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“Ricordi di montagne lontane”, il nuovo libro del premio Nobel Orhan Pamuk

di Silvia Lutzoni
“Ricordi di montagne lontane”, il nuovo libro del premio Nobel Orhan Pamuk

Il volume in un formato insolito, come una moleskine, per accogliere in posizione centrale tra le due pagine la fotografia esatta, anche in termini di dimensioni, delle pagine di questi taccuini

16 dicembre 2023
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I leggendari taccuini utilizzati a suo tempo da Pablo Picasso, Ernest Hemingway, Vincent Van Gogh e ribattezzati più di recente da Bruce Chatwin con il nome Moleskine, poiché la loro copertina somigliava a suo parere alla pelle (skin in inglese) di talpa (mole, nella stessa lingua), hanno ospitato negli ultimi dieci anni le memorie e le illustrazioni di Orhan Pamuk che Einaudi ha appena tradotto e riprodotto fedelmente nel volume intitolato “Ricordi di montagne lontane” (385 pagine, 34 euro).

Il libro, che è stato stampato in un formato insolito, 27x16 cm, per accogliere in posizione centrale tra le due pagine la fotografia esatta, anche in termini di dimensioni, delle pagine di questi taccuini, mentre ridistribuisce il testo in traduzione intorno a essi, già fornendo con questo accorgimento un suggerimento al lettore su quale ruolo assuma nel libro l’aspetto visuale. Niente di nuovo, potremmo dire, per uno scrittore che da sempre si è contraddistinto per la singolare capacità di evocare gli spazi entro i quali si muovono i personaggi nei suoi romanzi.

Trattandosi però in questo caso di diari, per i quali Pamuk dichiara espressamente di ispirarsi a Tolstoj, Thoreau, Woolf e Cornell, la scrittura risulta da subito come depotenziata dal punto di vista immaginifico, talvolta naif o di servizio, se così possiamo dire, talaltra ridondante e tronfia, tanto da rendere necessario l’intervento di un elemento di supporto, nel caso specifico i disegni. Pamuk scrive e disegna non solo per prendere nota delle minuzie della vita quotidiana e costruire una specie di topografia della propria mente ma anche per riportare alla luce la voce del pittore che in lui era rimasta sopita da quando all’età di ventidue anni decise di diventare un romanziere, abbandonando l’iniziale passione per le arti figurative.

Resta però evidente la sua costitutiva adesione alla parola che non ritroviamo soltanto nelle dichiarazioni esplicite, come quando afferma che scrivere è «sentire in modo più profondo di quello che può riuscire a rappresentare la pittura», quanto più nella distribuzione di testo intorno e dentro le illustrazioni. Così il lettore, anche il più distratto, non faticherà ad accorgersi che i disegni che suggeriscono più serenità – quelli dei viaggi in India, in Italia e negli Stati Uniti – sono anche i più nitidi e meno commentati; mentre le illustrazioni più annotate e ricche sono quelle della Turchia e di Istanbul, sua città natale, dove sono ambientati i migliori tra i suoi romanzi, città che è per lui fonte di gioia e nostalgia e al contempo di rabbia e preoccupazione per le minacce subite, per le derive autoritarie e la mancanza di libertà, come a suggerire che è là dove vi è un rovello, non necessariamente di carattere esclusivamente negativo, che si origina la migliore parte della sua arte. Un discorso a parte meriterebbero gli appunti su alcuni tra i maggiori scrittori contemporanei incontrati in giro per il mondo: le cene, le interviste. Una su tutte quella con Claudio Magris che Pamuk, fresco di Nobel, sembra quasi irridere sul ricorrere della sua candidatura allo stesso premio.

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