Teresa Saponangelo: «Basta ruoli di madre ho voglia di fare altro»
L’attrice consacrata da Sorrentino al Filming festival di Santa Margherita di Pula: «Dalla Spagna proposte migliori. Quanti ricordi all’Asinara nel film di Cabiddu»
Il suo primo film è di quasi 20 anni fa, “Il verificatore” di Stefano Incerti, eppure sembra che il mondo abbia - colpevolmente - scoperto Teresa Saponangelo solo dopo che Sorrentino l’ha voluta nel ruolo di sua madre in “È stata la mano di Dio”. Lei, tarantina doc classe 1973, ne è consapevole e si gode il momento - culminato un mese fa nel David - al Filming festival di Santa Margherita di Pula, in mezzo a star hollywoodiane e colleghi italiani.
Il David: un punto di partenza o di arrivo?
«Può essere l’uno e l’altro. Sicuramente è stata una festa bellissima. Lo volevo ma non me lo aspettavo. Eravamo una bella cinquina, non era così scontato che avrei vinto io».
Quanto è cambiata la sua vita dopo Sorrentino?
«Ora sarà difficile trovare un ruolo altrettanto forte, all’altezza della mamma di Paolo. Un personaggio altrettanto sfaccettato: ironico e drammatico, spiritoso e classico. Non è facile avere un ruolo così. Ora è un momento di studio, ho dimostrato di sapere fare delle cose, ma mi devo confrontare con quello che è il panorama italiano. Ho avuto però delle sorprese dall’estero, dalla Spagna. Uno sguardo diverso, proposte più interessanti. Come se in Italia io ormai dovessi raffigurare sempre il ruolo classico della madre, senza andare oltre quel personaggio...».
Non è forse il problema del cinema italiano, troppo ingabbiato in certi schemi?
«È vero, è questo il problema. Mi è arrivata la proposta di un regista spagnolo...».
Almodovar?
«No, un altro. Mi ha detto: voglio farti fare la donna libera, sensuale. E lo ha deciso guardando il film di Paolo».
Crede che il suo successo sia arrivato troppo tardi?
«In Italia succede spesso così: o arriva troppo presto o troppo tardi. Vale anche per i premi, anche se in questo caso a determinarli sono spesso una coincidenza di cose. Il David spesso coincide con un film visto da tutti. In questa pigrizia di attenzione che viviamo tutti vanno a vedere i film che vedono tutti».
Capitolo Oscar: più forte la gioia della nomination o la delusione della mancata vittoria?
«La gioia della nomination. Paolo ne aveva già vinto uno e “Drive my car” era favorito».
Cosa le ha insegnato la pandemia?
«Mi ha fatto orrore il teatro filmato, tutti quei progetti sulla piattaforma. Non sono una grande fruitrice di serie: in base a tutti i titoli che mi suggeriscono dovrei stare dieci anni davanti alla tv. Dobbiamo avere voglia di tornare a teatro, in sala. Sono reduce dal “Tartufo” di Moliere del regista Jean Bellorini. Siamo stati a Parigi per dieci sere in un teatro di 660 posti. È stato meraviglioso vedere ogni sera 660 persone che prendevano la metro, vedevano lo spettacolo, si incontravano. Questo mi ha insegnato ancora di più il Covid».
Otto anni fa ha girato all’Asinara “La stoffa dei sogni” di Gianfranco Cabiddu.
«Un esperienza unica, vivere in quel luogo di ex carcerazione diventato parco, con gli animali in libertà. E poi un cast bellissimo: il mio adorato Ennio Fantastichini, Rubini, Carpentieri, Di Leva, Musella, Pantaleo. Un film preziosissimo che purtroppo in pochi hanno visto per una non buona distribuzione. Ma la cosa più bella di quella esperienza era che non prendendo internet stavamo tutte le sere tutti insieme intorno alla tavola a parlare, con Carpentieri che faceva il capomastro».
Presto sarà nella serie Rai su Dalla Chiesa nel ruolo della moglie accanto a Sergio Castellitto.
«Per interpretare la moglie del Generale mi è servito fare una chiacchierata con Rita Dalla Chiesa, che mi ha raccontato cose di famiglia. Sorrentino, invece, di sua madre non mi aveva detto quasi niente, in modo da approcciarmi al personaggio in maniera libera. La più grande soddisfazione è stata quando i fratelli di Paolo mi hanno detto: nel film ci hai raccontato tanto di nostra madre».
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