San Marco, sarà l’arcivescovo monsignor Andrea Bruno Mazzocato.

Riproduciamo qui di seguito una nota di don Francesco Alba del 2020 pubblicata nel volume “La coscienza della propria identità culturale presupposto per la partecipazione degli emigrati alla rinascita della Sardegna: atti del quarto Congresso nazionale della Lega degli emigrati sardi nell’Italia continentale”, Pavia, Aula del Quattrocento dell’Università degli studi, 15-16 novembre 1986 / a cura di Paolo Pulina, Pavia, 2020.

di don Francesco Alba

Il quarto Congresso nazionale della Lega sarda (15-16 novembre 1986) è stato un grande Congresso di svolta, forse il più importante da questo punto di vista. Ha significato il superamento di un territorio geografico, fino ad allora limitato alla Lombardia. Ha realizzato un superamento sotto il profilo culturale nel senso che le associazioni fino a quell’appuntamento congressuale erano caratterizzate da una visione operaistica (si faceva fatica ad accettare che in esse ci fossero come socie le impiegate della Standa… ). Con il Congresso di Pavia la Lega sarda chiede alla Regione Sardegna di non considerare più gli emigrati soltanto come i beneficiari passivi dell’assistenza assicurata dalla legge regionale 10 del 1965 (istitutiva del cosiddetto Fondo sociale) ma di rapportarsi ad essi, superando questa angusta prospettiva, come portatori dei diritti/doveri e delle capacità di essere protagonisti – anche se non più residenti nell’Isola – dello sviluppo della Sardegna. Gli emigrati esprimono la consapevolezza di essere degni di essere inseriti nella vita politica regionale: quindi non più relegati in una funzione dipendente ma in una posizione collaborativa. L’emigrazione vuole lavorare per il superamento della passività (derivante dal rifugiarsi nel bisogno di essere consolati nella nostalgia) e vuole che si tenga conto del ruolo attivo che essa può svolgere se fruisce dell’inclusione – per la parte che le può competere – nel novero dei soggetti che governano i meccanismi decisionali della Regione autonoma della Sardegna. In definitiva, non più richiesta di assistenza ma offerta di collaborazione.

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