La Nuova Sardegna

Storie di vita

La Costa Smeralda raccontata con gli occhi di un bambino

di Fabio Canessa
La Costa Smeralda raccontata con gli occhi di un bambino

Il film di Vanni Gandolfo sulla nascita di Porto Cervo

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Il titolo riprende quello di una delle fiabe più famose, “La bella addormentata”. Il principe c’è, è giovane (all’inizio della storia ha poco più di vent’anni) e generoso. Il suo bacio vale miliardi, risveglia un paradiso sopito, salva dalla miseria una terra poverissima, trasforma le rocce granitiche in gemme preziose. È la favola, tra verità e operazione di marketing, legata alla nascita Costa Smeralda. Come sempre la realtà è molto più complessa, controversa e parla di un esperimento architettonico e antropologico unico al mondo. E comunque quella narrazione oggi appare soppiantata dalla connotazione di meta per vacanze dei vip che tutti danno a quel luogo. Nel suo documentario, presentato in anteprima assoluta al Biografilm Festival di Bologna, Vanni Gandolfo cerca di raccontarlo in maniera diversa. Andando al di là dell’antica favola del principe e dell’odierno semplice accostamento al gossip.

Lo fa da un punto di vista privilegiato: «Da colono, per me questa è la definizione giusta» sottolinea il regista, figlio dell’ingegner Marcello Gandolfo che fu chiamato a dirigere i lavori di tutta la seconda fase di Porto Cervo. «La mia famiglia – racconta – si trasferì in Sardegna all’inizio del 1977, poco dopo che mio padre aveva incontrato l’Aga Khan. Io ero bambino e sono cresciuto per alcuni anni là, facevo le elementari ad Abbiadori. Come ricorda mia madre intervistata per il film, eravamo però isolati. Non avevamo praticamente rapporti, purtroppo, con la gente locale. Era come un mondo a parte. Per molto tempo ho contestato a mio padre, scomparso quando ero poco più di un ragazzo, di aver contribuito alla costruzione di questo paradiso finto, per pochi, e ho sentito verso questo territorio un sentimento di amore, come luogo della mia infanzia, ma anche di incomprensione. Facendo il film ho cercato quindi di scoprire cos’è realmente la Costa Smeralda».

Dal punto di vista stilistico Vanni Gandolfo, che ha scritto la sceneggiatura con Fabio Astone e realizzato il documentario prodotto da Simonetta Amenta con il sostegno anche della Regione e della Sardegna Film Commission, ha scelto di usare più formati. «Quello cinematografico privilegiando lenti grandangolari – sottolinea – serviva per rendere nel miglior modo possibile la bellezza della natura. Alcune parti sono invece state girate in 16 millimetri. Abbiamo poi usato del materiale di repertorio della Rai e dell’Istituto Luce e dei filmati di famiglia, scansionando delle bobine in Super8 di mio padre». Immagini diverse per differenti momenti storici del racconto portato avanti da Gandolfo che tornando oggi in Costa Smeralda vede un posto diversissimo da quello in cui è cresciuto tra la fine degli anni Settanta e gli inizi dell’Ottanta. «Resta comunque un luogo incantevole, soprattutto fuori stagione, in cui la natura è padrona. Il progetto dell’Aga Khan ha anticipato di decenni i dettami di un’architettura che mette al centro il paesaggio, con un regolamento edilizio pensato per impedire che nessuna costruzione potesse deturpare il territorio. Della Costa Smeralda si parla benissimo o malissimo, semplificando. Io ho cercato di restituirne la complessità».
 

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