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Intervista con Francesco Montanari: «Le serie mi hanno dato il successo. L’Italia ha snobbato la mia Palma d'oro»

L’attore in autunno tornerà in tv con “Impero”, girata in Sardegna


23 giugno 2022 Alessandro Pirina


Prima del suo “Romanzo criminale” la serialità in tv era circoscritta ai grandi sceneggiati Rai e Mediaset. Ma la serie sulla banda della Magliana ha fatto scoprire anche all’Italia che si può fare del buon cinema anche sul piccolo schermo. Francesco Montanari, in questi giorni in giuria al Figari film fest di Golfo Aranci, è in qualche modo uno dei simboli del riscatto televisivo, tanto da arrivare a vincere con “Il cacciatore”, targato Rai, la prestigiosa Palma d’oro di Cannes per la migliore performance - sia maschile che femminile - in una serie televisiva.

Montanari, è reduce da Narni città teatro, ora si trova al Figari: siamo ancora alla ripartenza post Covid o possiamo parlare di normalità recuperata?
«In questi due anni l’audiovisivo non si è mai fermato. Anzi, per chi sta a casa i contenuti sono cresciuti. Forse più in quantità che in qualità. Quanto allo spettacolo dal vivo, questo è un momento molto fruttifero, una grande opportunità da sfruttare per non deludere il pubblico. Il Covid è stata una parentesi della nostra vita con cui dovremo continuare a fare i conti, ma ora guardiamo avanti».

Giurato a Golfo Aranci: cosa piace al Montanari spettatore?
«A me piace l’umanità. Io voglio vedere esperienze, al di là del film: quella è la conseguenza. Mi piacciono le storie dure, difficili da digerire, quelle che ti arrivano dritte al cuore. Insomma, quelle che voglio fare io da operatore del settore».

Quest’anno cosa l’ha colpita al cinema o in tv?
«Tante cose le ho apprezzate, altre meno. Non mi va di fare nomi, perché non c’è nessuna che mi ha preso più di altre».

Sono passati 14 anni da Romanzo criminale: cosa prova quando ancora la chiamano il Libanese?
«In realtà, ormai non succede più, per tutti sono Francesco. Però mi fa piacere essere arrivato al pubblico con il mio lavoro».

“Romanzo criminale” ha cambiato la serialità italiana: vi rendevate conto che eravate protagonisti di una rivoluzione?
«Eravamo consapevoli della qualità del prodotto, ma mai avremmo immaginato che sarebbe scattato un processo culturale. Siamo stati dei pionieri e non possiamo che esserne fieri».

Nei Medici si è misurato in una serie internazionale al fianco di grandi star come Dustin Hoffman: ci sono differenze con le produzioni italiane?
«Più di budget che di altro. Quando sai che la fruizione sarà mondiale è normale che ci sia un investimento maggiore. Quanto al resto, posso dire che noi italiani siamo dei grandi lavoratori e non vedo differenze latenti. Anzi...».

Nella sua carriera la tv ha un ruolo molto importante: con “Il cacciatore” - di cui ha girato anche un episodio ad Alghero - ha vinto la Palma d’oro a Cannes. Un premio di cui, però, in Italia si è parlato poco, non crede?
«”Il cacciatore” io lo porto nel cuore, è stato un lavoro molto proficuo e il premio ottenuto a Cannes ha sancito un lavoro di tutti. È vero che l’ho ricevuto io come migliore attore, ma questo avviene perché c’è un prodotto che ti sostiene. In Italia, purtroppo è così, se ne è parlato poco, ma questo perché noi italiani abbiamo il grande difetto di seguire le mode. Se una cosa la fanno altri, allora viene sdoganata e noi li seguiamo. Se invece noi siamo i primi la cosa viene sminuita e nessuno ne parla».

Fosse stato un premio per il cinema sarebbe stato diverso?
«L’industria oggi è molto più proficua sulla serialità televisiva. Io so solo che ho vinto la Palma d’oro nella prima edizione di Cannesséries, forse doveva essere la 70esima per fare sì che se ne parlasse. Fosse successo altrove tutti ne avrebbero scritto, in America non smetterebbero di sottolinearlo a distanza di anni. Da noi invece la cosa è passata in sordina. Non faccio questo discorso solo perché ho vinto io, ma perché un attore italiano si è imposto - a torto o a ragione - su altre 14 serie straniere giganti e in Italia nessuno lo ha voluto comunicare con orgoglio».

La sua prossima serie, “Impero”, in autunno su Sky, è stata in parte girata in Sardegna.
«Abbiamo girato nella zona di Porto Cervo. È una serie sulla procura del calcio, ci siamo io, Giancarlo Giannini ed Elena Radonicich. In realtà il calcio è un pretesto, al centro c’è una avvincente storia familiare. Su questa serie ho delle belle sensazioni».

Quest’anno al cinema ha interpretato “Ero in guerra ma non lo sapevo” sulla storia di Pierluigi Torregiani, ucciso dai terroristi rossi del Pac. Lei non era neanche nato, ma che idea si è fatto di quell’epoca: era davvero una guerra?
«A mio avviso in quell’epoca si canalizzava una inquietudine personale in uno schieramento, solitamente politico e fazioso. Oggi non c’è questa lotta dichiarata e quindi c’è una depressione differente. Ma sembra sempre che l’essere umano abbia bisogno di sfogare le proprie frustrazioni in un canale, che poi diventa un discorso politico, religioso, addirittura anche calcistico».

Nei suoi progetti c’è anche un libro: a che punto è?
«Ci sto lavorando, uscirà la prossima estate».

Dopo Golfo Aranci cosa aspetta Francesco Montanari?
«Questa estate sarò in tour teatrale con due spettacoli, uno su Italo Calvino e uno sul processo a Socrate. In autunno porterò in scena “Play house”, di cui curo anche la regia, e poi sarò in tour con Lino Guanciale in “L’uomo più crudele del mondo”, con la regia di Davide Sacco. E a settembre poi si torna anche sul set per girare la seconda stagione di “Impero”».

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