La Nuova Sardegna

L'intervista

Rita Dalla Chiesa: «Mio padre era un uomo dello Stato ma in casa era estremamente tenero»

di Alessandro Pirina
Rita Dalla Chiesa: «Mio padre era un uomo dello Stato ma in casa era estremamente tenero»

La conduttrice tv e ora deputata si racconta all'esordio della serie: «Ottima Teresa Saponangelo: in lei ho rivisto mia madre»

06 gennaio 2023
6 MINUTI DI LETTURA





Volto televisivo amatissimo, una vita tra Rai e Mediaset, da qualche mese deputata di Forza Italia, ma prima di tutto figlia del prefetto di ferro che debellò le Brigate rosse. Rita Dalla Chiesa si racconta alla vigilia della prima puntata della serie “Il nostro generale”, su Rai 1 da lunedì in prima serata, dedicata alla figura del padre, a quarant’anni dalla strage mafiosa in cui perse la vita con la seconda moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo.

Chi era Carlo Alberto Dalla Chiesa?

«È difficile parlare del proprio padre come una terza persona. Era un uomo delle istituzioni, dello Stato che rispettava facendo propria la Costituzione. Era una persona che ha sempre rispettato le regole, il proprio prossimo. Una persona perbene».

Che padre era il Generale?

«Al di là di quello che potesse sembrare - alto, in divisa, dall’aspetto un po’ burbero - era un uomo estremamente tenero, soprattutto con la sua famiglia. Con mia mamma, con noi figli, con i nipotini. Una persona molto dolce, avvolgente, protettiva che non si imponeva. Lui aveva il suo esempio che per noi era l’esempio. Non avevamo bisogno di imposizioni. E lo stesso discorso vale per mamma: una donna illuminata, molto colta».

Che ricordi ha degli anni di piombo con suo padre in prima linea contro le Br?

«Anni molto duri, pesanti. Ricordo il buio di quel periodo, la preoccupazione che avevamo per nostro padre che girava l’Italia e non doveva mai dire dove stesse andando. Tutte le sere telefonava a noi figli che eravamo sparsi per l’Italia, ma noi non sapevamo mai dove collocarlo. Solo mamma sapeva. Mamma era la sua forza. Ma non era una donna che stava due passi indietro, mamma camminava al suo fianco. Si erano conosciuti quando papà aveva 18 anni e mamma 15. Liceo, università, tutta la vita che hanno potuto vivere insieme. Poi mamma è morta giovanissima d’infarto, non aveva retto alla preoccupazione».

Nella serie sua mamma ha il volto di Teresa Saponangelo.

«Teresa ha illuminato la figura di mamma, le sono molto grata. Non era facile dare vita a un personaggio mai visto, mai conosciuto. Lei ha dovuto immedesimarsi. Abbiamo parlato a lungo, ha ascoltato i miei suggerimenti sul carattere, sul modo di vestire molto sobrio. Nella fiction io ho ritrovato mamma».

E in Sergio Castellitto ha rivisto suo padre?

«È straordinario. Ovviamente interpretare mio padre è più facile: ci sono i filmati. Ma Sergio mi ha detto una cosa che mi ricorderò per sempre: “non voglio somigliare a tuo padre fisicamente, ma voglio capire cosa aveva dentro”. Ho passato un pomeriggio intero con lui e il regista Lucio Pellegrini per raccontare anche le sue fragilità, il suo romanticismo, i film e la musica che amava. Tutto un mondo interiore che solo noi conosciamo».

Cento giorni a Palermo, citando il film di Giuseppe Ferrara. In quei tre mesi, o poco più, aveva paura che potesse succedere qualcosa a suo padre?

«No. Io ho avuto molta paura per papà negli anni del terrorismo. Per questo, quando Simona Ercolani mi ha detto che volevano fare l’ennesima fiction su papà ero scettica. Non è che nelle altre ci fossimo ritrovati molto. A quel punto però ho chiesto: perché non parlate dell’epoca del terrorismo? I ragazzi devono sapere cosa sono stati quegli anni. Io e i miei fratelli li abbiamo vissuti, minacce comprese. È un periodo buio in cui non ricordo sprazzi di luce. Papà mi diceva di non parlare ad alta voce perché il vicino al bar poteva essere un brigatista. O di guardare sempre lo specchietto retrovisore e in caso avessi visto auto o moto sospette di precipitarmi nella caserma più vicina. Cose che mi sono rimaste ancora oggi».

L’Italia spesso tende a dimenticare: crede sia stato fatto lo stesso anche con Dalla Chiesa?

«Papà è ancora amato, la gente gli ha voluto bene e riconosce in lui quei valori che è difficile ritrovare in molti appartenenti alle istituzioni. Certo, mi capita di leggere commenti di gente che strizza l’occhio alle Br, ma la cosa non mi tocca più di tanto».

Nel 1983 l’esordio sul piccolo schermo: cosa la portò in tv?

«Ero giornalista professionista, scrivevo per Rusconi. Mi arrivò un’offerta di Rai 2 per occuparmi di moda e spettacolo in un talk show pomeridiano e mi misero alla conduzione. Restai in Rai per tre anni, poi mi chiamò Arrigo Levi alla Fininvest».

Il grande successo con Forum, oltre vent’anni di tribunale televisivo. Accettò subito?

«Certo. E poi avevo un maestro come Santi Licheri. Santino è stata la colonna, lui è Forum. Un uomo colto, di sani principi, brillante, spiritoso. Raccontava barzellette e parlava sempre della sua ragazza della Maddalena, perché sua moglie l’aveva conosciuta lì. Ho imparato tanto da lui, gli devo molto».

Guarda ancora Forum?

«No».

Da qualche mese è deputata: un primo bilancio?

«Devo imparare, studiare. Io vengo da un altro mondo, loro sono politici, conoscono la burocrazia della politica. Mi piace che sono capogruppo in commissione Cultura e questo mi permette di occuparmi di cose che conosco, ma nella vera politica devo ancora entrarci».

Cosa votava prima?

«Sempre Forza Italia».

Tutti e tre i fratelli Dalla Chiesa siete stati parlamentari.

«E tutti con idee diverse in politica. Qualche volta ci scontriamo, ma tra noi ci sono grande stima e rispetto, come ci hanno insegnato mamma e papà. Poi di alcuni temi evitiamo di parlare».

È vero che per candidarsi ha rinunciato al Grande fratello?

«No. Ho accettato la candidatura ad agosto, mentre già a maggio avevo detto no a Signorini».

Nel 2106 Giorgia Meloni la voleva sindaca di Roma.

«Mi è dispiaciuto rinunciare perché l’offerta di Giorgia era importante, ma ognuno conosce i propri limiti. Non sarei stata in gradi di gestire una città come Roma, ma è un’offerta prestigiosa che mi porto dentro».

Lei è molto amica di Mara Venier: che effetto le fa, quando va a Domenica in, trovarsi negli studi Fabrizio Frizzi?

«Sarò da Mara anche domani. Mi fa sempre effetto, ma penso alla grandezza di Fabrizio. Credo di avere avuto la fortuna di essere stata circondata da uomini perbene e importanti come mio padre, mio fratello e Fabrizio. Questo mi dà la forza anche nelle mancanze».
 

In Primo Piano
L’approfondimento

La trincea dei sindaci contro lo spopolamento, Nughedu San Nicolò lotta per non scomparire

di Paolo Ardovino
Le nostre iniziative