La Nuova Sardegna

L’intervista

Franz Di Cioccio: «Quando canto i brani di Fabrizio De André lo sento accanto a me»

di Alessandro Pirina
Franz Di Cioccio: «Quando canto i brani di Fabrizio De André lo sento accanto a me»

Il racconto del sodalizio tra la Pfm e il cantautore

25 dicembre 2023
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Il loro incontro musicale fa parte della storia della musica. Da un lato, il grande poeta, il cantore degli ultimi, dall’altro, la prog band più famosa d’Italia, reduce da successi in tutto il mondo. Sono passati quarantacinque anni dalla nascita del sodalizio tra Fabrizio De André e la Pfm, da quella serie di concerti che fecero sognare il Paese. Per celebrare questo anniversario la Pfm, capitanata dai veterani Franz Di Cioccio e Patrick Djivas, ritorna sui palchi di tutta Italia con una serie di concerti dedicati a quell’evento. Un tour che farà tappa anche in Sardegna: il 15 e il 16 gennaio al Teatro Massimo di Cagliari e il 17 al Comunale di Sassari. Per rinnovare l’abbraccio fra il rock e la poesia, alla scaletta originale saranno aggiunti anche brani tratti da “La buona Novella”, completamente rivisitati dalla band.

Di Cioccio, cosa deve aspettarsi il pubblico da questo tour?

«Sarà una cosa molto bella. Sono due chiavi di lettura intriganti, da un lato la poesia di Fabrizio, dall’altro la nostra parte musicale. Noi siamo i cesellatori della sua poetica stratosferica. Davanti alle sue composizioni siamo in grado di fare grandi cose musicali. Poesia e musica insieme creano una magia».

Come nacque la decisione di unirvi in questa magica tournée?

«Noi facevamo cose musicali artisticamente di alto livello, Fabrizio aveva una capacità letteraria immensa. Noi avevamo intuito che questo suo modo di raccontare si sposava con la nostra poetica musicale. E avevamo capito che questo incontro avrebbe avuto successo. Era una cosa che andava fatta, insomma. Ai tempi noi giravamo tutto il mondo e se abbiamo deciso di fermarci in Italia è perché c’era questa possibilità di lavorare con Fabrizio».

La vostra, come disse lo stesso Faber, fu l’unione tra due mondi diversi.

«Da noi si aspettavano il rock’n roll. In Giappone ancora oggi parlano del nostro tour. E lo stesso discorso vale per il Canada, gli Stati Uniti. Avevamo sempre suonato dando una chiave musicale molto forte, con Fabrizio invece la musica abbracciava la poesia. Eravamo due mondo diversi ma molto simili nella capacità di entrare in una magia con forza e di poter durare nel tempo».

Il ricordo incancellabile di quel tour?

«Più che un ricordo il rammarico di non averlo fatto durare più a lungo. Ancora oggi è bellissimo vedere il pubblico che canta con te, che fa le standing ovation».

Tra le tante canzoni di De André quella che porta nel cuore?

«È difficile, ne dici una e ne lasci indietro 24. Il concerto parte con “La chiamavano bocca di rosa metteva l'amore, metteva l'amore, la chiamavano bocca di rosa metteva l'amore sopra ogni cosa...”. Una cosa che comincia così non puoi non andare a vedere come va a finire».

Frequentare De André significò anche frequentare la Sardegna…

«Noi la frequentavamo anche prima, è uno dei posti più belli in cui sono stato. Certo, in quel periodo Fabrizio stava lì nel suo buen retiro e difficilmente voleva lavorare a Genova».

L’11 gennaio saranno 25 anni dalla morte di De André: il suo ultimo ricordo di Fabrizio?

«Non c’è un ultimo ricordo. Per noi Fabrizio c’è sempre. Quando prendo una sua canzone è come se fosse sempre lì, accanto a me. L’11 gennaio sarà una festa in cui racconteremo la nostra storia con Fabrizio».

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