La Nuova Sardegna

L'Intervista

Irene Grandi: «Mi piace cambiare ma la grinta è sempre la stessa»

di Alessandro Pirina
Irene Grandi
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Irene Grandi

La cantante: «Il mio esordio? In chiesa a sette anni»

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Sono passati un po’ di lustri da quando conquistò le classifiche con “Bum bum” e “In vacanza da una vita”, ma la grinta è la stessa della ragazza di allora. Irene Grandi torna in Sardegna con un nuovo progetto, “Io e il blues”. Sarà il 4 agosto alla Maddalena per Musica sulle bocche e l’indomani a Cardedu per Rocce Rosse Blues. Ad accompagnarla l’hammond di Pippo Guarnera.

Irene, che spettacolo sarà?

«Uno spettacolo un po’ particolare in cui il pubblico avrà l’occasione di conoscermi ancora di più. Un concerto che mi riconnette alle mie origini, alle canzoni dagli anni ’60 ai ’90 del repertorio italiano e internazionale. Di tutti coloro che hanno colorato le loro canzoni di blues».

Qual è suo legame con questo genere?

«È la musica che mi ha formato nel colore della voce, nel gusto: il mio film preferito era “The Blues Brothers”. Il lockdown mi aveva fatto trovare difficoltà nel produrre musica nuova e così mi sono voluta inventare questo concerto che parte dalla musica internazionale, ma attraversa anche Battisti, Mina, Pino Daniele, fino ad arrivare alle mie canzoni che si prestano molto a essere riarrangiate».

Il primo ricordo musicale?

«Sono partita dove spesso si inizia in Italia: in chiesa. Avevo 7 anni e facevo la solista a messa. Ero una pigrona ma costringevo i miei a svegliarsi. Alla fine mi mandavano in chiesa da sola. Poi al liceo sono arrivati i primi gruppetti, le cover».

Quando ha capito che ce l’aveva fatta?

«Scrivevo il primo disco insieme a Telonio quando si avvicinò Dado Parisini e ci prese sotto la sua ala. È stato lui ad aiutarmi a creare uno stile mio, a finalizzarlo, a renderlo appetibile al pubblico. E quando venne fuori “Un motivo maledetto” disse: questo deve piacere per forza. E infatti fu così. Aveva un senso, una poetica che era lo stile di Irene. È arrivato in radio e poi sono stata selezionata per Sanremo».

Trent’anni di carriera e non dimostrarli: come si fa?

«Ci si rinnova, si cambia, si prendono strade che non sono state molto battute. Questa mia grinta è dovuta al desiderio di ricercare sempre qualcosa di diverso, per non ripetermi tutta la vita a cantare “Bum bum”. Troppo facile mettere in piazza solo le cose che funzionano, io ho voluto scegliere sentieri anche non troppo percorsi. Penso alla collaborazione con Bollani o all’opera rock di Stewart Copeland con cui ho debuttato due giorni fa in Val d’Ossola con al mio fianco anche il sardo Ettore Agati: una voce sorprendente».

Grandi, Pausini, Consoli, Elisa, Giorgia: siete le ultime emerse prima dei talent. 30 anni fa avrebbe fatto Amici o X factor?

«Se ci sono solo quelli alla fine che fai? Questo è il grande problema in Italia. I talent ci sono e vanno bene, ma dovrebbe esserci la possibilità di battere anche altre strade. Oggi invece è difficile. Ce l’ha fatta la Rappresentante di Lista, che infatti ha un suo linguaggio ben preciso. Magari uno che esce dai talent è anche bravissimo ma poi fa fatica a trovare una sua identità. Ci sono anche le eccezioni, ma spesso a chi esce da un talent manca quella identità che ti danno solo tanti anni di locali, cover. Anni di gavetta, per capirci».

Ha lavorato con i più grandi: da Jovanotti a Pino Daniele.

«Jovanotti mi ha sostenuta molto e mi ha “raccomandato” a Pino Daniele. Pino sentì che avevo una vena soul, riconobbe questa mia caratteristica e mi scelse tra tutte. Un pizzico di fortuna ci fu, ma alla fine aveva scelto una artista con tanta passione. A Pino devo tanto, come anche a Lorenzo. Ero ancora una bambina appena uscita da Sanremo».

E Vasco?

«Mi ha consacrata come una artista italiana che aveva anche una anima rock. Questa grinta traspariva dai miei progetti anche se tendenti al pop. Vasco mi ha dato la possibilità di evolvermi in quella direzione».

Quanto manca alla musica oggi il Festivalbar?

«A me piaceva parecchio. Il Festivalbar raccoglieva sia il tormentone che le canzoni importanti e ci metteva a confronto con gli artisti internazionali, quelli di Paesi in cui la cultura della musica esiste come Gran Bretagna e Germania. Era una festa senza competizione, perché spesso la gara rovina la musica».

E Sanremo?

«A Sanremo si torna quando c’è una canzone bella. Sanremo lo amavo meno quando ero giovane, negli anni è rimasto una bella vetrina. È una delle poche realtà in cui si può iniziare senza passare dai talent».

Capitolo Sardegna: nei suoi tour l’isola non manca mai.

«Mi piace tanto. È un posto magico ed energetico. Amo le zone della west coast, mi sanno di autentico. E poi i sardi, così forti di carattere, grintosi, testardi, li sento a me molto vicini. In Sardegna credo di piacere perché in fondo siamo simili».


 

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