La Nuova Sardegna

“Diventare pietra”

In mostra a Jerzu l’universo di Maria Lai

In mostra a Jerzu l’universo di Maria Lai

L’opera dell’artista ritorna fino al 10 settembre nelle cantine “Antichi Poderi” . Un’esposizione a dieci anni dalla scomparsa curata da Giulia Brandinelli In esposizione opera grafiche e scultura

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di Giacomo Mameli

La cantina “Antichi Poderi” di Jerzu ha fatto il bis. Dopo la mostra dell’estate 2021 “Ricucire il dolore, la via Crucis di Maria Lai” , nella stessa sala-museo con vista sul Tirreno e sotto la cornice dei Tacchi, ritorna lei, Maria Lai-Sarda Mater. Lo fa a due passi da casa (nata a Ulassai il 27 settembre 1919) con “Diventare pietra”, mostra sui fondamentali dell’universo. In crescendo di popolarità. Quest'anno, dopo Milano con “Sul filo dell’infinito”, dopo Basilea, Madrid e Chicago, dopo le quaranta opere per i Centenari Francescani a Rieti, sarà fino al 3 settembre a Palma con “La escritura tejida, Es Baluard Museu d’Art Contemporani”, tra poco approderà a Catania. A novembre, sempre con la regia di Maria Sofia Pisu e del suo Archivio storico, volerà dall’altra parte del mondo con “The 14th Shanghai Biennale, Power Station of Art” per poi inaugurare il 2024 ancora a Londra e a Milano Palazzo Reale. È Maria-Lola-fata sarda che – col linguaggio e i segni della modernità – non si stanca di ricordare al mondo l’Ogliastra terra d’arte nata con chilometri di nastri celesti che creavano un tutt’uno casa-montagna.

La critica Giuseppina Cuccu, presentando ieri la rassegna col sindaco Carlo Lai e il presidente della cantina Marcello Usala, ha messo l’accento sulla «attualità della fiaba» collegata a una pietra che si incarna nella maternità. Si rievoca una leggenda di Salvatore Cambosu col personaggio di Orotelli Maria Coccoroddi. Con lei emerge una figura universale «riportandoci – ha detto Cuccu - ai miti di Demetra, Cerere, Tellus». Lo fa quella Maria Lai che dell’arte aveva una visione alta. Lo fa con Maria Pietra, mamma del figlio “Coro meu” che desiderava «tortore, colombe, lepri e cerbiatti». Ma “Coro meu” muore e la mamma “attonita e muta di dolore” piange. Le lacrime bagnano la farina, con quella pasta Maria Pietra, impaurita, “faceva e disfaceva bambini”. Il vescovo di Lanusei e Nuoro Antonello Mura scrive nel catalogo (a cura di Giulia Brandinelli) che «anche la fede si deve misurare con la paura» e sottolinea: «Maria Pietra è un’artigiana che crea, riesce a dare vita, insieme al suo figlio resuscitato, a tutti gli animali del bosco strappati anch’essi miracolosamente alla morte». La mostra si può vedere fino al 10 settembre. Vi accompagna il sorriso di Maria Lai ritratta da Daniela Zedda, uccelli, cerbiatti, insetti, volpacchiotti, caprette. Nel museo lato cantina potrete rivedere fili eterni, stoffe e filastrocche, ascoltare la fiaba di Cambosu, vedere sassi plasmati dalle mani di Maria e diventati capolavori universali, potrete sentire una lezione perché «ogni opera d’arte porta i segni di altre opere: del suo tempo, del passato, del futuro». Sembra di risentirla la sua voce: «Sono un essere umano che cammina e si trasforma, anche l’arte cammina e si trasforma». Mito, fiaba. E Destino. Il 17 aprile di vent’anni fa, nella chiesa di Cardedu dove le era stato dato l’ultimo saluto, i suoni dell’anima erano le voci di una pietra muta da millenni, sfiorata dalle mani dello scultore Pinuccio Sciola. Sembrava un inno laico con quelle lamelle di basalto simili a voci di un coro da Requiem, da Lux aeterna, da Domine rex gloriae. Pietra uscita dalla leggenda, trasformata in un messaggio urbi et orbi. Pietre eterne da Prometeo e Vulcano fino a Cambosu, Sciola, Maria Lai. Nel maggio 1991, rispondendo a Federica Di Castro che le faceva notare che «la pietra resta immobile», Maria Lai aveva risposto: «La pietra è simbolo della paura diventata stupore: è l’arte».

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