La Nuova Sardegna

L'intervista

Giovanni Muciaccia: «Ad Art Attack devo tanto, ma la tv non è tutto»

di Alessandro Pirina
Giovanni Muciaccia: «Ad Art Attack devo tanto, ma la tv non è tutto»

Il conduttore domenica a Martis: «Il mio libro? Un inno alla creatività»

22 novembre 2023
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Ancora oggi i bambini di inizio millennio, nel frattempo diventati 35enni, lo fermano per strada e lo ringraziano per le tante ore trascorse insieme davanti alla tv. Di questo lui, Giovanni Muciaccia, storico conduttore di “Art Attack”, anche lui nel frattempo diventato 53enne, ne va orgoglioso. Anche perché, a distanza di anni, il suo pubblico è sempre costituito da giovani appassionati di arte e di creatività. Ed è a loro - ma non solo - che Muciaccia si rivolgerà anche domenica all’Ethnos festival di Martis, appuntamento alle 18 al centro polivalente Migaleddu, dove presenterà il suo libro “Attacchi d’arte contemporanea”, edito da Rizzoli.

Muciaccia, partiamo dal libro. Possiamo definirlo un inno alla creatività?

«Assolutamente sì. Lo è in pieno, alla creatività e alla fantasia. Parlo di arte contemporanea, ma è un libro sulla creatività utile in qualsiasi campo, dal medico all’avvocato, fino a tutte quelle persone che idealmente sembrano lontanissime perché svolgono professioni all’apparenza più rigide. Seguendo la creatività degli artisti contemporanei andiamo alla scoperta dei processi intuitivi e creativi dell’opera. In tal modo apprezziamo meglio l’opera perché capiamo quali combinazioni sono state messe in campo per realizzarla».

Come è cambiata la creatività dei giovani?

«Oggi tutto è digitale. Si fa tutto con questa piccola televisione che ho in mano che funge anche da telefono. Attraverso questo mezzo oggi i giovani cercano di mettere in campo la loro creatività. Anche se oggi purtroppo si disegna sempre meno».

Crede che la tecnologia abbia impigrito i giovani?

«Questo non lo so, ce lo dirà il futuro. Certo è che i giovani sono in grado di mettere in campo cose che a noi non riescono. Ma è sempre stato così, neanche i nostri genitori capivano la nostra generazione. Io sono figlio del Commodore 64, dei primi videogiochi. Sicuramente mi piace la creatività dei giovani di oggi attraverso, per esempio, i meme, che non sono altro che una contaminazione del linguaggio: forse loro non sanno che derivano dalla poesia creativa degli anni Sessanta. Questo modo di comunicare è interessante da osservare, da capire. Oggi i giovani utilizzano le citazioni cinematografiche. Il che significa che devi essere al passo con loro su film, videogame, youtuber. Insomma, per stargli dietro devi essere acculturato. Poi un giorno anche loro avranno dei figli e magari non capiranno i loro modi di comunicare».

Come nasce Art Attack?

«Nasce nel 1998 per i Paesi europei sull’idea di un programma nato in Inghilterra sulla Bbc. Poi Disney iniziò a coprodurlo in Italia, Francia, Germania e Spagna. Nel giro di due anni il format ebbe un successo pazzesco, andando in onda in 32 Paesi. Io sono stato sette anni a Londra per registrare. Nel 2000, nel frattempo, il programma era passato in Rai e nel 2002 l’Italia è diventata capofila, essendo l’edizione più vista al mondo».

Quanto ha influito Fiorello sulla sua popolarità?

«Ha amplificato la mia immagine, mi ha fatto conoscere presso un pubblico che non avevo. Fiorello guardava il programma con la figlia Olivia e da lì gli venne l’idea per l’imitazione».

Nella sua carriera ha fatto tanta televisione ma resta quello di Art Attack. Ha mai vissuto quella trasmissione come una prigione?

«No, perché ho sempre vissuto con una certa filosofia il mio rapporto con la tv. Il mio interesse principale non è vivere dentro la televisione, altrimenti mi perderei altre cose che richiedono tempo, come l’arte. No, non l’ho mai sentita come una prigione. Nella mia carriera ho detto tanti no che non mi è mai interessato rendere pubblici. Non ho mai avuto la fame di fama. Ancora oggi ai miei spettacoli vengono i miei vecchi telespettatori, oggi 35enni, e questo mi appaga più della tv».

Progetti?

«In questo momento giro l’Italia con il mio spettacolo in cui faccio fare al pubblico meme di carta, nonché un excursus su Banksy, raccontandolo a modo mio. E poi vado avanti con la presentazione del mio libro, come a Martis, che anche quella è in forma un po’ spettacolare».
 

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