Parlano i Black Eyed Peas, il colpaccio del Red Valley di Olbia
Il gruppo: l’obiettivo? Accogliere le tendenze del mondo
I Black Eyed Peas sono uno di quei gruppi per cui sono inutili le note biografiche. Parlano le canzoni. I gotta felling, Boom boom pow, Just can’t get enough, Ritmo, Don’t you worry, Simply the best, Bailar contigo. Playlist che forse qualcuno sta già ripassando: sì perché sembrava già incredibile l’ospitata a Sanremo, e invece saranno presenti al Red valley festival a Olbia. Si esibiranno nella serata del 14 agosto.
Avete attraversato ere musicali diverse ma mantenuto sempre un’identità, come si fa a intuire il suono del momento e farlo proprio?
«Siamo studenti di musica, e questo non cambierà mai. Il ruolo dell'artista, almeno per noi, è quello di osservare le onde e i generi musicali nel corso del tempo e di adattarsi ad essi, interpretandoli anche attraverso la nostra lente/identità».
A febbraio siete saliti sul palco più importante d'Italia, al festival di Sanremo, che impressione vi ha fatto?
«È stata la nostra seconda volta a Sanremo (la prima è stata nel 2004, ndr), ed entrambe le esperienze sono state grandiose. Siamo sempre grati per la possibilità di esibirci e di trascorrere del tempo con i nostri fan in tutto il mondo, specialmente in Italia».
Contate numerose collaborazioni internazionali, se doveste immaginare una futura collaborazione con un artista italiano chi vi piacerebbe?
«Difficile dirlo! Siamo sempre aperti alle collaborazioni, ci piace mescolare stili, culture e lingue».
Nel percorso dei Black Eyed Peas, dalla nascita alle varie rinascite, ora in che fase vi vedete?
«Il nostro obiettivo è accogliere i cambiamenti e le tendenze che si manifestano nel mondo. Probabilmente a un certo punto ci sarà un'altra rinascita. Anche se abbiamo dei principi guida, il viaggio musicale dei Black Eyed Peas è in continua evoluzione, da cui il nome del nostro album "Evolution"».
La hit a cui siete più affezionati?
«Tra i numerosi successi, sceglierne uno solo come preferito è come chiedere a un genitore di nominare il proprio figlio preferito: è troppo difficile».
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