Geppy Gleijeses: «Il teatro è così da 2500 anni e resterà vivo finché c’è l’uomo»
L'attore sarà a Cagliari e Sassari con “Uomo e galantuomo”. «I testi di Eduardo sono immortali: nessuno come lui e Pirandello»
Il grande teatro di Eduardo De Filippo ritorna sui palchi dell’isola. In scena uno dei grandi della prosa napoletana, Geppy Gleijeses, a sua volta allievo di De Filippo e da molti considerato il suo erede. Da oggi a domenica al Massimo di Cagliari e lunedì al Comunale di Sassari, sotto le insegne del Cedac, il mattatore partenopeo sarà protagonista di uno dei classici di Eduardo, “Uomo e galantuomo”.
Gleijeses, se Wikipedia dice il vero nel 2024 sono 50 anni di palcoscenico.
«In realtà, se considero la mia prima volta su un palco sono 51. Ma era una sorta di saggio di fine anno. Con Mario Scarpetta facevamo “Le nuvole” di Aristofane. Ma l’anno prossimo sono cinquanta di professionismo vero».
Il debutto con Eduardo.
«Mi chiese di andare a interpretare per suo conto il figlio di Pulcinella, che poi ho rifatto nel 2000. Me lo chiese dopo che avevo rifiutato tre volte. Come ho scritto nel mio libro: io sono come Pietro, ho rinnegato Eduardo tre volte».
Che ricordo ha di Eduardo?
«Un uomo dolcissimo, buonissimo, che amava coloro che non lo adulavano. Amava le persone belle, anche fisicamente. Io ero una sorta di efebo biondo - lo sono ancora, ma bianco -, alto, occhi azzurri: più Corradino di Svezia che Masaniello».
Perché i testi di Eduardo sono immortali?
«Perché c’è chi sa scrivere e chi no. Come Luigi Pirandello. Sì, ci sono altri autori come Raffaele Viviani, ma è meno conosciuto. Nessuno è come Eduardo e Pirandello. Anche questo testo di Eduardo è un po’ pirandelliano. Teniamo conto che è il suo primo testo, lo scrisse a 22 anni».
Da Mario Martone a Sergio Rubini, hanno portato sullo schermo la storia della famiglia Scarpetta-De Filippo. Lei che ha messo in scena anche testi di Titina e Peppino cosa ha provato nel rivederli?
«È un miracolo che tre figli illegittimi, figli dello stesso padre e della stessa madre, siano tre tra i più grandi di sempre. Titina De Filippo è la migliore Filomena mai vista, Peppino De Filippo era l’unico che teneva testa a Totò, perché aveva capito che non doveva tentare di scavalcarlo».
Perché secondo lei nell’era dei social e delle piattaforme il teatro continua a funzionare?
«Perché non è sottoposto a mediazioni tecnologiche. Ci sono uno o due persone che stanno sul palco, altrettante che assistono. Il teatro non morirà mai. È così da 2500 anni e resterà vivo finché c’è l’uomo».
Ha lavorato con i più grandi. Convinse anche Mario Monicelli alla sua prima regia teatrale. Come ci riuscì?
«E anche Liliana Cavani. È molto semplice: basta mostrare serietà, fare le cose con amore».
Al cinema ha lavorato con Luciano De Crescenzo.
«In realtà, ho fatto 12 film, ma la memoria è legata a “Così parlò Bellavista”. Un film in cui c’erano tutti i più grandi del teatro napoletano. Un’esperienza meravigliosa, zampillante di felicità».
Cosa è Napoli?
«È l’unica definizione che copio da un grande autore. “Una città che ti ferisce a morte o t'addormenta, o tutte e due le cose insieme”, Raffaele La Capria».
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