Niccolò Fabi: «I miei 25 anni di carriera? Ho quello che desideravo, il pubblico vede in me più la persona del personaggio»
Il cantautore romano protagonista a Lo Quarter di Alghero della prima serata del festival Abbabula giunto alla sua 25esima edizione
Abbabula compie venticinque anni. Un traguardo che il festival delle Ragazze Terribili festeggia con una edizione da record che comprende Verdena, The Zen Circus, Francesca Michielin, Stefano Bollani, Mannarino. Ma l’apertura sarà con un big della musica che, proprio come Abbabula, ha appena compiuto 25 anni di carriera, Niccolò Fabi. Il cantautore romano, autore di piccoli capolavori come “Elementare” e “Capelli”, “Vento d’estate” e “Il negozio di antiquariato”, è oggi 22 giugno a Lo Quarter di Alghero in versione “solo”. Un grande evento che è inserito nella Festa della musica Italia che quest’anno ha anche Alghero tra le città protagoniste.
Niccolò, domani Alghero sarà la prima tappa di questo nuovo tour in solo a 12 anni dall’ultimo: che effetto fa?
«In questi anni non sono certo mancate le occasioni in cui suonare e trovarmi da solo con la chitarra, ma un tour vero e proprio mancava da anni. In realtà, l’ultima tournée teatrale prevedeva un momento in cui ero da solo. Ho sempre notato che chi mi segue ama particolarmente quel momento, come se avesse la possibilità di sentirmi meglio, senza essere distratto da altre sonorità. Io non mi accontento di questo, cerco l’orchestra, il gruppo, ma poi mi dicono che quando sono da solo è come fosse una donazione totale».
Ha festeggiato 25 anni di carriera: si può fare un bilancio?
«Non posso che essere contento. Che è un termine che mi piace molto, parente del verbo accontentarsi. Mi piace molto quello che ho ottenuto, non è né più né meno di quello che ho cercato, desiderato: un posto solido di lato all’interno della musica italiana che mi dà la libertà di gestirlo in maniera autonoma, avendo raggiunto una mia indipendenza nelle scelte. Che era quello che speravo».
In questi 25 anni è cambiato più umanamente o artisticamente?
«La cosa non può che andare di pari passo. Per un cantautore tutto è indubbiamente legato al proprio sguardo nel confronto con le cose e a come le racconta. Le stagioni della vita ti regalano altre esperienze e quindi modi di raccontarle. È la vita che governa le cose di cui racconti».
“Dica” e “Capelli” le hanno dato il successo: ha mai avuto paura fosse un momento e poi tutto finisse?
«No, ho avuto paura di rimanere intrappolato. Temevo di rimanere legato a quell’esordio, speravo di riuscire a fare di meglio, proporre al pubblico qualcosa di più completo. Anche se poi quel primo disco era abbastanza eterogeneo, non era così scanzonato. Anzi, al suo interno c’erano le cose più scure e dolenti che ho mai scritto».
In “Il negozio di antiquariato” dice: ogni acquisto ha il suo luogo giusto e non tutte le strade sono un percorso. È più facile rimanere in carreggiata o deragliare?
«Se guardi alle carriere di artisti che sono rimasti il minimo comune multiplo sono le scelte giuste che non ti fanno perdere la rotta. Ed è difficile riuscirci. Quando hai molto successo puoi sbandare molto facilmente. La cosa più difficile è mantenere la rotta, o rimanere in carreggiata, come dice lei».
“Meno per meno”: un aggettivo per definire questo lavoro?
«È un disco che non ha precedenti. Un disco che nasce per testimoniare il grande lavoro fatto con Enrico Melozzi di orchestrazione di pezzi di repertorio eseguiti all’Arena di Verona che poi ha portato con sé quattro nuovi episodi. È un disco che senza Verona non sarebbe mai esistito. Non riesco a metterlo sullo stesso piano di altri. È un regalo che mi sono fatto: poter collaborare con un’orchestra sinfonica».
Quanto c’è di autobiografico nelle sue canzoni?
«Non c’è una legge, ma è inevitabile che quello che scrivi sia un riflesso di quello che vivi. Le canzoni non sono una cronaca di quello che succede all’autore, non sono una fotografia della sua vita. L’arte contiene una libertà creativa che non deve adeguarsi alla vita, ma allo stesso tempo il materiale che rielabori è quello della tua vita».
Da venticinque anni ha un numeroso pubblico di fedelissimi: qual è il segreto?
«Forse dipende dal fatto che in me l’aspetto dell’uomo di spettacolo è ridotto al minimo. Hanno la sensazione di scorgere una persona e non un personaggio. E questo fa sì che si instauri un rapporto molto speciale, ci dividono pochissimi filtri, diaframmi. Questa è la ragione: una sensazione di prossimità».
Oggi Alghero, poi ad agosto Guspini: ricorda il primo concerto in Sardegna?
«Nel 1998 a Sassari all’Adidas Streetball. Era il 16 maggio, il giorno del mio compleanno: c’erano anche i Bluvertigo. Quella è stata la prima volta da musicista e cantante in pubblico. Ma c’è stato anche un altro concerto che porto nel cuore. Era la prima tappa del Solo tour del 2011, eravamo a Serrenti ed era per me un momento di grande fragilità: per la prima volta da solo in un concerto molto complesso».
Un’ultima curiosità: Wikipedia dice che nel 1993 recitò per Liliana Cavani...
«Era poco più di una comparsata, facevo il dj».
Ha mai pensato al cinema?
«Sinceramente? No. Adesso che inizio ad avere un’età magari sarebbe divertente cimentarmi in un altro ambito ma se fino ai 55 anni non ci ho mai pensato un motivo ci sarà».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
