Dj Ringo: «Al bar con Bono Vox e la torta di Prince. L'Hollywood e quella Milano fantastica»
Il re dei disc-jockey il 2 giugno a Birralguer: «La prima serata nell'isola nel 1986 a Porto Rotondo. Amo la Sardegna, ma arrivarci costa troppo»
Ringo senza la consolle non esiste. Era soltanto un ragazzino quando ha iniziato a mettere dischi, a capire quale genere di musica poteva funzionare, a fare divertire il pubblico. E oltre quarant’anni dopo è sempre lì, dietro la consolle, che sia di una radio o di un locale, sempre con l’obiettivo di regalare musica e allegria. Così sarà anche venerdì 2 giugno quando il deejay animerà piazza della Pace di Alghero insieme a Dj Toky, immancabile al suo fianco, all’interno di Birralguer, il festival della birra artigianale e del cibo da strada.
Il primo ricordo musicale?
«I 45 giri di mio zio che mettevo nel mangiadischi. Erano gli anni ’60: è lì che in qualche modo iniziai a fare il disc-jockey».
Quando diventa Ringo?
«A 13 anni suonavo in una cover band, specializzata nella musica dei Beatles, che si erano appena sciolti. Il batterista era Ringo Starr, io ero il batterista e da allora sono Ringo».
Gli inizi come parrucchiere di acconciature punk.
«Ero un ragazzino, ero il garzone in un salone di via Montenapoleone. Facevo un po’ di tutto. Era l’epoca dei primi colori, delle prime creste».
La Milano dei primi anni Ottanta era così da bere come diceva un celebre spot?
«Negli anni ’80 ero il disc-jockey più gettonato, sono andato prima a Los Angeles e poi ho aperto l’Hollywood. Era una Milano fantastica. Ma era tutta l’Italia a essere più sbarazzina. C’era bella musica sia per la dance che per il punk. La riscoperta dei locali, le feste, andare a ballare, le compagnie, i look».
Cos’è stato l’Hollywood per l’Italia?
«Diciamo anche per il mondo. Negli anni ’80 e ’90 la “guida del tuo viaggio in Italia” invitava a visitare i monumenti di Milano, ma anche ad andare a ballare all’Hollywood. Abbiamo ospitato la festa degli U2, il compleanno di Prince. E poi i Rolling Stones, tutte le modelle americane. Era un bell’ambiente».
L’incontro indimenticabile?
«Quando al bar mi trovai a chiacchierare con Bono Vox o a bere Coca cola con Ronnie Wood dei Rolling Stones: fenomenale. O Prince che al suo compleanno, organizzato da Gianni Versace, taglia per me una fetta della sua torta. Peccato che fosse al limone, che io odio, ma me la dovetti mangiare a forza».
Com’è oggi la discoteca?
«Oggi non ci sono più. Chiunque fa ballare ovunque - dai bar ai chiringuiti -e questo ha dato una botta terribile alle discoteche. Poi c’è stato il Covid. E anche l’ambiente si è deteriorato. Senza contare che oggi chiunque fa il disc-jockey. Anche Vacchi. Ognuno è libero di farlo, ci mancherebbe, ma se io faccio un film mi dicono che non sono attore. Tutti esigono rispetto per il proprio mestiere, ma questo non vale per il disc-jockey».
Il primo lavoro in radio?
«Negli anni ’70 in una piccola radio che prendeva entro un chilometro quadrato. Trasmettevamo con un mio amico da una soffitta, parlavamo a poche persone, ma per noi erano milioni».
Quando ha svoltato?
«Ho sempre fatto radio e tv, la gente mi ha sempre fermato per un autografo, oggi per un selfie o per un video per la nonna che sta male o per il cugino che si sposa. Ma negli anni dell’Hollywood la gente mi fermava perché voleva parlare con me».
L’emozione più grande?
«Quando ho conosciuto David Bowie. E lui: “hi Ringo, how are you?” (ciao Ringo, come stai?, ndr). Un tuffo nel cuore. E poi le amicizie importanti. Come quella con Marky Ramone. E pensare che nel 1978 al Palalido di Milano scaricavo gli strumenti del concerto dei Ramones. Feci il facchino per conoscere la mia band più amata».
L’incontro più deludente?
«Non direi deludente, ma negli anni ’90 feci una intervista a Lou Reed. Lui era cupo, rispondeva a monosillabi. Ma poi a metà intervista parlai di musica rockabilly di cui lui è fanatico e sul viso gli si stampò un sorriso. Da quel momento si è aperto ed è venuta fuori una intervista magica. Anche Sting fu un po’ ostico, ma fa parte del mestiere».
Direttore artistico di Virgin Radio: il segreto di un buon palinsesto?
«Sono creative e director, faccio un po’ il figo (ride, ndr). Lo station manager è Alex Benedetti, lavoriamo in coppia. Posso dire che Virgin è fatta da un vero team. È quello il segreto. Senza team anche Ronaldo fa fatica».
E il suo Milan ha un team?
«Certo, l’anno scorso abbiamo vinto lo scudetto e ora siamo tra le prime quattro squadre in Europa. È che abbiamo perso il derby in semifinale con l’Inter, fosse stato il City nessuno avrebbe detto nulla».
Il Sanremo di Amadeus?
«Non guardo Sanremo perché non seguo la musica italiana. Amadeus ha preso un festival cadaverico e ha trovato una formula che gli ha dato linfa vitale. Sulla parte artistica non mi pronuncio. Troppo rap e trap. Mi aspetto più musica italiana. Non ci sono più i De André, Finardi, Bennato, Ivan Graziani».
Oggi manca il Festivalbar?
«Era una cosa molto commerciale, ma controbilanciava Sanremo. Tanti ospiti internazionali, da Boy George a Joe Cocker, fino a Tina Turner».
Ad Alghero sarà con Toky. Come nasce il vostro sodalizio?
«Ormai siamo insieme da più di vent’anni. Ha iniziato come mio tecnico a Radio 105. È nata una amicizia forte tra noi, tra le nostre famiglie, le nostre figlie».
Prima serata in Sardegna?
«Nel 1986 al Blacksun a Porto Rotondo. Arrivammo lì con le moto enduro. In una jeep avevamo tutti i dischi. E 10 modelle. Che estati fantastiche, che meraviglia vivere la Sardegna con l’enduro. Appena finivo in discoteca andavo a dormire in spiaggia, Marinella o Ira, per farmi svegliare dalla gente che arrivava».
Il ricordo più bello?
«Suonavo in una discoteca a Cugnana, il Black sunmarine, mettevo i dischi in spiaggia e la gente scendeva dalle barche. Poi ero single... Posso aprire una piccola parentesi?».
Certo.
«Adoro la Sardegna ma è troppo caro arrivarci. Aerei e traghetti costano troppo».
Claudio Cecchetto a 71 anni ha fondato una radio: come vede il futuro di Ringo?
«Non ho i soldi di Cecchetto e non posso farmi una radio. Vivo alla giornata. Lavoro per il domani, ma devo essere in grado di arrivare all’oggi. La vita è bella, è un dono e me la godo. Ma la differenza è che ora ho una compagna, una figlia ed è bello dare conto a loro. Prima ero solo».
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