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Giulia Caminito: «Racconto le scrittrici. Di Grazia Deledda amo la modernità»

di Matteo Porru
Giulia Caminito: «Racconto le scrittrici. Di Grazia Deledda amo la modernità»

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Si intitola “Amatissime” (Perrone, pp. 171, 15 euro) il nuovo libro di Giulia Caminito. Una “biografia narrativa”, come la definisce l’autrice - già Premio Campiello nel 2021-, che lega la sua vita a quelle di cinque scrittrici del Novecento italiano. Le esplora, le esalta e le consegna ai lettori per farcele scoprire, o riscoprire, in un viaggio di ricordi e rievocazioni.

Da dove è partita l’idea?

«Nel secolo scorso, Anna Banti e Maria Bellonci curarono le biografie di grandi donne del passato, come Lucrezia Borgia e Artemisia Gentileschi. Perrone editore ha creato, seguendo questa strada, la collana “Mosche d’oro”, in cui una scrittrice contemporanea racconta la vita di una donna - d’arte o di scienza - che è stata particolarmente significativa per lei, raccontando anche se stessa e i motivi intimi che l’hanno spinta ad avvicinarsi a quella figura. Io ho pensato che fosse più adatto sceglierne più di una, per il mio rapporto con le scrittrici del Novecento. Ne ho selezionate cinque: Elsa Morante, Paola Masino, Natalia Ginzburg, Laudomia Bonanni e Livia De Stefani».

Di questa collana lei è anche curatrice.

«Sì. L’esperienza in doppia veste è stata molto interessante».

La sua preferita, tra le cinque?

«Se dobbiamo sceglierne una, mi interessa la Bonanni. Una scrittrice docente che inizia a insegnare in un Abruzzo difficile, coltivando da subito anche la passione per la scrittura. Prima della guerra diventa giudice di carceri minorili, dopo la guerra viene scoperta dai Bellonci e dagli Amici della Domenica che le assegnano l’unico premio inedito mai conferito. Il successo è straordinario e lei viene catapultata in una società letteraria chiusa e molto elitaria. Poi inizia il declino: Bompiani, la sua casa editrice, si rifiuta addirittura di ripubblicarla. Al che, lei decide di non scrivere più; e muore a novantacinque anni nella sua casa romana. Copre una parabola storica molto ampia. E mi ha dato un’idea chiara di tutte le cose che possono succedere nella vita».

Con Grazia Deledda che rapporto ha?

«La amo moltissimo, l’ho trovata attuale nel suo linguaggio. La sua narrazione è molto schietta, in grado di raccontare storie da un punto di vista umano, paesaggistico, e di entrare nella voce del territorio. Ma non la considero una scrittrice regionale: Deledda è una grande scrittrice nazionale, il nostro Premio Nobel. La stanno ripubblicando in Italia e in Europa. La vuole sapere una curiosità?».

Ovvio.

«Deledda pare abbia soffiato il premio Nobel a Matilde Serao, in cui lei sperava moltissimo. Raccontano dei mondi simili, dei mondi del sud, e sono affezionata a entrambe».

In queste cinque vite, e nella sua, c’è sempre Roma che fa da crocevia. Quanto è cambiata la capitale?

«La Roma che racconto nel libro è la Roma del dopoguerra, vessata dai rastrellamenti, una città che era un ritorno alle vite che erano state interrotte. È una Roma che reagisce, di grande vitalità, che vive del suo clima di rinascita, di ripresa, anche della vita intellettuale. La capitale di oggi è molto affaticata, mal gestita per tanto tempo, una Roma ferita ma per altre ragioni. Nonostante tutto, resta molto vivace, soprattutto nella cultura e nel teatro. Giro tanto per l’Italia, ma quando torno a Roma ritorno a casa, in tutti i sensi. Riesco a scrivere solo lì».


 

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