La Nuova Sardegna

Il libro

La notte che Urvica Neulache sognò l’apostolo di pietra

Salvatore Niffoi
La notte che Urvica Neulache sognò l’apostolo di pietra

L’incipit del nuovo romanzo di Salvatore Niffoi

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di Salvatore Niffoi

La notte di San Lorenzo, di un anno che non ricordo, Urvica Neulache fece uno strano sogno. Come in un film proiettato sul fondale scuro del cielo vide un apostolo di pietra che, ciondolando la testa peggio di un ubriaco, scendeva da una scala di cristallo scolpita in un ovale turchese. Aveva i capelli lunghi, ondulati e bianchi, avanzi di lino strappati a una vecchia tela.

Si trovava nella piazza di fronte alla chiesa di Santa Croce. Guardandosi intorno, Urvica si accorse di avere accanto a sé tziu Nineddu Corevonu, in mutande e canottiera. L’organetto a tracolla, un boccione di vino nero tenuto in braccio come una creatura e i santissimi che gli friggevano dalla voglia di suonare. Le sue dita battevano sulla tastiera come impazzite.

Dùn durudùn durudùn durudùn…

Intrappolata dentro quella visione, cullata da una melodia lontana, vide arrivare a uno a uno gli abitanti di Oropische. Tutti portavano con sé qualcosa da bere o da mangiare. Urvica si unì a loro e cominciarono a ballare in cerchio.

Dùn durudùn durudùn durudùn…

La luna piena d’agosto incorniciava i volti delle persone in estasi, che si muovevano battendo forte i piedi, seguendo la musica con movimenti frenetici e ondulatori del corpo. Alcuni, che avevano fatto appena in tempo a infilarsi dentro una sacchetta vuota, somigliavano a frati scappati da un convento dopo aver visto in faccia il demonio. I bambini riempivano d’acquavite affumicata i corni di muflone. Le femmine portavano brocche piene d’acqua fresca dalla fontana di Su Semene e se la spruzzavano addosso come una benedizione.

Dùn durudùn durudùn durudùn…

La calura era insopportabile, il sudore si spalmava fra la pelle e i vestiti come una resina che sapeva di cuoio e cipresso. Così Urvica e gli abitanti iniziarono prima a sbottonarsi il costume e poi a spogliarsi. Sembrava avessero aspettato da sempre qualcuno che li liberasse dal loro stato di torpore muffoso. Sentivano dentro la pancia un’esaltazione acerba e antica, in bocca il sapore del primo peccato, nello sguardo la meraviglia che lascia la scoperta del tempo che passa.

Dùn durudùn durudùn durudùn…

La gente danzava e l’Apostolo scendeva, agitando le braccia e sfarfallando le mani. Poi il suo volo terminò, giunse a terra, e gli abitanti gli si fecero vicino. In testa portava un cappello di velluto porporino con le frange dorate. Il volto, grinzoso come una plancia di sughero appena strappata dal tronco, era quello di un uomo senza pace. Un uomo che in vita di sicuro aveva masticato spighe mature, pezzi di ossidiana e fango indurito dallo scirocco. Aveva gli occhi gonfi di chi ha pianto tanto e i piedi scalzi. Piedi sporchi, piccoli e nodosi, di santo che aveva camminato soltanto su strade di pietra e campi di ortiche. Unghie incarnite e mani callose, abituate a maneggiare il cuneo, la mazza di ferro, l’aratro e il coltello. Il Santo di pietra era scolpito nella trachite rosa, con le vene grosse e bene in vista, che da lontano sembravano pulsare davvero.

Dun durudùn durudùn durudùn…

Le immagini del sogno si susseguivano una dopo l’altra, si attorcigliavano e si confondevano, come ombre colorate e svolazzanti.

Qualcuno, nell’ebbrezza dell’estasi, provò ad allungare le mani per toccarlo, ma sentì subito un bruciore forte e fu avvolto da una tempesta di fuoco. «Pìsti, pìsti, pistizzone, che questo deve essere il Santo del Focorone!»

Poi la musica di Nineddu Corevonu si fermò di colpo. Una nuvola gravida si spanciò per le strade ricoprendole con un manto di trucioli dorati e una scossa tremenda fece vibrare tutto, precipitando ogni cosa nell’abisso.

Fu in quel momento che Urvica Neulache si svegliò assantiata dalla paura. Teneva una mano sul petto e l’altra protesa nel vuoto, in cerca di qualcosa che non si lasciava afferrare. A due palmi di distanza, nello stesso materasso imbottito con foglie di pannocchie essiccate, riposava il marito Epiru Mugrone. Russava a intermittenza, emettendo dalle labbra socchiuse dei versi simili al ragliare di un asino in calore.

Immersa in un bagno di sudore, Urvica iniziò a palparsi le titte, le cosce, il ventre. Aveva paura di essere diventata di pietra come l’apostolo che aveva appena sognato.

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