La Nuova Sardegna

L'intervista

«Il cinema è morto? Sciocchezze. Mai prodotti tanti film come oggi»

di Fabio Canessa
«Il cinema è morto? Sciocchezze. Mai prodotti tanti film come oggi»

Daniele Vicari domani presenta il suo libro a Cagliari al festival Pazza Idea. «Le sale faticano ma non è la prima volta: vanno ripensate come luogo d’incontro»

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Secondo una nota affermazione attribuita ai suoi stessi genitori, i fratelli Lumière, era «un’invenzione senza futuro». Soltanto la prima delle pessimistiche profezie di cui è stato oggetto il cinema nel corso dei suoi 127 anni di storia. Portati benissimo per Daniele Vicari che contro le ricorrenti previsioni della sua fine ne descrive la vitalità e la capacità di adattamento alle nuove tecnologie nel saggio “Il cinema, l’immortale” pubblicato di recente da Einaudi. Regista di film importanti come “Diaz”, sui fatti del G8 di Genova, e pronto a tornare in sala con il suo nuovo lungometraggio “Orlando” che sarà distribuito dalla prossima settimana, Vicari sarà domani a Cagliari ospite del festival Pazza Idea (appuntamento alle 17 al Centro d’arte e cultura Il Ghetto) per una conversazione con Renato Chiocca a partire dal suo libro: una riflessione sul passato, il presente e il futuro della settima arte.

Vicari, come definirebbe il libro che ha scritto?

«Un libro non specialistico, pensato in modo che possano leggerlo tutti. Perché il cinema, l’audiovisivo in generale, riguarda ognuno di noi. Fa parte della nostra esistenza quotidiana. Siamo costantemente a contatto con delle immagini, da quelle dello smartphone a quelle trasmesse degli schermi presenti per esempio sui treni. Per questo motivo l’insegnamento del cinema nelle scuole di ogni ordine e grado, dalle elementari all’università, è una questione non più rinviabile. Una necessità sociale e civile. Questo è per me il tema fondamentale, accanto al quale c’è quello della tecnologia che sviluppandosi cambia i linguaggi. Compreso quello audiovisivo e cinematografico. Il libro ripercorre un po’ il filo di questi grandi cambiamenti».

I cambiamenti fanno spesso paura. Forse per questo sono ricorrenti le dichiarazioni sulla morte del cinema?

«Parlare di morte del cinema è sciocco quando non sono mai stati prodotti tanti film come in questi ultimi anni. Penso anche alla Sardegna diventata un hub produttivo grazie a politiche intelligenti, al lavoro della Film Commission, ma anche perché la tecnologia è diventata meno costosa ed è più facile fare un film. Una cosa che sta accadendo in tutto il mondo. Basta pensare che nell’Africa subsahariana se ne fanno più di mille all’anno. Questo dice tutto».

Certo la fruizione è differente. Nel libro racconta di aver notato su un treno una ragazza guardare, sul suo smartphone, “2001: Odissea nello spazio”. È accettabile una visione di questo tipo?

«Se un chirurgo da New York può operarmi al cuore attraverso uno smartphone o un tablet, possiamo vedere anche Kubrick nello stesso schermo. Anche perché è importante prima di tutto la proporzione, quindi la distanza dagli occhi. Certo può non essere la fruizione ottimale, ma il cinema si è sempre adattato ai nuovi formati. È già successo con l’avvento della televisione».

E le sale cinematografiche che futuro possono avere?

«Le sale stanno faticando, ma non è la prima volta. Negli anni Ottanta c’era stato un tracollo, prima di una certa ripresa. Io nonostante il pessimismo diffuso credo che le sale avranno un futuro importante, ma devono cambiare. Vanno ripensate come un luogo d’incontro, dove andare insieme e discutere prima e dopo le proiezioni. Così i cinema possono davvero dare allo spettatore un’esperienza più completa della visione casalinga. Sono quindi fondamentali le sale cittadine, le rassegne, la figura dell’esercente come uomo che fa cultura e diventa importante per la comunità».
 

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