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Ultime volontà a Sassari nel 1855: ricchi, poveri e il flagello colera

di Eugenia Tognotti
Ultime volontà a Sassari nel 1855: ricchi, poveri e il flagello colera

I notai giravano per la città per raccogliere i testamenti

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Il 3 agosto 1855, nei primissimi giorni dell’epidemia di colera che aveva sconvolto Sassari, la vedova Maria Francesca Curgiolu detta quasi all’alba il suo testamento al notaio che trascrive le minute disposizioni sui riti funebri da celebrare dopo la sua morte due messe cantate, l'una il giorno della morte “corpore praesenti”, l'altra il giorno “degli onori”; intorno al feretro due torce e quattro candele di mezza libbra; la croce parrocchiale e la comunità dei Padri Osservanti, del cui abito intendeva essere vestita. I notai sassaresi Gavino Me Fois, Giovanni Antonio Casanova, Francesco Giuseppe Leoni, Gavino Manca Crispu, Leonardo Carta Giuseppe Basso Campus, Cosimo Solinas Vistoso girano incessantemente per le case, allora prive di numeri civici, e per le diverse “contrade” – Carrela Longa, Turritana, Rosello, stretta di Sant’Andrea – per raccogliere le ultime volontà dei testatori –. Quasi tutti, uomini e donne, erano «prostrati in letto a causa del morbo dominante», ma «ferma memoria, perfetto udito, vista e chiara favella». Alcuni non sono neppure in grado di firmare o apporre un segno di croce dato il loro stato: Anna Maria Cossu Solinas, moglie del medico collegiato Vincenzo Delitala, domiciliata in contrada denominata Porta Rosello, non può firmare per «forte debolezza». Nella stessa condizione si trovano Speranza Solinas, Giommaria Cugurra, Anna Maria Fresi. Il capomastro Baingio Pinna lamenta di avere «la mano tremula, a cagione del male che gravemente lo opprime».

È di straordinario interesse storico e antropologico, il nutrito gruppo di testamenti, redatti in quelle settimane, sotto la spinta della morte di massa per colera, responsabile di una vera e propria strage: 4800 morti su 23.000 abitanti. Quali paure, quali sensibilità religiose, quali strategie di successione, quali intenzioni emergono dalle ultime volontà durante una crisi sanitaria che minaccia la sopravvivenza, in una città nella città assediata dalla morte? Quegli scritti ci danno qualche risposta. La preoccupazione dominante – dopo i rituali richiami alla salvezza dell’anima – era che i patrimoni rimanessero nell'ambito della famiglia, scegliendo con oculatezza gli esecutori testamentari, gli eredi universali, gli usufruttuari, i beneficiari di legati, tra figli, coniugi, fratelli, sorelle e nipoti e persino i genitori, se viventi, individuando, in caso di premorienza, i parenti più prossimi, e premiando o punendo gli eredi. Donna Domenica Villa Delitala, lascia solo la «legittima» ad uno dei due figli, il sottotenente Michele Delitala che l’anno prima, volendo uccidere i genitori della sua amata, Minnia Quesada, contrari alle nozze, aveva colpito la ragazza e ferito alcuni suoi familiari. Uno scandalo che aveva sconvolto la città. Il testamento lascia indovinare tutta la sua amarezza nel dettagliare le spese sostenute per la sua educazione, i gradi e poi per gli avvocati della difesa in Corte d'Appello a Sassari e in Cassazione a Torino, e, infine, per cibarie e piccole spese in carcere. Suo «espresso e maturo volere» era che venissero detratte. Erede universale è l’altro figlio Antonio «stimatissimo e ubbidiente.

Il notaio Giuseppe Luigi Galzerino dispone la divisione dei beni tra sei figli, di primo e secondo letto, e si preoccupa che uno dei due figli nati nel primo matrimonio, Giuseppe Luigi, abbia la parte che gli spetta dall’eredità della defunta madre, donna Caterinangela Berlinguer, sua prima moglie. All’altro, Giovanni Antonio, spettavano lire nuove 270, necessarie per la il conseguimento della Laurea privata e pubblica (previste dal piano degli Studi alla vigilia dell’Unità). In segno di «particolare favore» lascia anche il legato di una «polledra mansa all’altro». Lasciando questo mondo i testatori ricordano nelle disposizioni cose che la loro cultura e sensibilità fanno ritenere importanti come le intenzioni per l’anima la cui salvezza eterna era affidata a donazioni e legati pii in cambio di suffragi e celebrazioni mensili o annuali, che sembrano articolarsi secondo precisi prontuari. La testatrice Speranza Pisano Agnesa disponeva che il marito, Giovannico Diana, provvedesse per il giorno della morte «una messa cantata, solenne, corpore presenti, ed al più breve tempo il numero di quaranta messe basse in ragione di novantasei centesimi cadauna». Giuseppa Zanfarino, moglie di Antonio Russu, stabiliva che 240 lire, detratte dai suoi beni, fossero destinate a messe per la sua anima. Questi testamenti, e gli atti per la nomina di tutori per i minori rimasti orfani, rappresentano una fonte importante e offrono una conferma del ruolo svolto dai notai di Sassari durante la pandemia del 1855, mentre l’intero edificio sociale crollava, col sindaco e diversi consiglieri in fuga, così come medici, funzionari, macellai, panettieri. Una garanzia di continuità in virtù del loro radicamento al territorio, mentre un’emergenza senza precedenti scardinava sicurezze e certezze. Un filo invisibile, un ponte tra passato e presente: durante la pandemia di Covid-19, un provvedimento varato in marzo stabiliva che gli studi che costituivano la sede principale del notaio non potessero chiudere in considerazione della loro funzione pubblica. Di testamenti anche come fonte storica si è parlato in uno degli appuntamenti in margine all’interessante mostra “I testamenti dei grandi italiani” (10 maggio- 4 giugno 2023) – organizzata dal Consiglio Notarile di Sassari, Nuoro e Tempio Pausania- e esposta alla Biblioteca Universitaria dove hanno avuto luogo alcuni incontri di studio. L’ultimo, dal titolo “Quando la Fede in Dio e nei Santi sostituiva la fede pubblica: testamenti di altri tempi” è stato coordinato dal notaio Giovanni Maniga e ha visto la presenza di un nutrito gruppo di studiosi.

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