La Nuova Sardegna

L'intervista

Mal: «Basta rap a Sanremo, meglio fare due festival»

di Alessandro Pirina
Mal: «Basta rap a Sanremo, meglio fare due festival»

Il cantante gallese oggi a Tuili riceverà il premio Cavallino della Giara

10 novembre 2023
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Furia è il suo cavallo di battaglia e questo non è sfuggito agli organizzatori del premio Cavallino della Giara, che per questa prima edizione hanno deciso di consegnargli il riconoscimento alla carriera. Oggi Mal sarà a Tuili ospite della kermesse ideata da Maurizio Porcelli, che vanta tra i premiati anche i conduttori Beppe Convertini e Valentina Caruso, la cantante Maria Giovanna Cherchi e l’imprenditore Sergio Zuncheddu. Un ritorno nell’isola per il cantante gallese che dalla metà degli anni Sessanta ha scelto di vivere in Italia.

Mal, oggi un nuovo premio.

«Vivo in Italia dal 1966, premi ne ho vinti tanti. Uno in più fa sempre piacere».

La sua prima volta nell’isola?

«Non ricordo, sono venuto tantissime volte sia per lavoro che in vacanza. Ho un bellissimo legame con la Sardegna».

C’è un filmato dell’Istituto Luce di lei che gira per Sassari, incontra i fan, indossa una maschera di mamuthone...

«Parliamo di più di cinquanta anni fa. Lo ricordo solo perché ho visto anche io quel filmato in bianco e nero, molto bello».

Cosa sognava da bambino?

«C’era chi voleva fare il dottore, chi un altro mestiere. Io volevo fare il cantante e posso dire di avere realizzato il mio sogno».

Paul è il suo vero nome: quando diventa Mal?

«Avevo un cugino più grande di me di qualche anno che suonava in una band nel Regno Unito: erano abbastanza quotati, venivano chiamati per aprire i concerti dei Beatles. Me li fece anche conoscere nel backstage. Quando ho iniziato a cantare ho pensato al suo nome, Malcolm, utilizzandone una parte».

Prima gli Spirits, poi con i Primitives l’arrivo in Italia.

«I giovani ascoltavano Radio Luxembourg che trasmetteva le novità musicali di tutta Europa. Ma in tv non andava in onda nulla di questo. C’era un produttore discografico, Alberigo Crocetta, appassionato di musica inglese, che veniva a Londra per copiare i locali più in voga. E infatti a Roma creò il Piper club. Ma lui voleva anche i musicisti. Venne con Gianni Boncompagni. Anche noi Primitives partecipammo alla audizione e fummo messi sotto contratto. Per un mese».

E fu subito successo.

«Fu strepitoso. In Italia erano i tempi di Fred Bongusto, Peppino di Capri, dei night. Ma ai giovani piaceva il nostro modo di cantare, le nostre pettinature, i capelli lunghi, i jeans strappati. E così Crocetta ci fece fare un disco. Il contratto fu prolungato di un mese, poi di un altro mese. E sono 57 anni che sono qua».

Primo disco, “Blow up”, e prime canzoni in italiano.

«Crocetta invitò un grande paroliere come Sergio Bardotti a vedere un nostro spettacolo e gli chiese di tradurre dei brani in italiano per “riempire” il nostro lp. Uno di questi, “Yeeeeeh!”, ha le parole di Luigi Tenco, che aiutava Bardotti a insegnarci l’italiano. Ma non è che oggi lo parlo meglio di allora. Era difficile, era un altro mondo. Alla fine ho deciso di andare avanti con questo accento e non lo rinnego».

Che ricordi ha di quel successo travolgente?

«Arrivò da un giorno all’altro, fu una cosa incredibile. Non riuscivo a uscire di casa, avevo le donne sotto ad aspettarmi. Non potevo andare al cinema, al supermercato. Fu uno choc, era come essere un Beatles».

Protagonista anche al cinema: la canzone “Pensiero d’amore” diventa anche un film.

«In quell’epoca qualsiasi cantante che aveva successo diventava attore di musicarelli. Ne ho fatti quattro. Dovevi girarli in fretta, di modo che le canzoni restassero nella hit parade. Fortunatamente “Pensiero d’amore” rimase otto settimane in vetta e questo ci permise di girare il film con calma. Ma per imparare le battute ci voleva tempo e il regista mi mise a disposizione un doppiatore. Si chiamava Massimo e doppiava tutte le voci del film, anche le mie colleghe».

Dopo il grande successo però arriva la grande crisi.

«Ovvio, i giovani cambiano i gusti. All’epoca si orientavano verso i cantautori. E gli interpreti dell’epoca come me, Gianni Morandi, Massimo Ranieri non trovavamo canzoni per noi, perché gli autori le scrivevano e le cantavano. Ci trovammo tutti in crisi. Fortunatamente io cantavo in inglese e così iniziai a girare in Inghilterra, Germania, Francia, Usa. Feci addirittura “Occhi neri” in greco: una tortura pazzesca. Poi, dopo la morte di Vittorio De Sica, la Rai mandò in onda una serie di film e affidò a me la sigla, “Parlami d’amore Mariù”, che mi riportò in cima alla classifica».

E subito dopo arriva “Furia, il cavallo del west che beve solo caffè...”

«Una cosa strana: chi poteva pensare che un telefilm del 1956 in bianco e nero, nell’era dei cartoni giapponesi e di ufo robot, avrebbe avuto questo successo? Invece, la canzone esplose e dovetti rinunciare a Sanremo. Ero già nel cast, ma Furia mi costrinse a ritirarmi e il mio brano, “Bella da morire”, andò agli Homo sapiens, che vinsero il festival».


Lei ha detto che Furia le ha rovinato la vita.

«Era solo una battuta. Dissi che senza Furia avrei vinto Sanremo. Ma i titoli dei giornali furono: Mal odia Furia».

Quattro volte al festival, l’ultima nel 1982: ci ha più provato?

«Tutti gli anni, anche questo. Ma non ho santi in paradiso. E poi ormai Sanremo è più orientato verso il rap».

Non le piace il rap?

«Non mi parli di rap, mi fa male. Io sono un romantico. Le canzoni belle italiane sono conosciute in tutto il mondo, penso a “O sole mio” o “Volare”, durano da 50-60 anni. Questa musica italiana sta morendo per colpa di Sanremo. Lo dico senza cattiveria. Il festival dovrebbe svecchiare la musica italiana, non copiare quella americana o inglese. Oggi dovrebbero farsi due festival: uno per le canzoni italiane, melodiche, orecchiabili, l’altro per questa roba di passaggio, che dura uno o due anni».

Nella sua carriera ricca e lunga c’è qualcosa che manca?

«Ho fatto di tutto, i reality in Brasile con Eva Henger, teatro con Lorella Cuccarini, in scena ho fatto anche il Papa. Forse mi manca solo l’astronauta».

Ma lei pensa in inglese o in italiano?

«Bella domanda. Dipende dalla situazione, ma forse più in italiano, perché ho sempre più difficoltà a scrivere in inglese. Dopo che sono morti i miei genitori non comunico come una volta e dalla mia lingua mi sto allontanando sempre di più».

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