Grazia Di Michele: «Marisa Sannia, un’artista dimenticata. Amici? Ho imparato l’arte della pazienza»
La cantautrice oggi a Sassari con il tributo alla cantante sarda: «I promotori della sua rinascita non sono la famiglia o altri, solo io e Marco Piras»
Quando ha esordito sul palco la parola cantautrice quasi non esisteva nel vocabolario della musica. Lei ha fatto da apripista alla categoria delle donne non solo interpreti ma anche autrici. E adesso Grazia Di Michele sta rendendo omaggio a Marisa Sannia, i cui ultimi lavori sono passati quasi inosservati. Oggi le sue “Poesie di carta” faranno tappa al Teatro Verdi di Sassari, dove la cantautrice romana sarà sul palco di “Voci di donna”, insieme a un gruppo di musicisti capitanato da Marco Piras, chitarrista, autore e arrangiatore dei Bertas, per anni collaboratore artistico di Marisa Sannia.
Questo spettacolo è solo l’ultimo progetto che la lega alla Sardegna. Quand’è scattata la scintilla con l’isola?
«Dal punto di vista dell’amore direi da sempre. È una vita che ci passo le vacanze. Poi sono arrivati gli incontri illuminanti, come con Pinuccio Sciola. Ho così iniziato a conoscere una Sardegna meno turistica. Sono venuta tanto anche per lavoro. E ora questo omaggio a Marisa mi sta facendo girare l’isola. Ogni volta che torno e porto in giro lo spettacolo provo una grande emozione. È come ridare voce a Marisa, al lavoro che lei ha fatto».
L’ha mai incontrata?
«È stato uno di quegli incontri fortuiti tra persone che fanno lo stesso lavoro. La guardavo da lontano. Mi piacevano la sua eleganza, il modo discreto di stare in questo mondo caciarone, la scelta di fare la cantautrice e non solo l’interprete, l’amore per la poesia. Approfondendo la sua conoscenza ho trovato anche somiglianze tra me e lei».
Pensa che non abbia avuto il successo che meritava?
«È stata molto sottovalutata, perché, ancora oggi, quando parlo di Marisa sento dire: “cantava Casa bianca”. Questo anche in Sardegna. Troppi non hanno seguito o potuto seguire i suoi lavori più belli sui versi dei poeti Casula e Masala. Quest’anno ho ricevuto il Premio Maria Carta e sono rimasta stupita dalla grande, e giusta, attenzione che c’è su questa grande artista: c’è la Fondazione, c’è il museo, c’è Leonardo Marras. Allo stesso tempo ho sentito la grande solitudine che avvolge il nostro progetto su Marisa. Se non avessi avuto Marco Piras nulla sarebbe stato possibile. Ho chiamato io il marito, il Cedac. I promotori di questa rinascita artistica di Marisa non sono la famiglia o altri, ma siamo io e Marco. Non abbiamo una organizzazione e ne siamo felici, ma ci piacerebbe avere più attenzione per questa meravigliosa creatura».
Quando ha deciso che il suo futuro era nella musica?
«Lo hanno deciso altri per me. Ho scritto due canzoni giocando e scherzando con mia sorella Joanna, stavamo nella stessa camera, io suonavo e lei scriveva. Sono andata al Folkstudio, c’era Ernesto Bassignano, critico di Paese Sera. Mi ha preso e portato alla It, un disco con due brani e da lì è cominciato tutto».
Cosa era il Folkstudio?
«Era una cosa magica, meravigliosa. Uno scantinato che trasudava energia, musica da tutti i pori. Il luogo ideale per chi voleva fare il cantautore. Era di quelle occasioni che non ci sono più. Oggi oltre i talent cosa c’è? Il Folkstudio era una fucina di talenti, frequentato da artisti, discografici, critici. C’era andato a suonare Bob Dylan, ci suonava spesso De Gregori».
Il 1986 è l’anno delle ragazze di Gauguin, del successo, della popolarità. Cambiò la sua vita?
«Sono una persona molto con i piedi per terra, non do mai nulla per scontato, neanche le cose positive. Non dico che non mi sono goduta la gioia, ma ho sempre pensato che bisognasse conquistarsi anche gli applausi. La mia vita è cambiata quando ho deciso di fare questo lavoro e ho lasciato l’università. Ma poi qualche anno fa la laurea in Giurisprudenza l’ho presa. Con una tesi su un progetto per insonorizzare i corridoi dei tribunali in cui i bambini vanno per testimoniare nei casi di divorzio».
Nei suoi testi si parla spesso di donne: canzoni femministe?
«Direi più femminili. Quando ho iniziato, provenendo da un movimento molto femminista, usavo temi forti come l’identità femminile, l’aborto, il cliché maschile. Poi ho continuato a prestare attenzione alla condizione delle donne. Da quando sono nata le canzoni le scrivevano gli uomini, non esisteva la parola cantautrice. I brani che gli uomini scrivevano erano una proiezione dei loro sentimenti. Tutto questo mi ha portato a fare masterclass su come gli uomini raccontavano l’amore delle donne. Anche artiste rivoluzionarie cantavano testi discutibili. Pensiamo a Mina: l’uomo poteva combinarne di tutti i colori ma restava grande grande grande. Io ho pensato che l’amore dovesse essere raccontato in altro modo».
Nel ’93 terza a Sanremo con Rossana Casale con “Gli amori diversi”. Trent’anni dopo quegli amori sono meno diversi?
«Rispetto ad allora si sono fatti passi avanti. A Sanremo sono anche tornata con Platinette con un brano sulla crisi di identità, non solo riferito al sesso. Le canzoni non possono fare grandi miracoli, ma portare a Sanremo un rappresentante del pregiudizio con una canzone così tosta è stato importante. Quante lettere di ragazzi che finalmente si sono sentiti rappresentati».
Per dodici anni docente ad Amici: cosa le ha lasciato quella esperienza in tv?
«Ho imparato l’arte della pazienza, di quella non nasci dotato. Il mio lavoro didattico è quello che mi ha permesso di vivere felicemente quella esperienza».
Gli allievi migliori?
«C’è una cosa da sfatare: uno non ha successo solo se va a Sanremo. Valerio Di Rocco non c’è mai andato, ma fa musical ovunque. Stefano Maiuolo ha aperto il concerto di Stewie Wonder, Ottavio Di Stefano quelli di Tom Jones. Certo, ci sono Emma, Alessandra, Annalisa, Stash, ma si chiama successo anche quello raggiunto da chi fa doppiaggio, musical, musicoterapia».
Con Marco Carta non c’era sintonia. Vi siete più sentiti?
«Ci siamo rivisti, anche con molta calma e serenità. Quello è un programma che crea dinamiche particolari. La mia presenza era motivata dal fatto che dovessi insegnare. Se qualcuno non aveva voglia di seguirmi mi dispiaceva, perché non si stava giocando fino in fondo l’opportunità. Poi è ovvio che quando quelle dinamiche si sviluppano davanti a milioni di telespettatori è più difficile gestirle. Oggi a casa seguo tanti ragazzi, abbiamo anche degli scontri, ma tutto finisce lì. Perché non siamo in tv».
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