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Come le unioni civili hanno migliorato l’Italia

di Alessandro Pirina
Come le unioni civili hanno migliorato l’Italia

Nel volume scritto da Giovanni Follesa le storie di venti coppie, una per regione

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Una coppia gay che si sposa oggi non fa più notizia. Era ora. Anche perché l’Italia, a questo traguardo, se non ultima è arrivata comunque con forte ritardo rispetto al resto d’Europa e a buona parte del mondo. Ma quel 20 maggio 2016, il giorno in cui il Parlamento ha approvato le unioni civili, è una data cruciale nella battaglia per i diritti, perché per la prima volta anche le coppie gay sono state equiparate a quelle etero. O meglio quasi equiparate, perché in realtà l’unione civile non è il matrimonio egualitario. Ma tant’è per un Paese che fino al 2016 non aveva uno straccio di norma che tutelasse le coppie omosessuali. Eppure quelle coppie di uomini e di donne esistevano, e anche da tempo. E facevano anche una vita normale, a dispetto di quanto viene diffuso da una certa propaganda pilloniana, adinolfiana, fortemente minoritaria nel Paese, ma a cui forse - facciamo mea culpa - viene dato uno spazio spropositato dalla stampa, ma anche da una politica, oggi di governo, che ha messo nel mirino le famiglie omogenitoriali e i diritti dei figli e delle figlie della famiglie arcobaleno. E a queste coppie che, grazie alla legge Cirinnà, hanno deciso di sposarsi ha dato voce Giovanni Follesa, scrittore e giornalista, titolare della cattedra di Teoria e metodo dei mass media all’Accademia di Brera a Milano, nel libro “Sì, lo voglio. Storie di unioni civili in Italia”, edito da People, sulla falsariga del precedente “We are family. Storie di unioni civili in Sardegna”, pubblicato da Janus Editore nel 2021. Un libro che si apre con la prefazione di Nichi Vendola, che racconta la sua storia, l’incontro con Ed, un amore che va avanti da quasi vent’anni e la nascita del figlio Tobia, ma anche l’omofobia di cui è stato vittima negli anni, soprattutto quando venne fuori la notizia che sarebbe diventato padre. Un racconto che si concentra sullo choc del marito, originario del Canada «terra di inclusione e di lotta contro ogni discriminazione», che quando è arrivato in Italia «ha imparato che l’omofobia era un pezzo pregiato della comunicazione politica della destra e dei suoi giornali». Questa la testimonianza di Vendola.

A seguire quelle di altre venti coppie, una per regione, che hanno deciso di presentarsi, di mettersi a nudo, parlando di amore, sogni, problemi quotidiani, coming out, rapporti con le famiglie. Come Massimo e Gino, siciliani, insieme da decenni, tanto che il loro primo matrimonio simbolico lo celebrarono a Palermo trent’anni fa. O le trentine Sandra e Michela, un amore nato nelle corsie di un centro commerciale. O Rita e Viviana, una delle pochissime coppie che finora si sono unite civilmente in Basilicata. E poi Raffaele e Antonio, siciliani trapiantati a Roma, della cui unione si parlò tantissimo, perché Raffaele, poliziotto, decise di sposarsi in divisa. Per la Sardegna Follesa dà voce a Giovanni e Stefano, il primo di Thiesi e il secondo di Bergamo, insieme dagli anni Ottanta. La loro è stata la prima unione civile celebrata in Sardegna nell’agosto 2016, a Sassari c’era persino Monica Cirinnà, madre della legge. Tutte le coppie raccontano la loro quotidianità, fatta di gioie e dolori, alti e bassi. Come quelle di tutte le altre famiglie. Una serie di testimonianze che, questo è l’auspicio, possono fare breccia in chi ancora oggi si mostra insofferente verso l’amore non etero. Come, emerge dai racconti, in passato lo sono stati molti padri, madri, nonni, fratelli, sorelle. Ma appunto in passato perché oggi sono - non tutti ancora, a dire la verità - i più felici di vivere l’amore dei loro cari. Ma, d’altronde, perché dovrebbe essere altrimenti?

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