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Mereu: «Con “Bentu” racconto la sfida tra l’uomo e la natura»

Fabio Canessa
Mereu: «Con “Bentu” racconto la sfida tra l’uomo e la natura»

Dopo Venezia il film arriva nelle sale della Sardegna

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Dopo l’anteprima alla Mostra del cinema di Venezia nelle Giornate degli Autori, “Bentu” di Salvatore Mereu approda subito nelle sale. Il film ha come personaggio principale l’anziano Raffaele che ha appena raccolto il suo piccolo mucchio di grano come provvista di un anno intero. Per non farsi trovare impreparato da giorni dorme in campagna, lontano da tutti e con il solo Angelino che va a fargli visita ogni tanto, in attesa che il vento arrivi e lo aiuti a separare finalmente i chicchi dalla paglia. Ma il vento non ne vuole sapere di farsi vedere. In scena un vecchio e un bambino. Il primo è interpretato da Peppeddu Cuccu, che il cinema lo aveva conosciuto da piccolo partecipando a “Banditi a Orgosolo” di Vittorio De Seta. Il secondo si chiama Giovanni Porcu e il regista lo ha trovato con dei casting partendo da un requisito di base: conoscere il sardo. Perché il film è ovviamente recitato così, per rispetto della storia ambientata negli anni Cinquanta quando in gran parte dell’isola era ancora l’unica lingua parlata. La prima in Sardegna ieri a Cagliari, alla Manifattura Tabacchi. Oggi Mereu sarà al Cityplex Moderno di Sassari, alle 19 e alle 21, e al Miramare di Alghero per il dibattito dopo la proiezione prevista in prima serata. Nei giorni seguenti il tour di presentazioni toccherà Samassi, Carbonia, Oristano, Nuoro, Olbia.

Mereu, “Bentu” è basato su una breve storia di Antonio Cossu contenuta nel libro “Il vento e altri racconti”. Qual è stata la suggestione iniziale che l’ha spinta a ipotizzare un adattamento cinematografico?

«La cosa che mi ha subito colpito del racconto è l’immagine di questo vecchio che duella con il vento, un’entità che non si fa vedere e che ci dà la misura della proporzione della sfida tra l’uomo e la natura. Una sfida che l’uomo pensa illusoriamente di poter governare. Sono partito da questa fascinazione iniziale. Dall’idea di un vecchio che, dimenticandosi della famiglia e accettando gli sberleffi dei compaesani che la sera se ne tornano a casa, decide di stare da solo in campagna a fare la posta al vento».

Perché ha pensato fosse il soggetto adatto da utilizzare per il corso che ha tenuto all’Università di Cagliari, all’interno del quale nasce il film?

«A parte il fatto che il racconto mi piaceva molto, si prestava a essere realizzato dal punto di vista produttivo. Così l’ho proposto ai ragazzi che hanno anche provato a misurarsi su un’idea di sceneggiatura. Arrivati alla scelta, abbiamo cominciato a cercare gli ambienti e poi il bambino andando in tante scuole del Campidano. Per quanto riguarda il personaggio di Raffaele avevo invece già in testa che Peppeddu Cuccu (già presente in altri suoi lavori, ndc) potesse essere il protagonista giusto».

Realizzare un lungometraggio in un laboratorio di questo tipo è quasi impensabile. Come siete arrivati all’idea di affrontare una sfida così impegnativa?

«Vero, per ragioni produttive si parte quasi sempre con l’idea di fare un corto. In questo caso la sceneggiatura, nel momento in cui l’ho licenziata, aveva al massimo il passo del mediometraggio. Poteva durare trenta o quaranta minuti. Quando siamo andati sul set ho però capito qual era il vero tempo narrativo di questa storia. Peppeddu, pur essendo della Barbagia, era come se il luogo scelto per le riprese, nella Trexenta, lo avesse abitato da tempo. Diventava magicamente tutt’uno con quel paesaggio contadino e quando cominciavamo a filmare era difficile interrompere».

Dal punto di vista stilistico la scelta di puntare soprattutto su campi medi e lunghi da cosa deriva?

«Rispetto al mio precedente film “Assandira”, dove stavo addosso ai personaggi con piani stretti come per entrare nella loro testa, in “Bentu” mi interessava vedere l’uomo in relazione all’ambiente. Da qui la scelta delle inquadrature a una certa distanza».

Nell’osservare i gesti ripetuti di Raffaele non si avverte però distacco. Al contrario partecipazione, dell’affetto nei confronti del personaggio.

«Flaubert diceva “Madame Bovary c’est moi”. Io posso dire che c’è una parte di me in Raffaele. L’attenzione al suo piccolo raccolto assomiglia molto al rapporto che ho con i film che realizzo».
 

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