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Il traduttore ritrae Stephen King: biografia e poetica del “Re di tutti”

di Alessandro Marongiu
Il traduttore ritrae Stephen King: biografia e poetica del “Re di tutti”

Un intrigante lavoro di Luca Briasco dove la vita dello scrittore, «filtrata attraverso un nucleo ristretto di sue opere», confluisce senza soluzione di continuità nelle pagine kinghiane

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Piaccia o non piaccia, con Stephen King bisogna fare i conti. Sia nel senso che bisogna farceli anche se non si vuole, sia che bisogna farceli anche se le sue opere non piacciono o interessano. Anzi, semmai: specie se le sue opere non piacciono o interessano. Perché il suo è un successo di proporzioni tali a livello mondiale, e da decenni, che non consente di voltare la faccia o fingere distrazioni (ma questa, va da sé, è la meno importante delle ragioni); perché il suo nome è diventato sinonimo stesso di un genere, e non ce ne sono molti, di nomi, per i quali si può affermare l’identica cosa (al netto del fatto che l’equivalenza King-horror sia del tutto insoddisfacente e insufficiente a illustrarne l’ampiamente variegata produzione); perché è assurto a marchio, e come capita a molti marchi celebri e celeberrimi pure lui è entrato nella cultura popolare, intesa qui come immaginario collettivo; perché, terminati i tempi dello snobismo, soprattutto accademico, gli si va da tempo riconoscendo la qualità che si riconosce ai grandi autori.

I conti con lo scrittore li fa e li fa fare Luca Briasco in “Il re di tutti. Un ritratto di Stephen King” (Salani, 160 pagine, 16 euro): da un punto d’osservazione particolare e privilegiato, essendo Briasco dal 2018 il traduttore italiano di King. Ed è un libro intrigante, questo, anche se (specie se) non si è fan dello statunitense – il “di tutti” del titolo è significativo –, cui si può rimproverare giusto, facendo un appunto che vale al contempo come un apprezzamento, la brevità: che di più avremmo voluto saperne.

La biografia, «filtrata attraverso un nucleo ristretto di sue opere», confluisce senza soluzione di continuità nelle pagine kinghiane (il salvataggio da parte della moglie Tabitha di un racconto buttato nel cestino dei rifiuti: e ne sarebbe disceso “Carrie”), ma c’è spazio anche per uno sguardo agli USA dell’ultimo mezzo secolo, com’è inevitabile per un romanziere e narratore tanto divenuto globale quanto sempre e da sempre radicato nel suo Paese d’origine, per un altro sguardo, quello «sul lavoro del traduttore», e da ultimo per l’autobiografia. Non in conseguenza della volontà di Briasco di far sapere in sé e per sé i fatti suoi personali al lettore ma perché, tramite la sua “presenza” nel libro, il lettore è invitato a riflettere su quella ricerca di rispecchiamento tra la propria vita e la letteratura che è probabilmente il motore primo, e ultimo, che spinge chiunque ad aprire un libro: sta qui, più che nei momenti analitici, la felice dimensione di saggio critico di “Il re di tutti”.

Momenti analitici che, comunque, non mancano: e le pagine dedicate a “It”, «l’horror definitivo», la summa di tutte le tematiche, per Briasco il capolavoro, sono per giunta tra le più belle del volume. Interessanti poi quelle sul rapporto tra King e il mercato editoriale d’Oltreoceano, e gustosissimi i passaggi dedicati allo scontro a distanza tra l’autore di “Le streghe di Salem” e “Misery non deve morire” e il critico Harold Bloom.
 

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