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I sardi, ovvero un popolo che balla: centinaia di canti in un volume

di Paolo Curreli
I sardi, ovvero un popolo che balla: centinaia di canti in un volume

Giovanni Strinna pubblica il patrimonio di testi raccolto da Enzo Espa

27 aprile 2023
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Un popolo che balla: i sardi. Con molto poco, la voce dei tenores, pifferi di canna, un piatto battuto con una chiave o con strumenti più sofisticati: launeddas, organetto, armonica, chitarra. Ballare per i sardi non è mai stato solo divertirsi e muoversi a ritmo di musica, ma principalmente il rito in cui la comunità si ritrovava in cerchio e all’unisono, il luogo in cui si incrociavano gli sguardi dei giovani, lontano dalle politiche matrimoniali delle famiglie o dalle eterne disamistades. Un rito comunitario che sopravvive al folk, che relega sul palco i ballerini. A questo millenario divertimento Enzo Espa (Nuoro 1919, Sassari 2014) ha dedicato una vita di ricerche raccogliendo centinaia di testi dei canti che accompagnano il ballo. Giovanni Strinna, docente di Filologia romanza all’università di Sassari, studioso della lingua e della cultura della Sardegna ha raccolto e riordinato il corpus del lavoro di Espa nel volume “Enzo Espa, Canti a ballo del popolo sardo”. «Si tratta di una messe straordinaria, Espa scelse di concentrarsi sul lavoro di ricerca piuttosto che nella pubblicazione – spiega Strinna –. Abbiamo trovato una documentazione particolarmente preziosa perché sistematica».

In questo impegno si intuisce anche l’urgenza del salvataggio di un patrimonio?

«Sì, Espa aveva capito di vivere un momento di trapasso epocale: negli anni ‘60 del Novecento si assisteva a una trasformazione strutturale della società rurale e, con la progressiva scomparsa delle generazioni nate a fine Ottocento e al principio del Novecento, stava naufragando per sempre un patrimonio di conoscenze tramandato per secoli tramite l’oralità. Intervistare quelle persone significava attingere a un pozzo che si stava prosciugando irreversibilmente».

Come si svolse la ricerca e in che tempi?

«Si tratta di una raccolta sedimentata nei decenni, a partire almeno dagli anni ’60 fino al 2010 circa. Espa portava sempre un taccuino e ovunque fosse annotava ogni aspetto della cultura sarda che colpisse la sua attenzione, dalla battorina al proverbio alla parola in disuso. Successivamente riordinava i materiali battendoli a macchina (e dagli anni 2000 anche al PC), e quando i fogli iniziavano a diventare tanti li rilegava in modo casalingo. L’apporto determinante in questa raccolta venne però dai suoi allievi delle scuole magistrali, che in gran parte venivano dai paesi dell’interno, in particolare dal Logudoro e dal Goceano. Solo grazie alle reti dei loro informatori fu possibile raccogliere oltre 900 testi. A lungo andare, peraltro, il materiale raccolto diventava difficile da gestire: ne vennero fuori, oltre che una redazione elettronica, diversi volumi a stampa su cui annotava a mano nuovi testi».

Questo concetto di “popolo” nel titolo significa che si tratta una cultura condivisa da un popolo intero, piuttosto che solo dai contadini o dai pastori per esempio?

«Sì, Espa vedeva in questi versi un serbatoio di valori linguistici ed estetici originali elaborati dai sardi nel corso della loro storia, o per dirla con i romantici vi coglieva “lo spirito della lingua” di un popolo senza Stato. Si tratta di poesia spontanea o irriflessa, in gran parte estranea all’influenza del patrimonio colto. Indubbiamente il ballo e la poesia cantata sono stati due elementi fondanti per costruire l’identità sociale dei sardi, per maturare una coscienza della propria diversità. Il ballo è un momento sociale potente, che appartiene alla dimensione festiva e ha rappresentato il sogno dei sardi di concepirsi come una collettività. Quando nelle trincee i soldati di quel battaglione etnico che era la Brigata tataresa, scoprirono di essere “sardi”, vollero celebrare questa esperienza ballando e improvvisando dillos e alcuni sono riportati nella raccolta».

Che ritratto viene fuori del popolo sardo da questi testi?

«Riemergono sfumature del vissuto umano che negli altri generi poetici non hanno avuto possibilità di espressione: l’erotismo e la fisicità, la gioia, lo scherzo, la ciarlataneria in chiave buffonesca. Il cantore indossa i panni dello zotico e quando guarda la donna non usa certo le buone maniere: il suo corpo è ridotto a oggetto del desiderio e allo stesso tempo è presentato come alterità animale. È il rovesciamento carnevalesco descritto da Bachtin, che abolisce ogni norma morale e tabù. In questi testi emerge prepotentemente una dimensione di felicità e di leggerezza del tutto diversa da quelle condizioni esistenziali che spesso sono state associate al carattere dei sardi come la sofferenza e la tristezza»

Il corpus dei testi non comprende tutta l’isola?

«Esatto, l’area coperta dall’inchiesta include grosso modo tutto il centro-nord dell’isola, è una scelta quasi obbligata perché è conseguenza dei luoghi d’origine degli informatori. Non si trovano testi dell’area campidanese, né nelle varietà alloglotte come il turritano e l’algherese. Ma va anche detto che il ballu de càntidu, che sia eseguito dal tenore o a boghe sola, è una tradizione diffusa prevalentemente nell’area centro-settentrionale. Il risultato è un corpus linguisticamente omogeneo, non manca però qualche incursione negli stazzi della Bassa Gallura, dove peraltro si riaffacciano i testi circolanti nel Logudoro, a dimostrazione di come i canti viaggiassero».

Esiste una lingua dei balli?

«Sì, i dillos hanno un lessico del tutto peculiare. Si tratta di voci metaforiche, altrimenti note come su suspu, espressioni gergali ed eufemismi che appartengono soprattutto alle funzioni corporee e alla sfera sessuale, quest’ultima prediletta dai cantori perché il loro scopo era soprattutto quello di suscitare il riso. È una retorica fatta di doppi sensi e paradossi, iperboli, immagini grottesche e affermazioni triviali e scatologiche. Il sesso femminile è chiamato su forasmale, «il “Dio ne scampi!”», oppure leporedda, «leprottina», mentre l’organo maschile è chiamato pissa, cicita, sa figu niedda, oppure padre Concheddu, “fra’ Prepuzio”, soprannome che ci ricorda che ai frati, fin dal medioevo, si attribuiva una grande potenza virile».

Sopravvive ancora questa attitudine o quel popolo è definitivamente scomparso?

«Se leggiamo questi testi cogliamo un’inventiva e una spontanea espressività che oggi si sono eclissate e non trovano la possibilità di riemergere. Certamente il mondo ha subito grandi cambiamenti antropologici: quando, cento anni fa, la lingua d’uso era quella ereditata dai propri antenati e la civiltà rurale aveva una forte connessione uomo-natura, il cantore aveva un rapporto immediato con la realtà e un legame più intimo con la propria lingua, che era espressione di una logica primitiva, e coniava nuovi modi di nominare le cose. Con la progressiva perdita della lingua madre abbiamo tagliato il legame con una sorgente di creatività che era capace di elaborare il pensiero in modo originale, ci siamo impoveriti».


 

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