Beppe Carletti dei Nomadi: «La ricetta per 60 anni di successi? La coerenza tra il palco e la vita»
l leader storico del complesso si racconta: «La prima volta in Sardegna a Ittiri nel Capodanno ’67». A ottobre sarà ad Aggius, Orani e Villamassargia
Da sessant’anni le loro canzoni fanno da colonna sonora al Paese. Non c’è italiano, forse, che non abbia intonato almeno una volta “Io vagabondo”. In pullman, in piazza, al karaoke. I Nomadi sono un gruppo senza tempo, che riescono a unire davanti allo stesso palco gente di tutte le età, territori, colori politici. E così va da più di sessant’anni, da quando Beppe Carletti, insieme ad altri tre giovani musicisti, gettò le basi di quello che sarebbe stato, ed è tutt’ora, uno dei fenomeni più longevi della musica italiana.
Carletti, tutto nasce nel 1961 quando fondò I Monelli. Sessant’anni dopo è ancora qui: qual è la ricetta?
«Caro mio, non c’è nessuna ricetta. Di quelli di un tempo sono rimasto solo io, ma tutti quelli che sono arrivati dopo sapevano dove venivano, nessuno ha cercato di cambiare il nostro modo di essere, che è rimasto sempre lo stesso. La forza dei Nomadi è il repertorio, ma noi anche nella vita siamo quello che cantiamo. Mi hai chiesto qual è la ricetta? Ora ti rispondo: la coerenza. Perché la coerenza si paga ma nel tempo paga. Noi viviamo ancora oggi nei nostri paesi. Io a Novellara vado alle poste, in banca, a comprare il pane. Noi Nomadi siamo tutti così».
Dai Monelli ai Nomadi: chi scelse il nome?
«Lessi su un settimanale che i Nomadi che suonavano a Ischia si erano sciolti. Allora dissi: facciamo i Sei Nomadi e la cosa fu accettata da tutti. Non volevamo nomi stranieri, ma uno che anche mia madre riuscisse a pronunciare. Siamo proprio gente di paese (ride)».
Erano gli anni in cui i gruppi come nascevano sparivano, anche quelli di successo: avete mai corso quel rischio?
«Nel 1989 ci fu una scissione. Io e Augusto (Daolio, la voce storica del gruppo, ndr) da una parte, altri due dall’altra. Per Augusto i Nomadi erano la famiglia e quando gli altri ci dissero “ci vediamo dall’avvocato” lui pianse. Per questo litigio restammo fermi 9 mesi».
L’unione con Francesco Guccini è stata determinante per entrambi, dal vostro sodalizio sono nati capolavori come “Noi non ci saremo”, “Dio è morto”, “Canzone per un’amica”. Come avvenne l’incontro?
«Lui era amico sia del nostro produttore che di quello della Equipe 84 e diede a entrambi le sue musicassette. L’Equipe incise “Auschwitz”, ma senza darle alcuna importanza, la mise nel lato B. Noi invece scegliemmo “Noi non ci saremo” e da lì è partita la nostra collaborazione. E non erano canzonette, come dice Bennato. Il nostro è sempre stato un bel rapporto al di fuori di ogni interesse. Ho sentito Francesco anche 20 giorni fa».
Mogol vi presentò Battisti e vi propose di fare parte della loro squadra, a condizione di abbandonare Guccini. Ma la vostra risposta fu: no.
«Eravamo in sala di registrazione per “Dio è morto” quando arrivò Mogol con questo giovane. Io non sapevo neanche chi fosse: era Battisti che ci chiese di incidere “Non è Francesca”. Noi accettammo, ma Mogol ci disse: “o si fa tutto di questo ragazzo o niente”. Noi in quel momento stavamo facendo “Dio è morto” e non abbiamo avuto dubbi. Ci eravamo resi conto che quel ragazzo avrebbe avuto successo, ma la nostra strada era diversa dalla sua. Auguro, però, a tutti di trovarsi a un bivio come quello dei Nomadi».
Il 1972 è l’anno di “Io vagabondo”. Come si riconosce una canzone senza tempo?
«Non lo so neanche io. Stavamo provinando per “Un disco per l’estate” quando Alberto Salerno ci propose questo brano. La mattina seguente eravamo a Milano: “vogliamo farla”. E l’abbiamo fatta. In queste cose ci vuole anche un po’ di fortuna. Ma come ha detto Salerno: questa canzone la potevano fare solo i Nomadi».
Cosa significava essere comunisti all’epoca?
«Noi non siamo mai stati dichiaratamente comunisti, ma sempre democratici, che possono essere di destra o di sinistra. Ci affibbiarono l’etichetta di comunisti quando uscì “Dio è morto”. Fu allora che dissi: “se cantare Dio è morto vuole dire essere comunista allora sono comunista”. Ma non ho mai avuto la tessera del partito. Certo, nonostante la Meloni mi faccia i complimenti, non condivido più di tanto le sue idee. Però la rispetto, perché rispettare gli altri vuole di essere rispettati. E comunque questi comunisti furono i primi a cantare a Radio Vaticana».
Il 1992 è un anno drammatico: muoiono Dante Pergreffi e Augusto Daolio. C’è stato un momento in cui avete pensato di sciogliere i Nomadi?
«Io l’ho pensato, perché i Nomadi eravamo io e Augusto. Sapevo della sua malattia da gennaio, in quei mesi mi rodevo dentro. Non potevo pensare di andare avanti quando ero consapevole che quella persona ancora con me sul palco aveva i giorni contati. Poi il giorno del funerale i fratelli mi caricarono in auto e mi dissero (la voce è rotta dall’emozione, ndr): “tu devi continuare per Augusto”. E poi anche i fan: vai avanti. Ma io avevo paura di rovinare quanto avevamo creato insieme. Trent’anni. Per il primo lp chiesi al produttore: “lui farebbe queste canzoni?”. La sua risposta: “sì, le farebbe”. Dopo 7 mesi siamo ripartiti. Non ti dico la prima serata sul palco, il mio stato d’animo, ero abituato ad avere Augusto davanti. Mi scolai una bottiglia di whisky ma non mi ubriacai».
Il 1 ottobre siete ad Aggius, il 14 a Orani, il 23 a Villamassargia. Prima volta in Sardegna?
«Era il Capodanno tra il 1966 e il 1967 e ci esibimmo a Ittiri. Sbarcammo a Porto Torres con un furgone Volkswagen e i carabinieri avvertirono: “sono sbarcati i Nomadi”. In ogni paese in cui passammo fu una festa».
Berti, Morandi, Vanoni hanno cantato con artisti della nuova generazione. Le piace il rap?
«No, e lo dico con tutto il rispetto per questi ragazzi. Hanno chiesto anche a noi di fare collaborazioni, ma non abbiamo nulla da condividere con questi artisti, non fanno parte della mia cultura personale».
Cosa c’è nel futuro dei Nomadi? Sanremo?
«Amadeus difficilmente ci chiama, non facciamo parte del suo cast. Ma non si sa mai, Sanremo dà sempre molta visibilità. Non posso però andare a pregare nessuno: per fortuna non si vive solo di Sanremo».
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