Cristiano De André: «Non si può dire di amare mio padre se non si mettono in atto le sue parole»
Il cantautore ripubblica l’album “Storia di un impiegato” 50 anni dopo Fabrizio
Cinquant’anni fa Fabrizio De André scrisse una delle più belle pagine - anche se quando si tratta di De André viene difficile fare una classifica - della musica italiana. Nel 1973 usciva “Storia di un impiegato”, l’album più politico del grande Faber, forse anche il più difficile, anche per via delle forti critiche da cui, ai tempi, fu subissato. Cinquant’anni dopo Cristiano De André lo ripropone con un nuovo arrangiamento. Domani esce in cd e in digitale l’album live “DeAndré#DeAndré Storia di un impiegato” (prodotto dallo stesso Cristiano, Intersuoni e Nexo Digital, distribuzione Warner Music Italy). Terza e ultima tappa di un percorso iniziato con il tour e proseguito nel documentario presentato alla Mostra del Venezia del 2021.
Cristiano, cosa rappresenta per lei Storia di un impiegato?
«Tante cose. Nel caso del film è anche la mia storia nei confronti di mio padre. Invece, per lui è la storia che conosciamo tutti. È un disco contro il potere in tutte le sue sfaccettature. E oggi il potere non è cambiato, anzi è peggiorato. Ai tempi era per la lotta di classe, contro l’oscurantismo della Dc, contro il Pci che aveva abdicato. Oggi siamo ancora qua, allo sterminio dei palestinesi, dei curdi, alla guerra in Ucraina, ai femminicidi. Niente è cambiato. Tutti i grandi poeti hanno scritto di queste cose ma non sono riusciti a smuovere le coscienze».
Perché ha voluto rifare questo album?
«Ho voluto riprendere questa storia proprio per provare a smuovere qualche coscienza. Ma se non compiamo qualche atto concreto di cambiamento non potrà mai cambiare nulla e non potremo aspettarci nulla di diverso».
La nostra non è un’epoca di ribellione: che cosa manca secondo lei a questa società?
«Manca la presa di coscienza, manca lo scendere in piazza, la protesta. Parlo degli italiani. I francesi sentono ancora questo desiderio, hanno il coraggio di dire no. A noi hanno tolto questa possibilità. Oggi si respira un’aria di dittatura, nella vita reale come sui social. Latitano l’umanità, la pietà, il rispetto verso gli altri. Come si fa a stare bene con sé stessi se non si hanno valori, un’etica, se non si ha rispetto dei più deboli, degli emarginati? Oggi siamo dei depressi cronici, manipolati dal mercato e dalle sue leggi in funzione del potere».
Il disco fu molto attaccato da destra, sinistra, dalla critica. Come reagì suo padre a quell’onda di recensioni negative?
«Se ne fregò abbastanza. Chi lo criticava aveva bisogno si schierasse dalla loro parte. Mio padre incitava alla ribellione, ma non aveva voglia di schierarsi a favore di chi si ribellava. Lui aveva l’idiosincrasia per chi comandava e per chi doveva essere comandato».
Nell’immaginario collettivo il De André sardo è quello dell’Agnata, lei nel documentario ha aperto le porte della casa di Portobello: cosa l’ha spinta?
«Perché è la casa in cui sono cresciuto. È la casa di mio padre e mia madre insieme. E poi è la casa in cui venivano tutti gli amici di mio padre: Paolo Villaggio, Ugo Tognazzi, Marco Ferreri, Michelangelo Antonioni, Walter Chiari. Questa è una casa importante, qui è nata gran parte della commedia italiana. Ogni amico di mio padre aveva a disposizione 15 minuti per i suoi sketch. A Portobello Villaggio ha inventato il primo Fantozzi, Ferreri ha scritto gran parte della “Grande abbuffata”, Tognazzi ha creato alcuni momenti di “Amici miei”».
Nel documentario racconta della sua prima volta in Sardegna, di quello sbarco a Porto Torres con la nave canguro. Ai tempi non pensava di certo che la Gallura sarebbe stata la sua terra d’adozione.
«Non lo avrei mai immaginato, ma è stata la mia fortuna. La Sardegna mi ha salvato dalla città, mi ha dato il senso di libertà, la bellezza della natura, del cibo. Avere la possibilità di una fuga sarda è stata per me una grande fortuna».
Tutti cantano De André, tutti lo citano: le capita mai di provare fastidio per alcune invasioni di campo?
«Le considero atti di affetto, e sono sempre bene accetti».
L’11 gennaio saranno 25 anni senza De André. Quale sarebbe il modo migliore per ricordarlo?
«Il modo migliore sarebbe cercare di mettere in atto quello che lui ha sempre professato. Lo dico sempre: non si può seguire un artista e dire di conoscerlo se non si mettono in pratica le sue parole. Se si vuole cambiare il mondo servono atti concreti».
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