La Nuova Sardegna

L'intervista

Chiara Francini: «Amo il cinema ma preferisco scrivere»

di Alessandro Pirina
Chiara Francini: «Amo il cinema ma preferisco scrivere»

Dopo la fiction Rai girata a Carloforte l'attrice torna nell'isola con il suo spettacolo: «Ho scoperto tardi la Sardegna, ma tutti i miei amici sono sardi»

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Fino a qualche anno fa la Sardegna l’aveva vista solo nei libri di scuola. Poi un servizio fotografico a Stintino, madrina al festival di Tavolara, e da quel momento l’isola è entrata prepotentemente nella vita di Chiara Francini. Presentazioni dei suoi lettissimi romanzi, spettacoli di prosa, vacanze. Fino a qualche settimana fa l’attrice era a Carloforte per girare una fiction Rai, “Una scomoda eredità”, con Cesare Bocci, Euridice Axen e Cristiano Caccamo. E ora si appresta a tornare nell’isola per la tournée di “Una ragazza come io”, scritto con Nicola Borghesi, che aprirà le stagioni teatrali targate Cedac di Alghero il 30 novembre, Olbia il 1 dicembre, Tempio il 2 e Carbonia il 3.

Fiction in Sardegna, teatro in Sardegna: cosa è diventata per lei questa isola?

«In realtà questa terra che fino a qualche anno fa mi era sconosciuta mi è sempre stata vicina di cuore. La mia migliore amica, Mara, è di Bolotana, uno dei miei più cari amici, Piero, di Alà dei Sardi. E poi c’è Paolo Isoni con cui si è instaurata una corrispondenza di amorosi sensi. Ci siamo incontrati quando la mia carriera ha iniziato a volare un po’ più in alto e abbiamo iniziato a volare insieme. Tutta questa umanità sarda ha accolto anche me. La Sardegna non mi sarà madre ma è come mi fosse sorella».

Cosa sognava la Chiara bambina di Campi Bisenzio?

«Sognava di essere felice. Ha sempre inseguito in maniera naturale la sua passione, il suo essere fuori posto. Io sono così: sempre schietta, sincera nelle cadute, nei fallimenti, nella consapevolezza dei dolori».

“Una ragazza come io” è un monologo in cui si racconta: i pilastri della sua vita?

«Tutti siamo quello che mangiamo da piccoli, dall’infanzia non si torna indietro. Devo ringraziare il mio paese, la mia famiglia, questa infanzia paesana, provinciale, campestre. Sana per certi versi, insana per altri. Nella Chiara che vedete, i colori sono tali perché dipinti da quella tavolozza sull’argine del Bisenzio. Credo che uno dei motivi per cui questo spettacolo in cui parlo di me sia tanto amato è perché tocca tutte le donne. Paleso, in maniera certe volte colorata, malinconica, le avversità e le disarmonie che hanno attraversato le donne della mia generazione. Racconto la verità».

Nella vita di ognuno ci sono delle sliding doors: la sua?

«Sicuramente la scrittura mi ha dato l’opportunità di affrontare il mondo con le mie manine, ma soprattutto di mettere in maniera personale e veritiera nelle mani del pubblico quella che ero senza intermediari. Il fatto che poi i libri abbiano avuto successo mi ha fatto sentire più accolta, più amata».

Laureata in Lettere con 110 e lode, tesi in italianistica: quanto ha contato nella sua carriera il suo forbito vocabolario?

«Sono sempre stata spinta dalla passione. Io sono la prima laureata di casa. Mia madre desiderava che diventassi una professionista, un medico magari. Insomma, che avessi un lavoro come si dice in Toscana che avesse una buona mesata. Invece, mi sono iscritta prima al classico, poi a Lettere. Mia madre diceva a mio padre: “Giancarlo, qui si è sbagliato tutto. La si terrà in casa fino ai 60 anni”. In realtà, io credo che seguire la propria passione significhi nutrirti di qualcosa di cui non puoi fare a meno».

Giorgia Meloni dice: chiamatemi il presidente.

«È un dibattito che mi annoia profondamente. È vero che le parole hanno importanza ed è abbastanza peculiare che si faccia chiamare il presidente - non lo capisco e non lo condivido - ma credo anche che ci si debba concentrare su questioni vere che riguardano l’uguaglianza».

Il suo legame con la politica?

«Totalmente inesistente, non c’è cosa che mi annoia più della politica. Me ne vergogno, perché sono cresciuta con i nonni quando c’erano Pertini, Spadolini, Berlinguer, Craxi, Almirante, Andreotti. Magari c’erano pochi don abbondi e molti innominati, ma tutti politici di una certa caratura. Calamandrei diceva che la politica è importante, che tutto quello che abbiamo lo dobbiamo a chi ha combattuto per noi. Io cerco di portare avanti un’idea di giustezza, ho una concezione di giustizia ortodossissima, ma alla politica di oggi non riesco ad appassionarmi».

Vent’anni fa il primo ruolo in “Fortezza Bastiani”: come immaginava il cinema?

«Seppi di questo provino, lessi tutto Buzzati e andai a Bologna. Il mio è sempre stato un approccio da sgobbona. Il cinema era già un mondo molto affascinante fatto di luci e lustrini, ma era ed è ancora una materia da studiare con l’ermeneutica».

Come ha convinto Spike Lee a darle un ruolo?

«Uno dei momenti più belli della mia vita. Andai al provino a Trastevere, c’era lui. Feci un monologo e Spike: “ti do la parte”. Durante le riprese fu simpatico, molto puntuto. Tuttora ogni tanto lo sento. Gli scrivi un messaggio a qualsiasi ora del giorno o della notte e lui ti risponde sempre dopo 30 secondi».

Ha lavorato con Brizzi, Vanzina, Miniero, Milani, Genovesi: è cambiato il ruolo della donna nella commedia italiana?

«Un po’ diverso rispetto a prima, ma c’è ancora tanta strada da fare. È un percorso molto periglioso, anche perché sono sempre ruoli orizzontali. Per quello che mi riguarda andando avanti con la carriera è stata una gradatio ascendente, anche se tendo sempre più a scrivere».

Quando Pippo Baudo l’ha chiamata per Domenica in?

«Ero pazza di gioia non tanto per Domenica in quanto per lui. Pippo è un uomo di grandissima caratura, un paniere di delizie. Bastava un suo sguardo per capire quando e come intervenire. Un maestro che meritavo».

Conduce su Real Time Drag Race Italia: cosa l’ha più colpita delle sfide tra drag queen?

«Rappresenta la più perfetta modalità di comunicazione che si deve avere con le nuove generazioni. Ci sono il talent, il varietà, i lustrini, ma viene anche veicolato un messaggio importante. È un chiasmo: ci sono la capacità, il talento delle concorrenti, ma anche una modalità di racconto la loro vita che parla della storia dei movimenti lgbtqia+».

La società è più avanti della politica, anche se poi rivince sempre quella classe politica.

«Come un telefono senza fili».

Se immagina di aggiornare fra qualche anno il testo di “Una ragazza come io” cosa spera di poter aggiungere?

«Spero di dire che sono diventata mamma».


 

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