Claudio Lippi: «Tv sempre uguale da 15 anni. I reality? Tradirei il mio pubblico»
Il conduttore si racconta: «Amo la Sardegna più della mia Milano»
Generazioni di telespettatori sono cresciuti in sua compagnia. Dal Pranzo è servito a Giochi senza frontiere, dalle Buone domeniche targate Costanzo al tandem con la Gialappa’s a Mai dire gol. Claudio Lippi fa rima con tivù, ma con quella che fu. Nel piccolo schermo di questi ultimi anni fa fatica a ritrovarsi. Cosa che non accade con Alghero, dove sabato tornerà ancora una volta a condurre il Grand prix Corallo che festeggia la sua 20ª edizione.
«Fui premiato anni fa dall’allora conduttore e mio amico Daniele Piombi, che purtroppo qualche tempo dopo ci lasciò. E a me lasciò questa eredità di cui vado molto orgoglioso. Sono affezionato alla manifestazione, a Nicola Nieddu, a Costantino Marcialis, perché è veramente difficile trovare altrove il clima che si respira ad Alghero. Per me è un po’ una seconda casa».
«Il mio ex suocero era di Sassari e per 30 anni ho trascorso le estati a Santa Teresa alla Valle dell’Erica. Oggi Delphina ha realizzato un mega resort, ma io ricordo con nostalgia quel villaggio creato per i tedeschi. Il nostro bungalow era a pochi metri dalla spiaggia, c’era un clima di grande convivialità. A Ferragosto si faceva la cena del villaggio e ognuno portava qualcosa: il porcetto, gli spaghetti alla bottarga. Ho davvero un po’ di rimpianto per quegli anni. Ricordo che quando atterravo a Olbia era come se mi mettessero una maschera d’ossigeno e recuperassi tutti quei profumi meravigliosi. Posso dire che affettivamente sono più legato alla Sardegna che a Milano dove sono nato e a Roma dove vivo dal 1972».
«Quando passano gli anni e uno si guarda indietro - e lo dico io che ormai ho molta più strada dietro che davanti - prova sempre nostalgia. Ma noi, dal 1955 al 1970, abbiamo vissuto un periodo in cui l’Italia era davvero straordinaria. C’era un rispetto diverso. E non c’erano i social. Era una vita semplice: si faceva amicizia frequentandosi. Inorridisco quando viene definita amicizia quella di Facebook. L’Italia del 1964, quando ho iniziato a cantare, era più sana, disincantata, ingenua. Non sono un negazionista della tecnologia ma ha impoverito i rapporti».
«Non solo il mio, ne avrà cassati 800. Sa che sono affettuosamente preoccupato per il quarto Sanremo di fila di Amadeus? Nei precedenti è stato bravissimo, ha portato una ventata di freschezza in quello che è un rito nazionale. Ormai solo la messa ha lo stesso tipo di ritualità. Ma nonostante la sua grande professionalità dopo 4 anni si rischia l’abuso di immagine. È difficile essere innovativi ogni anno in un evento così rigoroso sempre più portato più al gossip che alla musica. Anche se lui ha fatto ottime scelte. Certo, se penso ad alcuni nomi...».
«Achille Lauro sembra un avatar malriuscito di Renato Zero».
«Sì, ci invitava a casa sua, avevamo ottimi rapporti. Lui era stato l’artefice di un’epoca d’oro. E quando decise di fare politica gli dissi: “tu stai creando un orfano”. E come me tanti altri. In questi quasi 30 anni ne ha passate tante, ma è sempre lì. E sta anche risalendo nei sondaggi».
«Anagraficamente ho avuto la fortuna di vivere da adolescente la tv di Vianello, Corrado, Mike, Tortora, i pilastri. Io ho trovato molti stimoli nella ironia di Raimondo e Corrado, dai quali ho attinto qualità come l’ironia, appunto, il saper sdrammatizzare, la gestione dei rapporti con i concorrenti. Erano dei maestri».
«Guardo tutto per deformazione professionale. Ma non è un periodo esaltante per i contenuti. Pensiamo alle serie tv: anche in questo ambito l’Italia è piuttosto indietro. Vedo bellissime produzioni turche, sudcoreane, americane, arabe. Da noi manca la creatività. Lo stesso accade per i prodotti tv. Noi compriamo format, abbiamo trasformato gli autori in adattatori».
«Gli stessi di 15 anni fa. Non vedo grande innovazione. Io feci le prime edizioni di “Tale e quale” e ora sono alla 12esima. Milly è sempre miracolosamente affascinante ma sono passati vent’anni dal primo Ballando. Se un programma piace al pubblico è giusto andare avanti, ma se non si crea qualche spazio alternativo diventa problematico. Carlo Conti è un carissimo amico, un professionista straordinario, ma va a finire che qualsiasi programma faccia sembra sempre lo stesso».
«Una cosa molto italiana: non sapere riconoscere la professionalità acquisita negli anni. Successe anche a Pippo Baudo. La mia fortuna è di avere maturato una situazione di grande serenità. Non avrò fatto Sanremo, ma ho fatto una onesta carriera con molte esperienze che mi hanno portato ad avere un rapporto molto familiare con il pubblico. Io non vado all’Isola dei famosi, al Grande fratello vip, non riesco a esprimermi con la volgarità. E oggi non mi sento escluso, mi sono un po’ escluso io, perché non voglio deludere chi mi ha sempre seguito con fiducia»
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