La Nuova Sardegna

L'intervista

Marino Bartoletti: «Enzo Ferrari l’incontro della mia vita, il calcio di oggi senza veri campioni»

di Alessandro Pirina
Marino Bartoletti con i suoi fortunati libri
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Marino Bartoletti con i suoi fortunati libri

Il giornalista parla dei grandi personaggi raccontati nei suoi tre libri sugli “dei”: «Dopo la scomparsa di Sinisa Mihajlovic e Gianluca Vialli potrei farne un quarto»

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Quando in tv si parla di calcio, ciclismo, musica, Sanremo, grandi personaggi, lui è l’ospite più ambito dai conduttori. Perché pochi come Marino Bartoletti hanno un bagaglio così ricco di conoscenze, ricordi, aneddoti. Tanto che da tutti questi incontri unici e spettacolari è venuto fuori un libro, “La cena degli dei”, a cui ha poi fatto seguito “La discesa degli dei”. E infine un terzo, “Il ritorno degli dei”. Tutti grandi successi. E non è detto che non possa arrivare anche il quarto.

Nei suoi libri immagina l’incontro tra giganti che non ci sono più, da Enzo Ferrari a Raffaella Carrà. Il primo big che ha incontrato nella sua vita?

«I primi grandi incontri risalgono a quando avevo 20 anni ed ero un giornalista alle prime armi. Ricordo Mazzola e Facchetti nel ritiro dell’Inter o Rivera in quello del Milan. Mi sembrava di avere davanti l’album delle figurine Panini. Avevano pochi anni più di me, ma per un ragazzo di provincia qual ero io fu una folgorazione incredibile. Un paio d’anni dopo vidi Gigi Riva in una clinica, era alla fine della carriera: mi tremavano le gambe».

I suoi miti da bambino?

«Erano tutti nel ciclismo. Ho fatto in tempo ad amare Coppi, ma più di tutti amavo Ercole Baldini, un personaggio meraviglioso scomparso poco tempo fa. Sarà che era di Forlì come me, ma per tre anni fu il ciclista più grande del mondo. Quando penso a un mio idolo penso a lui. Poi ci sono gli atleti delle Olimpiadi di Roma, da Berruti a Benvenuti, di cui poi sono diventato amico. Per me è sempre emozionante quando Berruti mi manda gli auguri di Natale o Benvenuti mi abbraccia. Mi ritorna in mente quel bambino senza baffi che trepidava per le loro imprese».

In oltre 50 anni di carriera ha avuto a che fare con tutti i più grandi. L’incontro più bello?

«Quelli con Enzo Ferrari, erano lezioni di vita. Mi accucciavo vicino a lui e mi abbeveravo a quello che mi poteva dare. L’ho conosciuto nella sua intimità, nella sua gentilezza. Senza di lui non sarebbero nati questi libri».

Ha conosciuto sia Pelè che Maradona: il più forte?

«Pelè ha saputo fare tutto prima degli altri, ma Maradona sapeva fare cose che nessuno è riuscito più a realizzare. Come fare vincere squadre che senza di lui non avrebbero mai vinto».

Ha visto il film di Riccardo Milani su Gigi Riva?

«Sì, e mi sono molto commosso. Per me Gigi Riva rappresenta qualcosa di straordinario, prima e dopo. Lo ho frequentato tanto in Nazionale e ho scoperto la parte più dolce di lui».

Mihajlovic e Vialli, due campioni molto diversi ma accomunati dallo stesso destino. Cosa amava di loro?

«Sinisa ha preso la malattia per il bavero come volesse prenderla a pugni, Vialli con la stessa determinazione, e forse con più garbo, sperava che prima o poi questo viaggiatore imprevisto scendesse dal treno. La grinta di Mihajlovic e la gentilezza di Vialli, anche nell’ultima fase, sono le cose che mi rimarranno sempre nel cuore. Rispecchiano la loro indole e il loro modo di vivere la vita».

Chi sono i campioni di oggi che la affascinano?

«Sicuramente la generazione di ciclisti di Pogacar. Oggi non c’è un italiano che mi dia le stesse emozioni. L’ultimo è stato Nibali. Poi ho amato tantissimo Feder: la sua è stata una lezione di sport e civiltà allo stesso tempo. Nel calcio è difficile trovare qualcuno che mi faccia davvero vibrare il cuore. Oggi un vero campione non c’è. Mi auguro che Mancini - io sono un manciniano di ferro - sappia tirare fuori qualcosa dal cilindro. Come è successo con quei giovani che ci hanno fatto vincere l’Europeo».

Qatar: che effetto le hanno fatto i Mondiali in inverno?

«All’inizio c’era un po’ di freddezza, poi mi sono accorto che li guardavo con più serenità perché non c’era la Nazionale. Me li sono goduti. Forse abbiamo avuto la finale più bella di sempre nel mondiale eticamente più discutibile».

Il Cagliari si è affidato di nuovo a Claudio Ranieri. Pensa possa essere la giusta medicina?

«Ranieri è un ragazzo che ha più o meno la mia età. Non posso che tifare per lui. Credo che nessuna altra sfida avrebbe dato lo stesso entusiasmo a Ranieri. Senza dimenticare che il Cagliari appartiene alle gioie della mia generazione: i David che battono i Golia».

Chi vincerà il campionato?

«Dovrei stupirmi tanto se il Napoli lo buttasse via sia per superiorità che per mancanza di un avversario».

Ha condotto tutte le più importanti trasmissioni sportive: la Ds, il Processo, Pressing, Quelli che il calcio, il Giro d’Italia: quella a cui è più legato?

«Sicuramente Quelli che il calcio, è una mia creatura. Ha cambiato la storia della narrazione dello sport in tv. Mi ricordo i Tenores di Bitti che venivano quasi ogni settimana e ci riempivano di leccornie sarde».

Quando è scoccata la scintilla con Sanremo?

«Nasce come la passione per lo sport. Ero un ragazzino che si guardava attorno con gli occhi sgranati: al festival c’erano la gara, gli applausi, le vittorie, le sconfitte. Posso dimenticare chi ha vinto uno scudetto ma di Sanremo so il podio di ogni anno».

Il festival più bello?

«Per quanto mi riguarda il 1964, perché arrivarono gli stranieri: da Paul Anka a Gene Pitney. Vinse Gigliola Cinquetti, esplose Bobby Solo: era l’apice della mia adolescenza».

Il suo podio di Sanremo?

«Prima “Io che non vivo senza te” di Pino Donaggio, 1965, l’unica canzone italiana cantata da Elvis. Seconda “Perdere l’amore” di Massimo Ranieri, 1988. La terza è variabile. Ora dico “Chiamami ancora amore” di Roberto Vecchioni, 2011».

Il cast di quest’anno?

«Bello, strizza molto gli occhi ai giovani, soprattutto per quello che non conosciamo. E non è la prima volta, da Celentano in poi. E poi i big. Amadeus è stato bravissimo a trasformare in concorrenti artisti che fino pochi anni fa sarebbero stati ospiti, come Ultimo, Mengoni, Giorgia».

Dopo l’estate sarà al cinema con Neri Marcorè.

«A 70 anni ho debuttato come scrittore, a 73 come attore. Devo capire cosa fare da grande».

Ci sarà una quarta puntata del libro sugli Dei?

«Quando ho chiuso il computer dopo il terzo ho pensato: “la finiamo qui”. Ma dopo la morte di Mihajlovic e Vialli non escludo che possa esserci una partita degli dei».
 

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