Elio Germano nell'isola: «Di lavoro faccio l’interprete, il teatro è uno spazio di libertà»
Domani 9 luglio a Nora e lunedì 10 ad Alghero con la pièce di Pasolini “Il sogno di una cosa”. E in cantiere tanti film «Messina Denaro? Girato due anni fa, non è un biopic»
Èun affresco dell’Italia del primo dopoguerra, un Paese che dopo le brutture della dittatura fascista e della guerra voleva ripartire. E dunque sognava un futuro migliore. A raccontarlo, con la sua grande sapienza letteraria e la sua solita crudezza, è Pier Paolo Pasolini in una delle sue opere giovanili - anche se pubblicata nel 1962 - “Il sogno di una cosa”, che ora è diventato uno spettacolo teatrale interpretato e diretto da Elio Germano e Teho Teardo, che sarà messo in scena domani a Nora alla Notte dei Poeti e lunedì ad Alghero nell’area archeologica del Nuraghe di Palmavera. Due appuntamenti firmati Cedac.
Germano, il sogno di una cosa. Siamo nell’Italia del primo dopoguerra. Qual è questo sogno che racconta Pasolini?
«Siamo agli inizi della sua carriera ma ci sono questioni a lui già care, che costituiscono i capitoli in cui si divide lo spettacolo. All’inizio la campagna, un aspetto idilliaco della vita di com’era l’Italia rurale di una volta: si faceva la fame ma si stava tutti assieme. Il romanzo inizia proprio con una festa di paese. Poi la fame porta i protagonisti a sognare un mondo diverso per loro e tutti. Sono gli anni del primo dopoguerra e la gente ha un sogno di vita aderente all’idea per cui si è combattuto e perché non tornino più gli incubi presenti fino a poco tempo prima».
Il sogno del comunismo.
«Il secondo capitolo è proprio dedicato a questo: i tre ragazzi vanno alla ricerca della realizzazione di quello per cui si erano battuti contro i fascisti. E così emigrano in Jugoslavia sulle stesse rotte delle emigrazioni di oggi, ma in senso contrario. Scavallano dal Friuli per arrivare in Slovenia, ai tempi tutta Jugoslavia, dove subiscono la frustrazione di vedere non realizzati quegli ideali. Impattano contro qualcosa di diverso dal sogno che avevano. Allora tornano in Italia per provare a concretizzare quegli ideali nel nostro Paese, ma sono anni di battaglie per l’occupazione, scontri con forze dell’ordine, esercito, ex latifondisti. Non resta che sognare la soddisfazione in chiave individuale come vogliono il boom economico, il capitalismo».
Cosa è rimasto di questo sogno narrato da Pasolini?
«Il sogno si declina dal collettivo all’individuale, dunque quello che conta sono il matrimonio, il lavoro, l’acquisto di oggetti, su tutti la macchina. Il romanzo si conclude con un morto sul lavoro, in fabbrica. E da questo viene in luce come questa realizzazione in chiave individuale non possa che portare all’infelicità».
Quando si parla di Pasolini si sottolinea sempre la sua attualità, la sua contemporaneità.
«Ogni volta che leggiamo un autore lo riportiamo ai giorni nostri. L’arte è infinita per quello. Ogni volta che noi vediamo un quadro, guardiamo un film siamo diversi. E lo stesso accade con gli autori del passato, anche con Dante. Alcune cose che raccontano sono attaccate a un’altra epoca, altre restano valide».
Come nasce questo progetto su Pasolini?
«Tutte le cose nascono dai soldi, c’è sempre qualcuno che dà i soldi per fare lo spettacolo. Questo nasce in occasione del centenario della sua nascita. Ci hanno dato grande libertà sul testo da scegliere. Teho, essendo friulano, ha puntato molto su questo romanzo che io non conoscevo. La cosa della emigrazione al contrario ci piaceva molto».
Lei è uno degli attori più affermati e più amati dai registi: fare teatro è una necessità?
«Il teatro è una zona di libertà. Io non faccio spettacoli da attore, ma sempre cose di cui sono co-autore. È uno spazio di autorialità, come faccio con le Bestie rare, il mio gruppo di rap da vent’anni. Per lavoro faccio l’interprete, per il resto scelgo ambienti in cui posso dire quello che voglio».
Abbiamo appena letto che sarà Messina Denaro al cinema. Si può sapere qualcosa in più?
«È un film corale dei diversi che ho girato. Un progetto in piedi da 2 anni, ora in fase di montaggio. Non è un biopic fatto sull’onda dell’arresto del boss».
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