Geppi Cucciari: «Tavolara, un pezzo del mio cuore»
L’attrice e conduttrice al timone del festival al via da martedì: «All’inizio ero solo una spettatrice. Poi Marcorè decise di lasciare e Piera Detassis mi disse: ora tocca a te»
Ogni anno in questo periodo si ripete il pellegrinaggio verso Tavolara. Così va avanti da oltre trent’anni. I motivi del successo del festival sono tanti. A detta di tutti, è una delle arene cinematografiche più belle del mondo. Poi i film, gli incontri con gli attori, con i registi. E poi c’è lei, Geppi Cucciari, da anni mattatrice unica di “Una notte in Italia”, dove ogni sera, col suo linguaggio forbito e schietto dà vita a veri e propri show con protagonisti (e talvolta anche vittime) gli ospiti del festival e il pubblico. Anche quest’anno Geppi Cucciari, reduce dalla conduzione del Premio Strega (e dal siparietto con il ministro Sangiuliano, alle prese con la gaffe sui libri letti-non letti) e dall’annuncio del bis della sua “Splendida cornice” (tra le poche conferme di una Rai 3 orfana dei suoi volti più noti), è pronta a tornare al timone del festival. Già martedì nella prima serata alla Peschiera di San Teodoro.
Prima volta al festival?
«Da spettatrice. Ai tempi ero già a Milano, erano gli anni dopo Zelig. La mia vita aveva già una dimensione diversa da quella che era in Sardegna, ma era lontanissima da quella che sarebbe diventata. Ero seduta tra il pubblico. Fu allora che Norma Vadori mi presentò Piera (Detassis, direttrice artistica del festival, ndr), che poi sarebbe entrata a fare parte della mia vita. Come tante altre conosciute tramite Tavolara. Da Paride Vitale, che è diventato uno dei miei migliori amici, a Viviana Gandini».
I primi ricordi di Tavolara?
«Da bambina. Mio padre è gallurese di Luogosanto e due miei zii vivevano a Olbia. Uno dei due aveva un casotto a Murta Maria davanti allo stagno. E ho queste foto di 45 anni fa scattate in spiaggia con Tavolara che incombe. Perché Tavolara la vedi anche se non ci vai».
Cosa è per lei Tavolara?
«Tavolara è la data di inizio stagione, perché quando finisce il festival mi fermo. Era così quando venivo da spettatrice, lo è ancora oggi. Io faccio il festival per passione, affetto, per valorizzare questo progetto. E anche per gratitudine verso la mia terra. È un modo per fare qualcosa in Sardegna visto che ho deciso di non fare spettacoli in estate».
Da spettatrice a conduttrice: come avvenne il passaggio?
«Ripeto, venivo quando conduceva Neri Marcorè. Un anno lui decise che quello sarebbe stato l’ultimo. In quella edizione però mancò per due giorni e Piera mi disse: “fai tu”. Senza alcun preavviso. Da quel momento ho iniziato io a condurlo. La stessa situazione si è ripetuta in tv. Neri aveva condotto per 10 anni “Per un pugno di libri”, quando ha scelto di andare via Rai 3 ha chiamato me per sostituirlo».
La cosa più bella di questi tanti anni a Tavolara?
«Gli incontri che ho fatto grazie al festival. Soprattutto le persone con cui ho avuto la possibilità di condividere 3 o 4 giorni in una situazione di quasi vacanza. Con alcune è nata una grande amicizia. Altre le porto nel cuore, come Jasmine Trinca, Ferzan Ozpetek, Luca Argentero, Silvio Orlando e la moglie».
Il ricordo più bello?
«La serata in cui fu proiettato “L’arbitro”. Ero sul palco con Paolo Zucca, Benito Urgu e Jacopo Cullin. La gente si portava le sedie dalla terraferma. La ricordo come una delle serate più forti a livello visivo. Come anche quella di “L’uomo che si comprò la luna”. Ma l’emozione scatta ogni volta che parte “Una notte in Italia” di Ivano Fossati».
È anche salita sulla cima di Tavolara.
«Un anno con Alberto Novelli. Un tocco di follia. Bellissimo ma non lo consiglio».
È mai sbocciato un progetto lavorativo a Tavolara?
«Non credo, semmai qualche suggerimento. Molti attori che sono venuti a Tavolara mi dicono: “tu devi scrivere il tuo film”. Forse un giorno la farò, ma servono due cose: idee e tempo».
Che Tavolara sarà quella di quest’anno?
«C’è il documentario di Milani su Gigi Riva, stupendo. Il film di Sibilia. E poi “Siccità” di Virzì con Emanuela Fanelli vincitrice del David, “Le otto montagne”. Ci sono film di qualità e persone interessanti. Perché la bellezza di questo festival è che per ogni film c’è qualcuno che lo ha fatto che te ne racconta la vita, la storia, le ragioni».
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