La Nuova Sardegna

L'intervista

Maria Grazia Cucinotta: «Felicemente prigioniera del Postino»

di Alessandro Pirina
Maria Grazia Cucinotta: «Felicemente prigioniera del Postino»

L'attrice madrina del premio Troisi: «Quando arrivo a Salina mi sento a casa. Massimo era unico: il bene che ha diffuso lo ha reso immortale»

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Sono passati trent’anni da quel set che ha segnato la cinematografia mondiale. Un film che a lei ha cambiato la vita. E infatti anche quest’anno Maria Grazia Cucinotta è tornata sull’isola di Salina per la dodicesima edizione del Premio Troisi, la manifestazione ideata nel 2012 dai giornalisti Massimiliano Cavaleri, anche direttore artistico, e Patrizia Casale, coadiuvati da Francesco Cappello, per ricordare il grande attore napoletano scomparso a soli 41 anni nel 1994, pochi mesi prima che “Il postino” uscisse nelle sale. Per tre giorni, con Cucinotta madrina, sul palco dell’isola delle Eolie sfilano tra gli altri Enzo Iacchetti, Luca Barbareschi, Michela Andreozzi, Massimiliano Bruno, Vittoria Belvedere e Lucrezia Lante della Rovere.

Maria Grazia, che effetto fa tornare a Salina?

«Per me è un ritorno a casa. Cavaleri mi ha voluta dalla prima edizione e devo ringraziarlo perché non ero più stata a Salina da quando avevo girato “Il postino”. Mi ha dato la possibilità di rivedere Clara, la proprietaria dell’albergo in cui io e Massimo giravamo. Ho ritrovato il balconcino in cui ci affacciavamo la mattina e tutta quella atmosfera che respiravamo quando eravamo sul set. Nonostante siano passati trent’anni ho ritrovato tutto. Manca soltanto la spiaggia, scomparsa a causa degli scempi causati dall’uomo. Ora insieme a Clara stiamo lavorando a un progetto meraviglioso: riportare una sala cinematografica sulle isole».

Cosa rappresenta per lei questo premio?

«In questi anni abbiamo premiato tantissime celebrità. Tutti hanno amato “Il postino” e Massimo. Ed è anche una occasione per venire su questa isola meravigliosa. Noi in Sicilia, voi in Sardegna: abbiamo la fortuna di vivere su due gioielli assoluti. E poi la gente è accogliente, il cibo è fantastico, si parla di musica, cultura. È una grande magia».

Il primo incontro con Troisi?

«È avvenuto appena mi hanno scelta. Io non avevo mai fatto cinema e lui sapeva di questa mia enorme lacuna. E così mi ha insegnato a leggere un copione, che non è un libro, va interpretato. Massimo mi è stato di grande aiuto. Io ero timida, avevo difetti di pronuncia, ma lui mi ha dato la possibilità di sentirmi speciale. “Quando hai un difetto sei unico, lo capirai”, mi diceva».

Le capita di riguardare “Il postino”?

«Prima non riuscivo, ce l’ho fatta solo al ventesimo anniversario quando fu restaurata la copia. Ed è un film meraviglioso, lo dico da spettatrice. È bellissimo rivedere quella Maria Grazia felicemente prigioniera per sempre di quel ruolo. Perché nel frattempo sono cresciuta e non sono più quella, ma quando lo riguardo sono spettatrice di quella emozione».

Come visse la grande popolarità che arrivò dal Postino?

«Da una parte una felicità immensa, dall’altra la tristezza infinita di non potere vivere il successo insieme alla persona a cui devi tutto perché non c’è più. Questo mi ha aiutata a stare con i piedi per terra: la vita è un attimo, oggi ci sei, domani non ci sei più. Alla fine conta quello che lasci. E Massimo ha lasciato il bene che rappresentava: una persona gentile con tutti, rispettosa dell’altro. Il bene che lui ha diffuso lo ha reso immortale».

Per “Il postino” venne anche al festival di Tavolara.

«Che meraviglia, ricordo quell’isola fantastica. Fu come tornare agli inizi: interviste in costume da bagno e senza trucco».

Che bambina era Maria Grazia?

«Ma sono sempre quella bambina, non ho mai smesso di sognare. Ai tempi sognavo di andare al di là dello Stretto, di farcela, di non essere più considerata italiana di serie B solo perché nata in un determinato quartiere o con una posizione sociale diversa. Io ho vissuto sempre tutto come un punto di partenza, mai di arrivo».

Tutto iniziò a Indietro tutta, alla corte di Renzo Arbore.

«Avevo appena 18 anni, fu la mia prima esperienza in televisione. Ero strapagata, quei soldi mi permisero di prendermi casa a Roma, di studiare e di andare avanti. E poi entrai nell’ufficio collocamento Rai e continuavano a chiamarmi».

A quei tempi vedeva il suo futuro più al cinema o in tv?

«All’epoca il cinema non mi filava, è arrivato dopo con “Vacanze di Natale ’90” di Enrico Oldoini che incassò miliardi. E poi “Il postino”».

James Bond, Woody Allen, i Soprano, Anthony Hopkins: qual è stato il sogno dei sogni?

«Bond era qualcosa che non volevo fare. Solo poche righe di copione e tanta azione. Invece, è stata una delle cose più belle che ho mai fatto».

Com’è Hollywood?

«È una scritta su una montagna, ma quella scritta è molto meritocratica. A Hollywood mi sono sentita libera. Arrivavo da un Paese in cui ero considerata una miracolata, perché - sostenevano - non avevo fatto niente. L’America mi ha accolta a braccia aperte, mi ha guidata e mi ha insegnato tanto. Ma non è l’Italia, che se fosse meritocratica sarebbe il Paese migliore al mondo».

Rimpianti?

«No, perché io vado sempre avanti, non mi guardo mai alle spalle. La vita ti dà molte possibilità più belle di quelle che hai lasciato indietro».

Non solo attrice ma anche produttrice: qual è lo stato di salute del cinema?

«Il cinema sta ancora pagando la pandemia, le gente si è “divanizzata”, preferisce guardarlo in tv. Ma non bisogna arrendersi. Ricordo quando non andavano più di moda i vinili. Ora sono tornati ed è diventato più figo ascoltare la musica dal disco. Sono certa succederà anche al cinema, quando il pubblico si alzerà dal divano e capirà che è più bello condividere le emozioni anziché viverle da solo».

In questo periodo ha diversi film in uscita.

«Sì, sono molto soddisfatta. “Il meglio di te”, una bellissima storia d’amore con Vincent Riotta diretti da Fabrizio Maria Cortese. E poi “Gli agnelli possono pascolare in pace” di Beppe Cino. E ancora “Goffredo e l’Italia chiamò” su Mameli di Angelo Antonucci. E infine un film un po’ noir, che per me è una novità, sui rapimenti di bambini destinati alle sette sataniche».

Nel 2009 fu madrina della Mostra di Venezia. Quest’anno sarà la sarda Caterina Murino. Ha un messaggio per lei?

«Certo: deve essere super glamour, deve fare sognare».


 

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