Tosca: «La world music regna ovunque solo l’Italia l’ha quasi rinnegata»
La cantante ospite al Premio Parodi: «Andrea? Una voce unica»
Quando si parla di world music, di contaminazioni tra generi il suo è uno dei primi nomi che viene in mente. Da sempre Tosca ha fatto dell’incontro tra culture musicali il suo registro. Ed è dunque naturale che anche quest’anno la cantante romana sia tra gli ospiti di punta del Premio Andrea Parodi, il contest dedicato all’ex frontman dei Tazenda - «voce d’oro», lo definì Al di Meola - che da 15 anni celebra la world music. Un evento in cui Tosca sarà accompagnata da Tiago Nacarato, uno dei più talentuosi interpreti della canzone portoghese.
Tosca, ha mai conosciuto Andrea Parodi?
«No, purtroppo non ci siamo mai incontrati. Lo conobbi attraverso quel disco che fece con Elena Ledda (direttrice artistica del Premio Parodi, ndr). Ho sempre ammirato la sua arte, il fatto che andasse a cercare nelle altre culture, cosa che è la mia bandiera. Da lontano lo ammiravo, lo studiavo».
Cosa la colpiva della sua voce?
«Aveva una sonorità unica. Se uno pensa alla Sardegna gli vengono in mente suoni di grande potenza, come quelli dei Tenores. Lui invece aveva una delicatezza che rimanda a una certa tendenza portoghese. Una voce molto flautata, alta, quasi al limite del registro femminile».
Il Premio Parodi celebra la world music: è riduttivo definirla genere musicale?
«In Italia è stata quasi ghettizzata, ma nel mondo la world music è la musica del popolo da cui derivano tutte le declinazioni della musica di quel determinato posto. Da noi se parli di world music si pensa a quella tradizionale ma non è così. Anche Pino Daniele è world music, anche Paolo Conte. Noi scambiamo la contaminazione con la musica tradizionale napoletana, siciliana. Abbiamo rinnegato la world music».
Il 15 ottobre a Cagliari, e poi l’indomani a Roma, canterà insieme a Tiago Nacarato, uno degli artisti più talentosi della scena musicale portoghese: come nasce questo sodalizio?
«A me piace cercare, contaminare. Ci sono artisti portoghesi che mi piacciono tantissimo. La prima è stata Luisa Sobral, forse in questo momento la più grande autrice al mondo. La sua “Amar pelos dois” è stata adattata in tutte le lingue. Grazie a lei ho conosciuto tanti altri artisti, da suo fratello Salvador ad appunto Tiago Nacarato, un artista anomalo perché coniuga la tradizione portoghese con quella brasiliana. Questa sua prerogativa è qualcosa di unico. Quando sono andata a Lisbona ho invitato lui e insieme abbiamo cantato insieme “Sienda”, l’adattamento in sardo fatto da Andrea Parodi su una canzone di Chico César. Da qui l’idea di Elena Ledda di ospitarlo anche a Cagliari».
A Roma sarete all’Officina Pasolini, il lavorativo creativo della Regione Lazio che lei dirige dal 2015: quali sono i risultati ottenuti in questi 7 anni?
«La cosa più importante è essere riusciti a fare passare il messaggio che questo mestiere non si fa per arrivare ma per restare. Il nostro obiettivo è gettare le fondamenta per costruire una carriera duratura, non una carriera al passo con la moda del momento. La seconda cosa importante - per quanto mi riguarda - è stata la creazione di una classe cantautorale in cui si possa continuare a scrivere, a produrre, a credere nei progetti, per fare sì che il progetto diventi prodotto e non il contrario. L’Officina è come una bottega rinascimentale in cui noi artisti passiamo il know-how alle nuove generazioni».
La differenza con i talent?
«Sono l’opposto. Noi non giudichiamo, da noi non si vince niente se non la possibilità di avere una visione chiara di quello che si vuole fare. In questo mestiere ci vuole talento, non basta avere una bella voce. E neanche saperci fare: è un termine che non mi piace. Bisogna saper fare. Tutto questo diventa un modo per dare ai giovani artisti la possibilità di essere seri, indipendenti, autonomi. Una volta entrati all’Officina è difficile tornare indietro».
A scoprire il suo talento fu Renzo Arbore in un pianobar?
«Esatto, andò proprio così».
Ventisei anni fa la vittoria a Sanremo con Ron: cosa prova quando pensa a quella ragazza sul palco dell’Ariston?
«Tenerezza per una ragazza che già allora aveva chiaro quello che amava. E anche un po’ di ammirazione perché sono stata decisa e caparbia. Ma quando ami il tuo mestiere non può essere altrimenti».
Ha cantato con i più grandi: il duetto che non dimenticherà mai?
«Renzo è stata sicuramente la persona fondamentale, mi ha insegnato la curiosità che devi sempre avere in questo mestiere, perché se non sei curioso meglio smettere. Ho avuto la fortuna di avere al mio fianco per 4 anni un uomo così lungimirante, di grande talento. Ma mi porto dentro tutti gli incontri, anche quelli che non rifarei mai».
Se le propongono di cantare “Bella ciao”?
«L’ho cantata più volte. “Bella ciao” era una ballata yiddish nata nell’est. Poi un gruppo di emigrati italiani in America mise questo testo alla musica e tornò in Italia. È una canzone che parla di libertà, e dunque dei partigiani, ma è anche molto altro. Erroneamente si pensa solo a un suo uso politico».
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