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Grande schermo

Alessandro Haber: «I miei 200 film? Sono un onnivoro. Il cinema è meglio della vita reale»

di Alessandro Pirina
Alessandro Haber: «I miei 200 film? Sono un onnivoro. Il cinema è meglio della vita reale»

L'attore a Cagliari al Puntodivista festival racconta la sua carriera

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Bellocchio, Taviani, Bertolucci, Moretti, Monicelli, Lizzani, Avati, Placido, Tornatore, Olmi, Salvatores, Pieraccioni, Veronesi, e qui conviene fermarsi per non occupare tutto lo spazio a disposizione. Ma nella sua biografia è davvero difficile trovare un regista di questi ultimi quarant’anni con cui Alessandro Haber non abbia lavorato. Che siano grandi o piccoli ruoli l’attore bolognese, 75 anni, lascia sempre il segno nei film a cui prende parte. E di questa carriera ricca, variegata, prestigiosa parlerà domani alle 20.30 a Cagliari, al Teatro Adriano in occasione della inaugurazione del Puntodivista festival, il concorso internazionale di cinematografia organizzato dall’associazione culturale Art’In di Cagliari giunto alla sua 15esima edizione. Haber dialogherà con il giornalista Bepi Vigna, ripercorrendo le tappe più importanti della sua lunga carriera.

Haber, la bibbia mondiale del cinema, Imdb, al suo nome indica 225 crediti: come si fa?
«Sono un onnivoro. Mi piace giocare con i personaggi, con gli umori, con i costumi, con le posture. Mi ha sempre affascinato l’idea di affrontare personaggi che fino a un attimo prima erano sconosciuti: questo mi dà la forza di indagare, di dare emozioni a me stesso ma anche agli altri. Ho sempre il dubbio: ha senso farlo? Piacerà? Ma questa cosa di stare sempre in equilibrio mi piace, il rischio mi perfeziona. La passione mi ha portato a essere così presente. Ma è anche vero che c’è la stima della controparte. Ho dimostrato di essere un attore duttile che riesce a giocare, che riesce a fare questo mestiere in maniera totale. Sarà anche perché la vita reale mi piace molto meno di quella irreale, che invece mi dà più forza».

“Volevo essere Marlon Brando (ma soprattutto Gigi Baggini)”: perché ha dato questo titolo alla sua autobiografia?
«Ovvio che tutti volessimo essere Marlon Brando, ma poi un giorno ho scoperto nel film di Antonio Pietrangeli, “Io la conoscevo bene”, Gigi Baggini, il personaggio interpretato da Ugo Tognazzi che cerca lavoro, che tutti prendono per il culo, ma lui, imperterrito, continua per la sua strada. Io volevo diventare come lui. Questo personaggio mi ha aiutato a lottare. A un certo punto ho forse anche confuso il personaggio e l’attore, Baggini e Tognazzi. Era come se volessi riscattare gli ultimi, quelli che hanno sogni, quelli che arrivano con i barconi e cercano un nuovo mondo. Io mi sono sempre sentito vicino agli ultimi».

Lei alterna ruoli drammatici a ruoli più leggeri: con quali si trova più a suo agio?
«I più difficili sono i comici, quelli senza rete. Quando fai un ruolo drammatico sei più protetto rispetto a quando devi fare ridere. Tant’è che è più facile che un attore tragicomico faccia il drammatico che viceversa. Il nostro cinema ha un patrimonio talmente vasto di questi attori: pensiamo solo a Tognazzi e Manfredi, ma anche a tanti giovani attori di oggi. E comunque ogni volta che interpreto un ruolo è una avventura, un viaggio nuovo. Certo, poi dipende dalla sceneggiatura, mentre in teatro non ho mai sbagliato: adesso porto in scena uno spettacolo con Giuliana De Sio, l’anno prossimo farò “La coscienza di Zeno”».

Con Mario Monicelli ha girato sei film da antologia: da “Amici miei” a “Parenti serpenti”. Perché oggi è più difficile fare buone commedie?
«Una volta c’erano i grandi sceneggiatori, ma c’erano anche i produttori che ipotecavano la casa per fare un film. E una volta c’erano anche il cinema, una sola rete televisiva, oggi abbiamo le piattaforme, 10mila canali tv e la gente sta a casa, anche perché non c’è una lira. Ci sono autori che però ogni tanto azzeccano un film e fanno un prodotto interessante».

Ora è in sala con Dante e Caravaggio, due film che stanno contribuendo alla riscossa del cinema italiano.
«Sono due partecipazioni molto belle, potentissime. Michele Placido è un amico e a Pupi Avati come posso dire di no? Mi ha donato “Regalo di Natale” e grazie a quel film per me è partita un’altra storia. Io faccio partecipazioni, cortometraggi: non solo uno che se la tira, non dico parli con il mio agente. Quando mi chiamano ci sono, e sono anche fortunato che mi arrivano molte proposte».

Chiudiamo con la Sardegna: nel 2021 ha girato “La terra delle donne” di Marisa Vallone.
«Speriamo esca presto. Amo la Sardegna, non torno da quando ho girato quel film, ma la conosco tutta, l’ho girata in lungo e in largo. In Sardegna c’è tutta l’Italia: cultura, turismo, bellezza. E poi la gente: mamma mia quanto mi piace la vostra terra».

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