Malika Ayane: «Oggi sono una ragazza felice di 38 anni»
La cantante in concerto a San Teodoro confessa: «Se il cinema chiama non mi tiro indietro»
La sua voce è inconfondibile, avvolgente, travolgente. Basta la prima nota per capire subito che si tratta di Malika Ayane. E oggi quella voce, unita al suo entusiasmo e alla capacità di entrare in sintonia con il pubblico, risuonerà in piazza Gallura a San Teodoro, dove sarà la superstar della festa patronale.
Che effetto fa un live in piazza in Sardegna a novembre?
«Naturalmente non so che cosa mettere! Non mi frega più il pregiudizio secondo il quale la Sardegna è un bel posto di mare, perché l’ho visto lo scorso inverno quanto freddo ho sentito in quel di Orosei, anche se poi in spiaggia ci stavo volentierissimo lo stesso».
La prima volta nell’isola?
«Nel 2009, per l’ultima data del primo tour della mia vita. La data era Tempio e io arrivavo dalla Sicilia. Mi aspettavo di arrivare nell’isola del paradiso come ho sempre visto nelle foto delle vacanze degli amici. Invece sono andata a comprarmi un maglione. Penso di aver preso un freddo quella sera che mi ricorderò per tutta la vita».
Cosa le piace dell’isola?
«Quello che mi ha catturato è intanto la natura. Anche perché fino a tre anni fa non ero mai stata a trascorrere delle vacanze. Sempre e solo concerti. Quando mi è capitato di passarci un mese intero sono rimasta folgorata dal modo in cui la natura convive esattamente con la vita quotidiana, con la vita di ogni tipo. E poi come le persone una volta conquistate non ti lasciano più e ti tengono stretta per sempre. Mi ricorda molto del Marocco».
“Una ragazza" (come me) è il suo ultimo successo: che ragazza è Malika?
«Diciamo che a 38 anni Malika è una ragazza serena. Onestamente a volte un po’ spaventata di come la vita passi velocemente. Sono una persona abbastanza soddisfatta, sempre sentimentale, sempre molto felice».
Madre italiana, padre marocchino: ci sono stati episodi in cui le hanno fatto sentire le sue origini come un peso?
«Non ci sono modi di scampare all'infanzia e all’adolescenza, nel senso che i ragazzini possono essere le persone veramente peggiori del mondo: se non sei straniero sei grasso, se non sei grasso hai gli occhiali, un motivo per renderti la vita difficile se un ragazzino è maledetto lo troverà. Quello che trovo a volte un po’ perverso è il modo in cui da grandi si trattano temi come la diversità in un modo un po' imbranato, perché a volte si continua a trattare un argomento o una caratteristica di qualcuno come se fosse motivo di osservazione accurata, quando trovo che la diversità per principio dovrebbe essere quella cosa di cui non si parla. Non perché tabù, ma perché non ce n’è motivo».
Quando, a 14 anni, Riccardo Muti la scelse per la Scala quale fu la sua reazione?
«Più che quando mi scelse lui, io provai una forte emozione quando fu il maestro Casoni, che era il direttore del coro, a scegliermi fra le persone che avrebbe portato alla Scala per partecipare all'audizione. Per farmi scegliere ho dovuto cantare come non avevo mai cantato prima, perché se non avessi dimostrato di meritare quanto gli altri di partecipare alla selezione non sarebbe mai successo».
La svolta alla Sugar: fu Caterina Caselli in persona a scommettere su di lei?
«Sì, assolutamente. Per me la Sugar è e sarà sempre Caterina Caselli. È lei la persona che io ho incontrato e con cui ho parlato, la persona con cui mi sono giocata le mie ambizioni e i miei sogni, un lunedì mattina di novembre proprio 15 anni fa».
2009, prima volta a Sanremo: cosa è per lei il Festival?
«Un traguardo, nel senso che anche e soprattutto il primo Festival è stato come un riconoscimento di esistere nella musica italiana. Ma non cambia poi negli anni, perché secondo me Sanremo è come i festival del cinema, quelli a cui si partecipa quando si deve presentare il risultato del proprio lavoro, e si è pronti a condividerlo con le persone che sceglieranno di adottarlo o di andare avanti senza questa nuova creazione».
La sua voce è stata più volte scelta come colonna sonora. Il cinema come attrice?
«Adorerei fare cinema, solo che non mi ha mai chiamata nessuno. Cioè, non è vero, qualche cameo l'ho fatto, ma forse è che ci sono attori talmente bravi che mi sentirei un po’ in imbarazzo a confrontarmi con loro. Però ecco, se capitasse l'occasione, non mi tirerei indietro».
X Factor: cosa le ha lasciato quella esperienza da giudice?
«È stata molto intensa. Me l'aveva detto Mara Maionchi all'inizio, che non ci sarebbe stato il tempo sufficiente per fare un lavoro di fino con i ragazzi, quindi devo dire che cercare di accompagnare e di aiutare a crescere più ragazzi con le scadenze che non sono quelle della realtà ma quelle di una produzione televisiva, è stato molto difficile».
Mina, Milva, Vanoni, Pravo, Caselli. Modelli da seguire?
«Secondo me tutte le artiste sono modelli, sono riuscite a vincere attraverso il tempo, a superare momenti drammatici nelle carriere, i picchi al ribasso, perché prima di poter essere rivenerate come specie di divinità contemporanee, si passa sempre per l'essere dimenticate, poco considerate, o considerate vecchie. Quell'Olimpo lì è per me da guardare e da studiare con stima e rispetto. Penso nel nostro piccolo alla nostra generazione, penso ad Arisa, Simona Molinari, Nina Zilli, Noemi, Giusy. Sarà divertente quando saremo vecchie vedere che cos’è successo».
Molti artisti prendono posizioni sulla politica, altri tacciono. A quale gruppo si ascrive?
«Non ho nessun tipo di problema a mostrare quali sono le mie idee politiche, sono molto chiare attraverso le azioni che compio. Molto spesso si dà per scontato il fatto che io abbia determinate posizioni perché di fatto appartenente a una minoranza di italiani figli di stranieri o di matrimoni misti, in realtà non ho mai mancato di dichiarare, anche molto rumorosamente, che penso che la sensibilità umana e il rispetto di tutti gli esseri umani siano la caratteristica fondamentale per considerarsi tali».
Lei lavora con le parole: il o la presidente?
«Penso che “la presidente” sia italiano. Ma penso anche che la cosa non genererebbe dibattito se il nostro non fosse un paese in cui molte persone che incontro diano per scontato che le parole che canto le scriva qualcun altro, presumibilmente un uomo, o che io viva dotata di un talento che ho ricevuto dal cielo, e non che è anche frutto di fatica e impegno da più di 25 anni. Se ancora non dovessimo spiegare che le donne sono esseri umani quanto gli uomini, e che lavorando sodo raggiungono posizioni ancora in molti contesti riservate agli uomini, forse non avremmo bisogno di concentrarci sul dibattito su "il e la presidente"».
Cosa augura a sua figlia Mia, di 17 anni, e a una generazione che si trova a vivere in un mondo sempre più a ostacoli?
«Guardando la generazione dei 17enni, 18enni, ma anche quelli un pochino più grandi, devo dire che io mi sento abbastanza felice. Vedo una generazione, più generazioni, di ragazzi molto intelligenti, molto puri e molto pieni di lucidità, nel senso che non accettano gli imbruttimenti, li riconoscono come tali, e riescono a creare realtà molto più a loro misura, modi che assomiglino più a loro, invece che, come succedeva con la mia generazione, il tentativo di dover stare necessariamente dentro caselle che venivano da quelli della generazione dei nostri cugini più grandi, o dei nostri genitori addirittura. Spero di essere un’anziana molto coccolata da questi ragazzi, quando sarà, e spero che i loro figli siano anche meglio».
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